La Via della Seta

Dal Kirghizistan a Pechino sulle orme di Marco Polo

 

Il viaggio

Viaggio dal Kirghizistan a Pechino lungo le strade che percorrevano le carovane da e per la Cina. Il viaggio parte da Biškek, la capitale del Kirghizistan, poi prevede il valico del passo di Torugart che collega la repubblica ex-sovietica alla Cina, quindi l’attraversamento delle regioni Xinjiang, Qinghai e Gansu per poi raggiungere Pechino in aereo. In totale sono circa 6000 km di cui però alcuni tratti (Kashgar-Urumqi e Lanzhou-Pechino) verranno percorsi in aereo. Quelli reali su strada (pulmino e treno) sono circa 3200 km.

Le tappe del viaggio vorrebbero ripercorrere un tratto del cammino descritto da Marco Polo nel famoso libro “Il milione”, viaggio iniziato nel 1271 e concluso parecchi anni dopo per raggiungere il Catai (l’attuale Cina) e la sua capitale Khanbaliq (oggi Pechino), alla corte dell’imperatore Kubilai Khan.

Il percorso che abbiamo fatto è il ramo settentrionale della Via della Seta, quello più classico tra i tanti tragitti possibili percorsi dalle carovane che facevano la spola tra la Cina e l’Europa portando da noi mercanzie sconosciute agli occidentali, tra cui ovviamente la seta, e in Cina merci altrettanto preziose provenienti dai mercati europei. Assieme allo scambio commerciale, la via della seta consentiva un intenso scambio tra culture e religioni fondate su principi differenti, spesso contrastato militarmente dalle popolazioni indigene restie ad accettare ideologie discordanti con la tradizione locale, millenaria come la nostra.

Il viaggio è durato 2 settimane, dal 24 settembre al 7 ottobre 2018.

 

Il gruppo

Siamo in 12 viaggiatori-esploratori: 9 italiani e 3 svizzeri, alcuni dei quali si conoscono già in seguito a precedenti viaggi. Gruppo eterogeneo ma che si rivelerà affiatato e partecipe di interessi e curiosità comuni: alla fine ci troveremo tutti bene, scopriremo di avere fatto nuovi amici e, chissà, nuovi futuri compagni di viaggio.

25-27 settembre: Biškek e il Kirghizistan

Il viaggio lungo la via della seta comincia a Biškek, la capitale del Kirghizistan.  Città completamente ricostruita negli ultimi 20-30 anni, che prima si chiamava Frunze, nome attribuito dai sovietici in onore di un leader bolscevico, ma che dopo il distacco dall’URSS e l’indipendenza i locali hanno rinominato nel termine kirghiso Biškek. Parola curiosa, che vuol dire “zangola”, cioè l’attrezzo che si usa per fare il burro e qui usata in particolare per ottenere il kumis, latte di giumenta fermentato che rappresenta la bevanda nazionale del paese.

La città è piena di catafalchi del periodo sovietico e post-sovietico che la guida Jana, occhi azzurri e faccino da angioletto, ci descrive con forte partecipazione emotiva. Durante il giro della città ci mostra con orgoglio i luoghi principali della capitale:

  • la Chuy street, con decine di baracchini che vendono cibo di strada,
  • piazza Ala-Too, grande e ordinato spiazzo sconfinato
  • il Museo di Storia
  • la statua del mitico eroe nazionale Manas, in realtà mai esistito
  • le statue lungo Jash Gvardiya
  • i monumenti a Kurmanjan Datka e Lenin
  • la piazza della Vittoria dedicata alla seconda guerra mondiale.

Naturalmente non può mancare il cambio della guardia vicino al palazzo del Parlamento alle 6 di sera, con i soldati che si esibiscono nel classico passo dell’oca.

L’Osh bazaar

La parte più interessante di Biškek è il vecchio mercato alla periferia est della città, l’Osh bazaar, che raggiungiamo in taxi. Qui c’è di tutto, dal ferramenta ai tappeti e alle verdure, ma colpisce soprattutto la zona dedicata agli alimenti. Carretti con il “petar”, tipico pane locale a forma di ciambella, pasticci take-away di melanzane, carote e zenzero con una quantità spropositata di aglio: è quasi mezzogiorno, e la gente fa la fila per accaparrarsi il cartoccio per il pranzo.

Lì vicino, una cornucopia di spezie dai nomi indecifrabili: ne riconosciamo solo 3 o 4, anche perché scritti in cirillico. Poco oltre c’è il macello, con lesene di capre e montoni ancora grondanti di sangue appese dovunque.

La gente si fa fotografare volentieri, anche le donne benché il paese sia in prevalenza musulmano. Solo raramente qualcuna si copre il viso o fa un cenno di diniego con la mano.

I dintorni

Circa 40 km a sud-ovest di Bishkek, tra le altissime montagne della catena Ala-Tau del Tian Shan occidentale (4895 metri il picco Semenova Tianshanski), c’è il parco nazionale Ala-Archa. Facciamo una bella passeggiata lungo il greto del fiume che ha lo stesso nome del parco, Archa, che vuol dire ginepro. Ci accompagna un corteo di simpatici scoiattoli in livrea autunnale color panna, che non disdegnano di integrare la consueta dieta di bacche con qualche biscotto offerto dai turisti. Devono essere abituati al contatto con l’uomo: basta che ti siedi su un masso e tempo qualche minuto te li ritrovi alle spalle felici di farsi fotografare in cambio di qualcosa di dolce.

La visita del Kirghizistan prosegue lungo l’autostrada che porta al lago salato Issyk Kul. Tra qualche bel panorama ci stupiscono un po’ i numerosi appostamenti della polizia con lo speed control pronti a multare gli automobilisti che non rispettano i limiti di velocità. La cosa più appariscente è una grande bandiera nazionale dipinta sulle pendici di una collina.

La torre di Burana

Lungo la strada verso la Cina, sosta presso la torre di Burana. E’ un minareto situato nella valle di Ĉuj, che con qualche rovina diroccata di antichi castelli e mausolei è tutto ciò che rimane dell’antica città di Balasagun, fondata dalla dinastia karakhanide alla fine del IX secolo. La torre oggi appare alta 27 metri, ma almeno la metà è crollata in seguito a un terremoto. Balasagun era uno snodo importante lungo la via della seta: la torre serviva come punto di avvistamento, per controllare i movimenti delle carovane da e per la Cina.

La leggenda della principessa morsa dal ragno

Una leggenda collegata alla torre di Burana racconta che una strega avvisò il re di Balasagun che sua figlia neonata sarebbe morta una volta raggiunta l’età di diciott’anni. Il re, per proteggerla, costruì un’alta torre dove la ragazza venne confinata. Durante gli anni nessuno entrò nella torre, fatta eccezione per la serva che le portava da mangiare. La bambina crebbe da sola e divenne una bella donna, ma un giorno un ragno che si annidava nel cibo la morse e la principessa morì nella torre, all’età di diciott’anni.

Si prosegue verso Cholpon Ata, con visita al parco archeologico del distretto di Isykköl, luogo di petroglifi che obiettivamente non sono granché. Le immagini più interessanti si colgono lungo il tragitto: le donne intente a battere il grano sull’aia delle cascine e un caratteristico mercato del pesce secco lungo la strada.

La leggenda del lago Issyk Kul

Molti secoli fa nel luogo dove ora c’è il lago c’era una valle e qui viveva una bellissima ragazza di nome Issyk. Era corteggiata da due giovani pazzamente innamorati di lei, ma lei non sapeva decidersi.

I due ragazzi Shantash e Ulan si sfidarono: chi avesse vinto il combattimento avrebbe avuto la ragazza. La sfida iniziò, ma nessuno dei due riusciva ad abbattere l’altro. Avevano la stessa forza, andarono avanti a lottare per giorni e giorni, poi per settimane. Erano sporchi e insanguinati per le ferite, ma nessuno dei due cedeva. Issyk cominciò a supplicarli di smetterla, loro niente, non le davano ascolto. Testardi come solo può essere la gente di montagna, amavano e volevano la ragazza con tutte le loro forze.

La ragazza disperata piangeva, e mentre il combattimento continuava, le sue lacrime cominciarono a riempire la valle. Lei pianse e pianse finché si formò il grande lago, salato come le lacrime di Issyk che, sfinita, morì e diventò parte del lago.

Shantash e Ulan, ora disperati e pieni di rabbia per la morte della ragazza continuarono a lottare senza tregua fino a quando gli dei ebbero pietà di loro e li trasformarono in Vento. Sono i due venti che ancora oggi soffiano l’uno contro l’altro ogni giorno sul lago. Il vento dell’Est, Shantash, soffia nella prima parte del giorno, a mezzogiorno cambia e comincia a soffiare il vento Ulan da Ovest.  Così ogni giorno, da secoli e per l’eternità, i due giovani continuano la loro lotta senza tregua per il loro amore perduto.

Tappa successiva al bacino idrico artificiale di Orto Toköi sul fiume Chu, regione di Kochkor. Pranzo presso una famiglia del luogo, che prepara una quantità incredibile di pietanze e manicaretti tipici del luogo, che malgrado gli sforzi non riusciamo proprio a onorare come meriterebbero. Ci avviamo lungo la statale A365 che porta in Cina.

28 settembre: verso la Cina dal passo di Torugart

Pernottamento a Naryn, città abbastanza insignificante nel sud-est del Kirghizistan, ma buona base di partenza in previsione del tragitto verso la Cina.

La giornata si preannuncia lunga e pesante. Sveglia alle 5 e partenza quando il sole sta ancora dietro le montagne. C’è da valicare il passo di Torugart (3752 mt), che segna il confine tra Kirghizistan e Cina. La giornata fredda e appiccicosa non consente di apprezzare i panorami delle montagne del Tian-Shan, salvo rari sprazzi di luce che svelano panorami stupendi. Verso la vetta avvistiamo i primi branchi di yak che pascolano con la scarsa erba ingiallita disponibile.

I controlli doganali per arrivare a Kashgar sono asfissianti: due in Kirghizistan, tutto sommato leggeri, e ben 6 checkpoint in territorio cinese. L’attesa sul valico è lunga, fa freddo e qualche fiocco di neve ci ricorda che siamo saliti parecchio. Per fortuna Jana, previdente, ci ha preparato delle scatole con biscotti, frutta e cioccolato, e ci ha messo pure come ricordo un “Ak kalpak”, il tipico cappello di feltro color panna dei kirghisi.

Finalmente dall’altro versante del passo sale il pullman cinese. Ci aspetta una lunga serie di controlli. I poliziotti di frontiera cinesi ripetono all’infinito la stessa procedura. Controllano e ricontrollano il passaporto, ti fotografano e al checkpoint successivo ti rifotografano, ti perquisiscono col metal detector e poi lo fanno ancora. Per due volte chiedono il cellulare e fanno scorrere tutte le foto conservate negli archivi, alla ricerca di “illegal files”. La privacy qui è un concetto assolutamente sconosciuto. Un consiglio: se avete nel cellulare qualche foto un po’ osé, di quelle che gli amici ti mandano con whatsapp, cancellatele prima o dovrete poi dare delle spiegazioni. Un compagno di viaggio che ha nel cellulare le foto di un raduno degli alpini viene stressato per mezz’ora dagli stolidi poliziotti cinesi, che pensano che siano immagini militari.

Finalmente, dopo 8 checkpoint che hanno messo a dura prova la pazienza e i nervi di tutti, raggiungiamo Kashgar. Siamo nella regione autonoma dello Xinjiang-Uygur (“nuovo paese di frontiera”), la regione più grande della Cina, circa 7 volte l’Italia.

L’arrivo a Kashgar è sconcertante. La città è immersa in una nebbia giallognola che ovatta e sfuma ogni cosa. Negli ultimi 2-3 giorni ci sono state tempeste di sabbia nel deserto del Taklamakan. Il vento ha trasportato sabbia e polvere fin nel centro abitato. Il sole è una macchia pallida indistinta che fora a fatica lo strato di pulviscolo. La polvere nasconde il cielo e l’orizzonte, che rimangono realtà lontane.

 

29 settembre: la Karakorum highway (strada nazionale G 314)

Per fortuna il mattino dopo la polvere del deserto si è un po’ diradata e dalla camera d’albergo al dodicesimo piano riesco a vedere le catene montagnose all’orizzonte. È l’alba di Kashgar, cioè sono le 9 di mattina. In tutta la Cina infatti vige il fuso orario di Pechino, solo che qui siamo 2 fusi indietro. Il risultato è che il sole sorge verso le 9 e tramonta alle 10 di sera.

Inizia la giornata dedicata al percorso lungo la Karakorum highway, che a detta di tutti è stata la giornata più bella del viaggio.

La camionabile del Karakorum (statale G 314) è la strada asfaltata internazionale più alta del mondo. Lunga 1284 km, collega Kashgar in Cina con Islamabad in Pakistan, attraverso le grandi catene montuose del Pamir, Karakorum e Himalaya, fino alla valle dell’Indo. Karakorum significa “rocce sgretolat” in lingua turca, un nome azzeccato per una strada che si incunea nello spazio aperto fra i picchi innevati di granito fino ai 4693 metri del Khunjerab Pass.

La strada fu costruita dai cinesi nel 1967, con duri sforzi e continui incidenti per le frane e gli smottamenti di roccia. Durante la costruzione persero la vita oltre 400 operai.

La strada è ampia e poco trafficata, ma le autorità cinesi impongono limiti assurdi con la giustificazione della sicurezza: 40 km/h per gran parte del percorso, rari tratti a 60 km/h e rarissimi a 80 km/h. I controlli di polizia sono imprevisti e frequenti. Come al solito, ogni tanto ti scattano la foto. E’ necessario tenere a portata di mano il passaporto, che può essere richiesto in qualunque momento. Tutte queste interruzioni non impediscono di ammirare, ai lati della strada, alcuni dei panorami tra i più belli del mondo.

Ci fermiamo nella cittadina di Opal per prendere qualcosa da mangiare. Poco fuori dalla città incontriamo la catena delle montagne rosse, cariche di ossidi di ferro e nickel.  Seguono le spettacolari montagne di sabbia bianca del Kunlun, che si riflettono nel lago Bulunkouxiang color acquamarina (a circa 3400 mt di altitudine), poi i grandiosi panorami delle vallate segnate dai fiumi Kangxiwa, Bulunkou e Muji che scendono dalle catene montuose dei picchi Kungur Tagh (7719 mt) e Kingur Tagh (7660 mt). Ogni tanto si vedono mandrie di yak e gruppi di cammelli: proprio i cammelli battriani, quelli con due gobbe, che strappano i rari fili d’era che crescono tra le pietraie del fondovalle. Qua e là greggi di pecore di una razza che con studiata ironia gli uiguri chiamano “pecore Marco Polo”.

Il clou della giornata è l’arrivo al lago Kara Kul, il lago nero, a 3600 metri d’altezza, dominato dal massiccio imponente del Muztagh Ata (“il padre dei ghiacci”, 7546 mt), sentinella di questi luoghi solitari che riflette la sua immagine ammantata di bianco nelle acque nel lago. Una gemma d’acqua dolce attorno alla quale vivono sotto le loro yurte tradizionali i nomadi kirghisi. Una macchia nera in lontananza attira l’attenzione: un branco di yak sta facendo il bagno poco lontano dalla riva. Con un po’ di circospezione ci avviciniamo fino a 10-12 metri tirando fuori i teleobiettivi di cui disponiamo e spariamo scatti a raffica ai magnifici animali dal pelo lungo e folto, che per la verità sembrano più spaventati che innervositi.

Vicino al centro turistico alcuni cammellieri propongono gitarelle sul cammello o a cavallo lungo le sponde del lago. Noi fotografiamo i cammelli, per i cinesi invece pare che i cammelli siamo noi e ci chiedono di fare fotografie con loro.

Il lago, gli yak, i cammelli, le altissime montagne che si riflettono nelle acque, la neve, le yurte, formano uno scenario idilliaco. Da un posto come questo non si vorrebbe mai venire via. Chissà se le foto del diario rendono l’idea.

Per noi però è tempo di tornare indietro. Anche lungo il percorso di rientro ti vorresti fermare in mille punti per portare in Italia le scene sensazionali che scorrono davanti agli occhi.

Arriviamo a Kashgar alle 11, invece che alle 8 orario previsto, stanchi morti ma con gli occhi e la x-card della macchina fotografica pieni di immagini e ricordi stupendi.

30 settembre: Kashgar e gli Uiguri

Mattinata dedicata alla visita della città vecchia di Kashgar, che in realtà vecchia non è più. Le case della Old Kashgar sono state abbattute e ricostruite con arenaria e mattoni grossolanamente squadrati. Conferiscono a tutta l’area della città vecchia un caratteristico colore rosa che ricorda un po’ Tozeur e Marrakech.

La Old City di Kashgar

La ricostruzione ha stravolto le caratteristiche originarie della zona. I cinesi hanno creato strade larghe dove prima c’erano vicoli e cunicoli. L’obiettivo è evidente: le strade larghe consentono di tenere meglio sotto controllo eventuali movimenti di masse. Inoltre gli Uiguri, che qui a Kashgar sono il 90% della popolazione, sono un’etnia ribelle che mal sopporta le imposizioni del governo centrale di Pechino. Anche recentemente ci sono stati moti indipendentisti e insurrezionisti sfociati in manifestazioni di piazza e attentati.

Chissà come doveva essere bella la città vecchia 4-5 anni fa, come l’ho vista nelle foto di qualcuno che è venuto qui prima della ricostruzione. Adesso, purtroppo, è tutto finto.

Controlli di sicurezza

Lo Xinjiang-Uygur è una regione autonoma del nord-ovest della Cina abitata soprattutto dagli uiguri, minoranza etnica musulmana accusata dal governo cinese di separatismo e terrorismo. Negli ultimi due mesi due importanti giornali americani hanno definito lo Xinjiang «uno dei posti più sorvegliati al mondo» Agli abitanti dello Xinjiang capita di doversi sottoporre a controlli di polizia più volte al giorno, oltre che a procedimenti di riconoscimento facciale prima di accedere ai distributori di benzina, agli hotel e alle banche. Le autorità hanno il potere di registrare in maniera arbitraria tutte le telefonate provenienti dall’estero e di obbligare privati cittadini a installare sul telefono un’app capace di controllare tutti i messaggi in entrata e in uscita.

A Kashgar il governo cinese ha anche avviato un progetto pilota per introdurre un sistema di riconoscimento dell’iride, più accurato dei sistemi di scansione del viso e dell’impronta digitale. In tutta la città e nei dintorni i controlli di sicurezza sono capillari e asfissianti. Lungo le strade ogni 500 metri ci sono telecamere che fotografano ogni veicolo. Barriere e palizzate fanno parte integrante del panorama cittadino. I body scanner, con drappello di guardia appostato, sono la prima cosa che si incontra entrando in qualsiasi ristorante, albergo, locale pubblico. Stazioni di polizia a ogni crocevia stradale. Una compagna viaggiatrice, che fotografando la selva di motorini elettrici che silenziosamente circola per le strade ha inavvertitamente incluso nell’inquadratura dei poliziotti, è stata immediatamente raggiunta da un militare nel ristorante dove eravamo a pranzo, che ha verificato i fotogrammi e preteso la cancellazione di quelli “incriminati”.

Chissà quanti militari ci saranno in questa parte dello Xinjiang, forse 50.000, forse di più. Un esercito. Questo enorme apparato militare deve avere dei costi di mantenimento altissimi, giustificati solo dall’importanza strategica e economica di questa zona: qui ci sono miniere di oro, rame, nickel, giacimenti di petrolio e di carbone. Qui nel 2007 è stato scoperto il più grande giacimento di gas naturale della Cina, una riserva di 130 miliardi di m3 che rifornisce tutte le zone industriali del paese. Nello Xinjiang si trova anche il centro di Lop Nur, il maggior sito di sperimentazione di armi nucleari cinese.

E poi c’è l’immagine di forza e stabilità del potere centrale da diffondere. Nei punti nevralgici della città sono stati posti enormi maxischermi dove giganteggia la figura rassicurante del presidente Xi Jinping che sorride alla folla riunita per un discorso, abbraccia studenti e contadini uiguri, stringe le mani della gente.

I luoghi degli Uiguri

Arriviamo alla gialla moschea di Id-Kah, la più grande della Cina. In realtà è più piccola di quello che ci si aspetterebbe. Dentro non si possono scattare foto, ma non si perde niente perché tanto non c’è niente da fotografare. Qui si riuniscono a migliaia gli Uiguri, che sono di fede musulmana, per la preghiera del venerdì.

E’ domenica mattina, e fuori città c’è il Mahl bazaar, il caratteristico mercato domenicale del bestiame. Un altro luogo di incontro per gli Uiguri, dove possono dare sfogo alle loro tradizioni e alla loro cultura.

L’offerta consiste in yak, vacche, tori, pecore, capre e cammelli. Meglio che gli animalisti evitino di venire qui: gli animali sono legati strettamente a grappolo a una doppia corda principale. Ogni mezzo metro circa nella corda c’è un cappio in cui i venditori infilano le teste degli animali. Mi chiedo come facciano a non rimanere strangolati. Tiranti lunghi non più di 20 cm impediscono loro ogni movimento. Dal miscuglio indistinto di zampe, code e ammassi lanosi emergono solo le teste, a gruppi di 20-30. Obiettivamente il modo con cui gli Uiguri trattano gli animali fa impressione. Ma questa è la loro cultura, bisogna accettarla.

Le trattative sono continue. Non circola denaro, solo poche parole e cenni con la testa. Quando un gruppo di bestie viene acquistato, il venditore lo marca con una bomboletta spray e separa i capi venduti dal resto della catena.

La trattativa si svolge nel recinto ma anche sui tavolini delle baracche che vendono carne abbrustolita e spiedini accompagnati col tè. Pentoloni, fornelli e griglie fumanti dovunque. Il macellaio ha un gran daffare a sgozzare e squartare le bestie la cui carne alimenta le griglie. Le pelli ancora sanguinanti sono per terra lì davanti a lui. Noto che il coltello che usa è legato con una catena a un palo di ferro: per ragioni di sicurezza nessuno qui può possedere armi da taglio. La polizia controlla ogni movimento sospetto e chi sgarra viene portato via.

La moschea, i bazar, le sale da tè sono i luoghi dove gli Uiguri si radunano cercando di coltivare e mantenere la loro identità etnica. Un’identità che il governo centrale cerca di contrastare in tutti i modi, forse persino di cancellarla del tutto. Un recente provvedimento di Pechino ha abolito le scuole in lingua uigura, imponendo il mandarino come lingua base e confinando le lezioni in lingua locale a una sola ora alla settimana. Rimangono ancora i segnali stradali bilingue, forse per poco. La guida ci dice che ormai la metà dei giovani parla abitualmente il mandarino, e conosce solo poche parole nella lingua dei padri. Periodicamente vengono fatte “iniezioni” di gente proveniente da altri luoghi della Cina, in particolare gli Han e gli Hui, con lo scopo evidente di imbastardire la razza indigena, diminuire i rigurgiti di nazionalismo e diffondere l’appartenenza alla Cina.

Dal Mahl bazaar ci spostiamo nel villaggio Hanhao, verso il mausoleo di Abakh Khoja. Bellissimo edificio con maioliche e piastrelle smaltate verdi e gialle che brillano al sole, un maestoso corpo centrale e minareti ai 4 angoli che si stagliano nel cielo azzurro. La tomba è un capolavoro di architettura Uigura. Si dice che qui sia sepolta Xiang Fei “la principessa dal soave profumo”. Visitiamo il mausoleo gustando dei dolcissimi fichi gialli comprati nel vialetto di accesso al mausoleo, che forniscono le calorie necessarie per vincere la fatica di questa mattinata piuttosto faticosa.

La leggenda di Xiang Fei, principessa dal soave profumo

Iparhan, discendente di Abakh Khoja, era l’unica concubina Uigur tra le 41 mogli dell’imperatore Qianlong della dinastia Qing. Era molto bella, ma ancor più notevole della sua bellezza era il profumo che il suo corpo emanava naturalmente, senza che usasse alcun unguento o estratto naturale. Fu donata all’imperatore e scortata fino al palazzo imperiale a Pechino. Si dice che durante il lungo viaggio si lavasse ogni giorno nel latte di cammella per preservare la sua misteriosa fragranza.

Passò 28 anni a Pechino a fianco dell’imperatore, da cui ricevette un giardino e persino una moschea, un bazar e un albero di giuggiola dai frutti d’oro per ricostruire l’ambiente in cui era nata. Le era permesso di indossare i suoi abiti etnici ed era servita da un cuoco speciale. I cinesi le diedero il nome di Xiang Fei (concubina di fragranza in cinese). 

Simbolo duraturo di unità nazionale e di riconciliazione, alla sua morte il corpo fu riportato a Kashgar per essere sepolto nel mausoleo, con una processione di 120 portatori in un viaggio che durò tre anni.

In viaggio verso Urumqi e Turpan

Lasciamo Kashgar. Volo per Urumqi, capitale della regione autonoma dello Xinjiang Uygur. Non avrebbe senso perdere un giorno per attraversare via strada il polveroso e desolato deserto del Taklamakan, che con le continue tempeste di sabbia mise in difficoltà persino la spedizione di Overland. Il Taklamakan è un deserto spaventoso dove quando si alzava il “buran”, vento che può soffiare a 200 km all’ora le carovane scomparivano sotto una tempesta di sabbia e ghiaia.

Urumqi non merita una sosta. Tre milioni e mezzo di abitanti che vivono in una interminabile serie di grattacieli di 30 piani tutti uguali, in pratica degli altissimi parallelepipedi abitativi. Qui l’etnia uigura è stata progressivamente diluita con la strategia “Go West”: innesti provenienti da altre regioni della Cina, con l’evidente scopo di “cinesizzare” la popolazione. Nel solo 2010 furono trasferiti qui ben 800.000 persone di etnia Han, incentivati dal lavoro nelle industrie petrolchimiche e manufatturiere. Oggi a Urumqi gli Uiguri sono solo il 25%. Qui c’è un grande bacino petrolifero, come si vede dai numerosi pozzi in funzione ai lati della strada, e fuori dalla città ci sono miniere di rame, quindi servono manodopera per lo sfruttamento delle risorse e ordine sociale: da questo punto di vista gli Han danno molte più garanzia degli Uiguri.

Una curiosità su questa città: è considerata la città più lontana dal mare al mondo (2250 km di distanza).

Appena arrivati a Urumqi, trasferimento a Turpan in bus lungo l’autostrada G 312.

1 ottobre: depressione di Turpan

In poche ore passiamo dai 3500 metri del Pamir ai -158 metri di Turpan. La depressione di Turpan è il punto altimetricamente più basso del viaggio. Città dal clima infame che non conosce vie di mezzo, dove non piove praticamente mai: -20°C in gennaio e + 50°C in luglio.

Dintorni di Turpan

Appena fuori dalla città ci sono le rosse montagne fiammeggianti, una catena montuosa lunga 100 km e larga circa 10, con un’altezza media di 500 metri (il punto più elevato è a 851 metri). Le Flaming Mountains sono composte di rocce di arenaria, conglomerati e granito. La guida ci dice che in cima si raggiungono temperature superiori ai 60 °C a causa del surriscaldamento dell’atmosfera. La gente racconta che sono “così calde e secche che nemmeno gli uccelli che volano a centinaia di metri d’altezza qui si avvicinano…”. Alcuni turisti che hanno voluto raggiungere la sommità in una giornata di luglio, dopo avere messo piede fuori dalla macchina sono rimasti stecchiti. Incapaci di respirare quell’aria così calda, sono stati costretti a rientrare precipitosamente nel veicolo, dove per loro fortuna il lungimirante autista aveva tenuto l’aria condizionata a palla.

Nei dintorni di Turpan ci sono antiche rovine e vestigia di città che costituivano tappe importanti lungo la via della seta:

  • Le tombe di Astana (Karakhoja Astana Tombs), tombe sotterranee usate fino al VII secolo. Astana in lingua uigura significa “capitale” mentre Karakhoja è il nome di un leggendario eroe uighur che uccise un mitico drago.
  • L’antica città di Gaochang, costruita nel primo secolo A.C. nel deserto del Taklamakan e importante sito lungo la via della seta. Come in molti altri centri storici, il 90% di quello che si vede è stato ricostruito.

Pranzo presso una fattoria di viticoltori, sotto un ombroso pergolato di vite con grappoli che penzolano sopra la testa. L’uva è dolce e buona, il sapore è simile alla varietà “americana” che si trova da noi. I contadini ci portano a vedere il sottotetto dove hanno allestito delle sale di essiccatura dell’uva, posta a asciugare su tralicci di legno.

Proseguiamo verso le rovine di Jiaohe. Yargul (in uiguro) o Jiaohe (in cinese), una delle città antiche meglio preservate della Cina. Si trova a 10 km ad ovest di Turpan nella Valle di Yarnaz, arroccata in cima ad una stretta terrazza come un’isola su due fiumi, una straordinaria posizione di difesa. Infatti, il nome, sia in cinese che in lingua uigura significa “confluenza di due fiumi”. Le rovine, una volta tanto originali e non ricostruite, comprendono templi, abitazioni civili, uffici governativi, botteghe e case residenziali. Con notevole ammirazione da parte della guida, malgrado il caldo facciamo il giro completo del sito archeologico, superando con disinvoltura il punto dove i visitatori cinesi solitamente tornano indietro.

Dopo questa scorpacciata di ruderi arriva la visita più interessante della giornata: l’ingegnoso sistema di irrigazione di Karez. Il sistema è composto da una serie di pozzi orizzontali e verticali collegati a canali sotterranei. L’acqua arriva dallo scioglimento delle nevi dei monti del Tian Shan. I canali sono per la maggior parte sotterranei in modo da limitare l’evaporazione. Il sistema è formato da pozzi, dighe e canalizzazioni costruiti per raccogliere e controllare il flusso dell’acqua. I pozzi verticali venivano scavati distanziati e allineati in un pendio per accedere ai canali sotterranei, durante la costruzione e per la manutenzione. Il punto più a monte dei canali sotterranei attingeva acqua direttamente dalla falda acquifera alla base delle montagne. Nell’ultimo tratto l’acqua affiora in superficie, sfruttando la spinta della gravità del pendio fino alla depressione di Turpan. Grazie a questo sistema, in questo luogo di un’aridità assoluta si riescono a coltivare alberi da frutta, viti, tuberi e cereali. Questo sistema di irrigazione fu costruito durante la dinastia Han (206 a.C.– 24 d.C.).

2 ottobre: in treno a Dunhuang

Trasferimento in treno notturno da Turpan a Dunhuang (“faro scintillante”), 13 ore. Allo screen control della stazione mi requisiscono persino un coltello da tavola, portato per la totale incapacità di usare le bacchette di legno, perché “troppo lungo”. Un consiglio: portate al massimo coltellini a lama corta, tipo quelli svizzeri multifunzione.

Altri problemi nel controllo dei bagagli li abbiamo avuti con gli accendini (banditi sia dal bagaglio a mano che da quello di stiva) e con le batterie di riserva e ricarica (da tenere nel bagaglio a mano).

Entriamo nel Gansu, regione della Cina centrale che si estende dal confine con la Mongolia al Tibet.

Il monte delle sabbie che cantano

A Dunhuang raggiungiamo il Mingsha Shan (Monte delle sabbie che cantano), punto d’incontro tra il deserto e l’oasi. Qui ci sono le altissime dune “echoing”, cosiddette perché il vento sollevando la sabbia provoca un suono che si riproduce tra una duna e l’altra. Le alte dune si estendono per oltre 25 miglia di lunghezza e 12 miglia di larghezza. La più alta raggiunge i 1715 metri. Le dune circondano il Crescent Lake, un lago a forma di mezzaluna con giardini sulle rive e una pagoda per la meditazione. Per ammirarlo dall’alto bisogna salire a piedi le dune scarpinando nella sabbia, con lo scarso aiuto di alcuni pali di legno precariamente fissati nel pendio. La salita è dura, si affonda spesso, ma la fatica è ricompensata dal panorama stupendo sull’ondulato profilo del deserto e sul lago a mezzaluna che si vede dall’alto.  La parte più divertente è la discesa, che si fa su uno scivolo di legno su cui ci si tuffa verso il basso, come fanno i bambini in montagna sulla neve. Sotto, in basso, ci sono degli addetti pronti ad afferrare chi arriva giù alla velocità di un proiettile e ad aiutare chi si ribalta sul pendio sabbioso.

Un’alternativa meno faticosa ma più cara per vedere le dune dall’alto è fare il tour con l’elicottero (circa 90 €).

In basso c’è un recinto con centinaia di cammelli pronti a scarrozzare turisti tra le dune: sembra quasi di essere nel Sahara, guardando l’andirivieni di carovane che sbucano dal ciglio dorato delle dune di sabbia.

Fa caldo, e alla fine della visita non c’è niente di meglio che un rinfrescante tè freddo con gelsomino, zenzero e limone.

Le grotte di Mogao

Lasciamo le dune di sabbia per dirigerci verso lo straordinario complesso delle grotte di Mogao, per i cinesi “le grotte dei diecimila Buddha”.  La visita è preceduta dalla visione di due notevoli filmati che ricostruiscono momenti storici, scontri etnici, battaglie, che erano frequenti lungo la via della seta. Questa era zona di passaggio delle carovane che portavano mercanzia da e per la Cina, uno snodo importante sul lungo cammino tra l’Oriente e l’Europa. Gli scontri con le bande locali per avere il controllo del traffico erano all’ordine del giorno, così come gli assalti dei predoni agli accampamenti. I filmati durano mezz’ora, ma sono imperdibili per capire gli antefatti storici.

Il sistema di grotte si estende per 1700 metri lungo la parete di un canyon. L’apertura della prima grotta si fa risalire al 366 d.C. A partire da quel momento il sito si sviluppò progressivamente diventando un importante centro per l’insegnamento e la pratica del buddhismo, che nel periodo del suo massimo splendore ospitava 18 monasteri in cui risiedevano oltre 1400 religiosi (monaci e suore) e una nutrita comunità di artisti, traduttori e calligrafi.

Mercanti facoltosi e importanti funzionari dell’impero furono i principali finanziatori che resero possibile lo scavo di nuove grotte e le carovane che transitavano in entrambe le direzioni spesso affrontavano la lunga deviazione oltre Mogao al solo scopo di pregare e rendere grazie al Buddha per averli protetti dalle insidie della dura traversata verso l’Ovest. Nel 1900 fu scoperta una biblioteca nascosta che custodiva decine di migliaia di manoscritti e dipinti compreso il più antico libro di stampa al mondo, il Sutra del Diamante (868 d.C.). Buona parte di questo tesoro culturale venne svenduto per poche sterline ad archeologi europei.

Le grotte sono più di 400, ma normalmente ne vengono aperte 20 a rotazione e il tour guidato prevede la visita solo di 7-8 di esse, le più belle e storicamente importanti. Ogni grotta contiene statue e reliquie di Buddha di chiara impronta indiana che testimoniano le numerose interferenze che si sono sovrapposte nei secoli in questi territori tra la cultura indiana e quella cino-tibetana. Le visite comunque includono sempre le grotte dove si trovano 2 grandi Buddha alti rispettivamente 34,5 m e 26 m. Pare che l’enorme alluce di uno dei due Buddha, lungo un paio di metri, sia l’unica parte del complesso non toccata da restauri.

Nelle grotte, purtroppo, non si può fotografare.

La leggenda del cervo dai nove colori 

Sulla parete ovest della grotta n. 257, si può vedere un dipinto murale di oltre 1500 anni fa che raffigura la storia del cervo dai nove colori. Secondo la leggenda, un cervo di nove colori salvò un uomo finito nelle acque del Gange, che per ringraziarlo promise di non rivelare mai il luogo del suo rifugio. Tuttavia, per avidità, costui lo comunicò al re e alla regina. Quando il re stava per catturare il cervo, l’animale divino gli spiegò la vicenda, allora il re rinunciò alla caccia. Alla fine, il traditore ricevette la meritata punizione quando il suo corpo si coprì di ulcere.

Dancing along the silk road

Alla sera spettacolo di danza nel grande nuovissimo teatro di Dunhuang. Bellissime le coreografie e le luci. Le danze raccontano la storia del pittore Zhang e di sua figlia Ying Niang, rapita dai predoni nel deserto. Zhang ritroverà la figlia 5 anni dopo al mercato di Dunhuang, divenuta danzatrice e cantante di una troupe teatrale. Un commerciante persiano che Zhang aveva salvato da una tempesta nel deserto redime la fanciulla dai teatranti. Per ringraziarlo Zhang acconsente che la figlia lo accompagni in Persia. Ma questa iniziativa suscita l’ira di Shi Cao, governatore di Dunhuang, che aveva posto gli occhi sulla bella Ying Niang e per punirlo lo condanna a dipingere le grotte di Mogao per il resto della vita. Il commerciante persiano, nominato ambasciatore, riporta Ying Niang nel luogo natio. Zhang ha così l’occasione di rivederla per l’ultima volta poco prima di morire. Alla fine persiani e cinesi si riuniscono e vivono in pace.

3 ottobre: Zhangye Danxia, le montagne arcobaleno

In treno da Dunhuang a Zhangye, tra infiniti parchi eolici e sterminati campi di cotone.

A Zhangye (che in cinese vuol dire “per estendere il braccio”) è possibile ammirare uno dei fenomeni naturali più straordinari del mondo: la catena di montagne del Qilian Shan, più nota come le montagne arcobaleno del parco nazionale geologico del Danxia.

Il paesaggio del Danxia è costituito da numerose falesie alte centinaia di metri e dal colore di base rossiccio, attraversato però da una serie di dorsali di diversi colori che si sovrappongono fra di loro in strati segnati dalle intemperie, il tutto in contrasto con il verde e il grigio della pianura circostante. L’insieme forma un effetto arcobaleno che fa strabuzzare gli occhi.

Arriviamo in una giornata compresa nella settimana di festa nazionale per l’anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese, avvenuta nel 1949. Questa festa segna uno dei periodi di vacanza principali per i cinesi: uffici e scuole sono chiusi, permettendo a studenti e lavoratori di viaggiare per il paese. In queste regioni (Gansu e Qinghai) le montagne arcobaleno del Danxia rappresentano una delle principali attrattive, quindi qui è convenuta una folla impressionante.

Un servizio di navette fa la spola tra i 4 viewpoints principali, ma ogni sosta comporta una lunga attesa e bisogna farsi largo a forza per riuscire a prendere il bus.

Appena arrivati ad uno dei punti di visione, migliaia e migliaia di formichine cinesi si riversano sulle passerelle con un flusso che sembra non interrompersi mai. Per salire verso i punti di osservazione bisogna fasi largo a spintoni, sbatacchiando qua e là i cinesi che si fermano a scattare foto sui gradini. Alcuni poliziotti tentano disperatamente di incanalare il viavai incessante di visitatori, con scarsi risultati.

Il viewpoint numero 4 è quello che mostra gli scorci più belli. Per raggiungere la sommità bisogna fare una lunga passerella con centinaia di gradini. Credo di essere l’unico occidentale su questa passerella, perché gli altri del gruppo sono rimasti giù. Tra ditate e gomitate, riesco a farmi largo raggiungendo la piazzola di avvistamento proprio nel momento del tramonto, l’ora migliore, quando i colori sono più intensi. Le montagne sono un caleidoscopio di striature brune, gialle, nere, rosse, azzurre: davvero un arcobaleno terrestre. La foschia della sera che sta salendo tra i picchi produce uno scenario simile a un miraggio. Se non ci fosse tutta questa gente che spinge e strepita, sarebbe fantastico rimanere qui e volare con la fantasia tra i colori e le variopinte forme di arenaria, che assomigliano a castelli, coni, torri, uccelli e animali.

La cultura chimica mi porta a riflettere sui componenti minerali che si sono mescolati all’arenaria determinandone la cromia:

rosso: ossidi di ferro e nickel

giallo/arancio: zolfo rombico e solfati di metalli pesanti

violetto: ossido di cobalto

nero: residui carboniosi

rosa: sali di manganese

verde/azzurro: cloruri e solfati di rame e nickel

Il sole cala dietro le montagne colorate, portandosi dietro un po’ del contrasto dei colori, ma questo consente di vedere un altro fenomeno: come cambiano i colori col cambiare della luce.  In cielo, intanto, volteggiano i deltaplani a motore e i ritardatari salgono sulle mongolfiere ancora operative nel tentativo di cogliere gli ultimi sprazzi di luce.

All’uscita dal geoparco, la TV cinese sta intervistando il nostro gruppo, chiedendo soprattutto un parere sull’efficacia delle misure di sicurezza presenti nel luogo.

4 ottobre: il Qinghai e il monastero di Kumbum

Prima di lasciare Zhangye c’è ancora il tempo per vedere il Dafo Temple, che contiene un grande Buddha reclinato di legno lungo 34.5 metri e largo 7.5 metri tra le due spalle, con i piedi di 4 metri e le orecchie di 2 metri. Dietro il Buddha ci sono 10 discepoli e in due sale laterali 18 guerrieri. Le pareti della sala sono ricoperte da affreschi colorati che raffigurano episodi dei Sutra. Si dice che il temibile imperatore mongolo Kubilai Khan sia nato in questo tempio.

Nella grande piazza fuori dal tempio, tra Dafosi Lu e Ganquan Lu, la gente fa ginnastica mattutina seguendo il ritmo di un registratore.

Questa zona del Gansu è stata frontiera per gran parte della storia della Cina, costituendo un passaggio naturale verso la porzione dell’Asia centrale dell’impero. Zhangye si trova anche in una sezione importante della via della seta, conosciuta come la “porta del grande ovest“. Nel Milione, Marco Polo riferisce di aver trascorso un anno in una città chiamata Khanpichon che è stata identificata proprio con Zhangye. Qui infatti c’è l’unica statua di Marco Polo che abbiamo trovato lungo il percorso in queste regioni della Cina: ovviamente lungo la strada verso la stazione ci fermiamo a fotografarla.

Xining

Treno veloce delle CRH (China Railway High-speed) da Zhangye a Xining. Questi treni possono viaggiare fino a 400 km/h, ma in questo tratto di montagna la linea ha molte curve e gallerie, quindi durante il nostro viaggio il treno non supera mai i 200. Si entra nel Qinghai.

Xining è la capitale del Qinghai. Due milioni e mezzo di abitanti, in rapida espansione. Enormi palazzoni da 30 piani, tutti uguali e tutti brutti, tra cui ogni tanto spuntano le cupole dorate o verde smeraldo delle moschee (il 25% degli abitanti sono musulmani). Qui buddhismo, taoismo e Islam convivono in armonia.

Cantieri, scavi, autostrade e viadotti in costruzione, gru che spuntano dovunque sia a terra che sui piani intermedi degli edifici. Da qui in poi troveremo cantieri dovunque, senza soluzione di continuità. Due terzi della Cina sono un unico immenso cantiere: chissà dove vogliono andare, e dove arriveranno. Intorno, montagne innevate alte fino a 5000 metri: siamo in una zona intermedia tra Mongolia e Tibet.

Notiamo che mano a mano che ci si sposta verso est i controlli di polizia si diradano sempre di più. Sulle tavole dei ristoranti cominciano addirittura a comparire le forchette e i coltelli.

Monastero di Kumbum

30 km a sudovest di Xining, nella contea di Huangzhong, c’è uno dei più grandi e conosciuti monasteri buddhisti della Cina: il gompa tibetano di Kumbum.

Il monastero ospita oggi circa 400 bhiksu (monaci adulti), provenienti in gran parte dal Tibet e dalla Mongolia, ma prima della rivoluzione culturale erano più di 4000. I cinesi l’hanno trasformato in una grande attrazione turistica, costruendoci attorno un villaggio fatto di minimarket, banchetti di street food, ristoranti, negozi che vendono paccottiglia di dubbio gusto tra cui spuntano obbrobriosi cammelli di peluche, gilè in pelo di gatto e altre cianfrusaglie di plastica e di finta giada.

La visita al monastero è resa complicata dall’eccezionale afflusso di gente, per via della settimana di festa nazionale. Per fortuna una guida locale, assoldata apposta, ci porta tra gli edifici principali schivando la massa e descrivendoli con rapidità e precisione. La sala che colpisce di più è quella delle statue di burro, che i monaci realizzano impastando burro di yak con ghiaccio e acqua gelata. L’odore di stalla si sente distintamente: il burro di yak ha un alto contenuto di acido butirrico e capronico, che emanano un forte odore di capra e di sudore umano. Le statue però sono uniche, si trovano solo qui e in qualche altro monastero tibetano.

Come sempre, neanche qui si può fotografare, oppure bisogna rubare qualche scatto di nascosto, cosa che con la massa di gente che c’è in giro è praticamente impossibile.

Fuori, piuttosto spaesati per la grande presenza di turisti, arrivano fedeli che ripetono all’infinito il kora, giro delle ruote di preghiera (“chockhor”), rigorosamente in senso orario come prescrivono le regole buddiste. Secondo la tradizione del buddhismo tibetano, far girare questa ruota ha più o meno lo stesso effetto meritorio di recitare una preghiera. Ogni ruota infatti contiene delle preghiere. Facendo girare la ruota, la preghiera custodita dentro si sbriciola in tanti pezzettini che il vento trasporterà via in ogni direzione. Un giro di ruota corrisponde a una preghiera recitata e una costante pratica religiosa porta al fedele un karma positivo per la sua prossima vita. Per questa ragione, i fedeli posseggono anche una piccola ruota della preghiera personale, che fanno girare a qualsiasi ora del giorno mormorando sottovoce i mantra indipendentemente da quello che stanno facendo in quel dato momento.

5 ottobre: Tongren e i monasteri di montagna                 

Lungo la expressway S 202 da Xining a Tongren superiamo lo Hoang Ho, il fiume giallo.

La giornata di oggi è dedicata alla visita di alcuni suggestivi monasteri di montagna.

Alla periferia di Tongren il primo monastero che incontriamo è quello di Wutun, con un grande Buddha dorato che si staglia davanti alla montagna. Proseguiamo lungo gli altopiani a oltre 3000 metri d’altezza, superando un non meglio definito “mountain pass” a 3643 metri, tra prati costellati di genziane e piccole margherite, dove mandrie di yak e greggi di pecore e capre pascolano tranquille, fino al villaggio Guashizeyang e al piccolo monastero Gua Shi Ze.  Qui ci sono solo 20 monaci, ma ci accolgono con un calore inatteso. Offrono il loro cibo di giornata, burro di yak impastato con un cereale locale, facendo delle palline che poi verranno fritte. Offerta declinata, visto l’odore non troppo gradevole del pastone. Lasciamo un’offerta e un giovane monaco trascrive i nostri nomi in alfabeto tibetano su una specie di ricevuta, mettendo poi il foglio tra quelli con le firme dei donatori. Ci assicura che saremo oggetto di preghiere speciali.

Le montagne tutto attorno a Tongren sono tappezzate di bandierine colorate di preghiera (lung-ta, che vuol dire “cavalli del vento”). Grazie al vento, le bandiere diventano parte permanente dell’universo. Quando sbiadiscono, proprio come la vita va avanti e viene rimpiazzata da nuova vita, i tibetani continuano ad appendere nuove bandierine di fianco a quelle vecchie. Questo atto simboleggia il benvenuto ai cambiamenti della vita e il riconoscimento che ogni essere è parte di un circolo più grande.

Proseguiamo lungo le tortuose strade provinciali X601 e X403 fino alle rovine della città fortificata di Baijao (Baijao cheng, “città degli 8 angoli”), costruita durante la dinastia Han circa 2000 anni fa. Una piattaforma a 100 metri d’altezza, raggiungibile salendo una passerella di 457 gradini che un gruppo di coraggiosi decide di affrontare, consente di vedere l’estensione delle rovine e la loro caratteristica forma a quadrifoglio. Vicino alle rovine visitiamo un altro di questi sperduti monasteri di montagna: Bai Shi Ya, il monastero delle montagne bianche. Anche in questo, come nell’altro, ci lasciano entrare e si fanno fotografare per qualche minuto. Bisogna stare attenti, perché questo è uno dei rari monasteri buddisti di culto bőn, che richiedono che le visite, come le preghiere e tutto il resto, vengano eseguite in senso antiorario anziché orario come in tutti gli altri.

Proseguiamo verso Xiahe attraversando le sconfinate praterie di Ganjia e Sangke, ampie distese di praterie in altura (oltre 2500 mt) dove i tibetani portano a pascolare gli yak.

Xiahe

Xiahe è la più piccola delle città lungo il percorso: solo 80.000 abitanti, praticamente un villaggio per gli standard cinesi. Facciamo una passeggiata per Renmin Lu, la strada del popolo, lungo vialone centrale che corre parallelo al fiume Daxia He.  Sul viale si aprono negozi che vendono statue di Buddha, campanelli e piccole ruote di preghiera, sutra dipinti a mano e alcune sartorie per monaci con le tuniche e i mantelli nel tipico colore amaranto e i caratteristici copricapi crestati gialli. Alcune drogherie vendono prodotti derivati dal latte di yak (pani di burro e una specie di caciotta). Con una certa apprensione, perché c’è in programma l’indomani un volo interno, decido di comprare un coltello col manico in osso di yak intagliato (circa 60 € dopo contrattazione). Per fortuna, messo nel bagaglio di stiva, verrà accettato senza problemi.

Cena tipica tibetana alla Labrang Tavern. La base è una ciotola di brodo posta a riscaldare su un fornello ad alcool, in cui ognuno inzuppa e cuoce quello che vuole mangiare (manzo, agnello, verdure, tofu, funghi, zucche e patate), fino a quando è cotto. La cosa più buona è il brodo che rimane alla fine, che ha preso i sapori di tutti i cibi che ci abbiamo messo dentro.

6 ottobre: Monastero di Labrang

A Xiahe c’è il più importante monastero buddhista della Cina: il Labrang gompa, uno dei 6 grandi monasteri della scuola Gelupta (berretti gialli) del buddhismo tibetano. Il sito copre un’area di circa 900.000 metri quadrati e nel periodo di massima espansione ospitava circa 4.000 monaci, che dopo la rivoluzione culturale sono scesi a meno della metà.

Le visite individuali non sono consentite. E’ obbligatorio partecipare a una visita guidata da un monaco, in inglese. Noi partecipiamo a quella delle 10.15 (in alternativa, ce n’è un’altra alle 15.15). Nell’attesa, passeggiamo davanti al lungo kora attorno al monastero, 3 km con ben 1174 ruote di preghiera incessantemente percorse da fedeli.

Dentro, tra i numerosi templi, vediamo solo quelli che la guida ci consente di vedere, più qualche tratsang (istituto monastico) e le scuole d’arte e di medicina. Il monaco-guida è una specie di ducetto intransigente che parla veloce e invece di spiegare fa domande interrogandoci su cosa intendiamo per corpo, anima, felicità, verità, pace e via discorrendo, per poi proporci il modello filosofico buddhista con cui questi mantra sono interpretati. Dato che qualcuno tira fuori la macchina fotografica, ci invita esplicitamente a metterla via, non solo, ma anche a moderare le conversazioni durante le visite ai luoghi sacri. Meglio ancora, se possiamo, a stare in silenzio.

La cerimonia dei monaci di Labrang

Verso le tre del pomeriggio un grande trambusto proviene dal cortile principale del monastero. Decine di monaci a gruppi stanno convenendo sul grande piazzale, tutti con codazzo di gente dietro. I monaci portano dei tamburi a manico lungo decorati con terrificanti divinità tutelari dipinte a colori vivaci. Fanno cerchio nel piazzale e si mettono in testa il caratteristico copricapo giallo a forma di mezzaluna, mentre la folla si mescola tra di loro cercando un varco per l’obiettivo della macchina fotografica. Ma ecco che dall’ingresso principale del Tempio dei Sutra un altro gruppo di monaci esce portando a spalla due lunghissime e pesantissime trombe unite tra loro, poi le posa con grande attenzione sul suolo. Sono le famose dung chen: guardandole bene, saranno lunghe 4 o 5 metri. Intanto arrivano i due suonatori che fanno delle brevi prove, poi appoggiano la bocca delle trombe sulla spalla e si mettono in posizione di attesa. Finalmente entra il Jiamuyang, il Buddha vivente, terzo per ordine d’importanza dopo il Dalai Lama (capo spirituale e religioso esiliato in India) e il Panchen Lama (seconda autorità spirituale). Al suono dei piatti che tiene in mano parte la processione in girotondo degli altri monaci, che sorreggono un pesante tamburo circolare. Ogni minuto circa i due monaci suonatori danno fiato alle lunghe dung chen, producendo un suono profondo che pare un muggito, mentre altri monaci danno fiato alle buccine e a strumenti simili a conchiglie. La processione dei monaci intona con voce profonda la formula sacra “Om mani padne hum” (Salve o gioiello del fiore di loto), poi entrano tutti nella sala dei Sutra dove l’accesso a noi occidentali non è consentito.

Un misto tra danza e preghiera a cui si uniscono i pellegrini presenti, mentre noi scattiamo foto a profusione e facciamo decine di filmini col cellulare.

Notiamo una differenza netta tra questo monastero di Labrang e quello di Kumbum dove eravamo stati prima: qui a Labrang ci sono pochi turisti e tanti pellegrini che pregano e fanno il giro delle ruote di preghiera, mentre Kumbum sembrava più un’attrazione turistica che un luogo di misticismo religioso.

Nel pomeriggio, lungo trasferimento in pullman verso Lanzhou e da lì volo per Pechino.

7 ottobre: Pechino

L’ultimo giorno è dedicato a una rapida visita di Pechino, la Khanbaliq di Marco Polo. A Pechino il cielo è azzurro e terso. Dopo anni di concentrazioni altissime di smog, il governo cinese è riuscito a ridurre il livello di polveri sottili nell’aria nella capitale. Grande merito del presidente Xi Jinping, che ha deciso il trasferimento delle fabbriche più inquinanti in regioni di periferia e il divieto totale di uso del carbone persino nelle case.

Come al solito, dato che è festa nazionale, fiumana di gente in giro. L’accesso alla mitica piazza Tienanmen è addirittura canalizzato. La piazza è stracolma di gente. Foto ricordo del gruppo davanti a un grande monumento floreale e con il mausoleo di Mao Tse Tung sullo sfondo.  C’è ancora il tempo per vedere con calma la maestosa città proibita, “il più grande palazzo del mondo” realizzato durante le dinastie Ming e Qing.

Si torna in Italia stanchi per i numerosi spostamenti ma con gli occhi pieni di immagini e la mente piena di ricordi.

Grazie a tutti i compagni di viaggio.

Grazie a chi ha letto il diario e ha avuto la costanza di arrivare fino a qui.

 

Luigi

luigi.balzarini@studio-ellebi.com

 

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