Venezuela: Avventura e Relax

Ciao a tutti! Mi ritaglio un pomeriggio piovoso per darvi alcune istruzioni per l’uso relative a questo Paese affascinante e ricco di attrattive, che si distingue per la varietà di paesaggi ed ecosistemi, alcuni dei quali primordiali e con una fauna endemica davvero unica.
Per organizzare questo viaggio abbiamo cercato, come di consueto, di documentarci il più possibile prima di partire; a parte la destinazione Italiana per eccellenza (Los Roques) il Venezuela è ancora abbastanza poco noto al turismo di massa del nostro paese e questo, per fortuna, lo rende immune da quei vampiri che si chiamano agenzie di viaggio. Parallelamente, non troverete alcun tipo di struttura che somigli a quello che si aspetta il classico turista (dico turista, non viaggiatore) italiano: partite quindi con un pizzico di spirito di adattamento, vi aiuterà a godervi la vacanza al 100%!
Un’ultima postilla a questa introduzione: si tratta di un viaggio che non consiglierei a famiglie con bambini piccoli, per i quali le condizioni di alcuni luoghi ed escursioni sono senz’altro poco indicate.

INTRODUZIONE
Protagonisti di questo viaggio siamo, ancora una volta, noi quattro: Eva Ludovico Mauro e Pina, che da Padova e Perugia si danno come al solito appuntamento nel caos di Malpensa per partire alla scoperta del mondo!
Questa meta è nata un po’ per caso: il viaggio estivo per noi non può prescindere dal mare ma quello bello, e siccome siamo ormai di palato un poco fino le destinazioni vicine a noi cominciano a scarseggiare…e poi non dimentichiamo l’adagio di Mauro: finché si è “giovani e pieni di energia” bisogna fare i viaggi a lungo raggio, alle capitali europee penseremo quando saremo in pensione!
Ed io sono abbastanza d’accordo con lui, se non fosse che probabilmente la nostra pensione sarà così misera che passeremo le nostre vacanze in terrazza a bere the freddo, ma questa è un’altra storia…
Fatto sta che per noi l’area caraibica è sempre stata off limits d’estate per via della stagione umida (e quest’anno a parte tutto gli è andata proprio male con gli uragani, poveracci) quando mi avvedo che…ops! Los Roques sarebbe al di fuori del rischio acquazzoni-tifoni-uragani e compagnia bella per uno strano gioco di alisei, e che quindi si propone come meta fruibile in quasi tutti i mesi dell’anno come le compagne Aruba Bonarie Curacao (le ABC).
Dai racconti ed i siti vari (ce ne sono una marea, digitate Los Roques su Google e vedrete, ma basta leggere anche i racconti di nospam) sembra che il mare sia spaziale e quindi decidiamo: aggiudicata! Eh eh, volete sapere se è vero che il tempo è sempre bello pure a settembre? Dovrete leggere questo racconto fino in fondo!
C’è di più: non si fa tutta questa strada per starsene su un’isoletta, la sete di conoscenza arde dentro di noi! E’ per questo che, dopo affannose ricerche compriamo l’unica guida esistente in Italia sul Venezuela (ovvero, l’unica stampata dopo gli anni 80!), la Lonely Planet (un-nome-una-garanzia) e la divoriamo in cerca di altre informazioni. Scopriamo così che sicuramente visiteremo Canaima ed il Salto Angel (tra l’altro consigliata proprio nella stagione delle piogge poiché il Salto raggiunge la massima portata) e poi…dopo parecchia indecisione decidiamo di trascorrere qualche giorno anche nelle grandi pianure, i Llanos, a “caccia” (fotografica!) di quegli animali che si trovano solo in Venezuela. Anche se la stagione secca è più indicata, chisseneimporta, prenderemo 2 gocce…
Per il tour bisogna rivolgersi ad una agenzia locale: in Venezuela –almeno la prima volta – è meglio essere accompagnati: un paese con una tradizione turistica ancora allo stato embrionale, spazi immensi e collegamenti nulli o quasi! La scelta è duplice: contattate l’agenzia da qui (noi abbiamo scelto Venezuelaecotravel http://www.venezuelaecotravel.com, chiedete di Sergio Carli; e pare sia affidabile pure Energy Tour http://www.energytour.com), oppure una volta giunti in Venezuela. Noi tra l’altro abbiamo provveduto da soli a prenotare i voli interni sul sito di Avior: http://www.avior.com.ve , si paga con la carta di credito (attenzione! Se lo fate – ed è una compagnia serissima – ricordate di portare con voi la stessa carta di credito usata per prenotare!).
I voli possono anche essere inclusi nel pacchetto; in Venezuela non esiste una vera e propria compagnia di bandiera: quelle più “in voga” adesso sono Aeropostal, Rutaca, Avior e poche altre, ma solo Avior, per quanto mi risulta, ha un sito da cui prenotare on line.
Organizzare le date è stato laborioso, poiché, ad esempio, il volo (diretto) da Caracas per Canaima non è quotidiano (attualmente solo martedì, venerdì, domenica) e ce n’è solo uno al giorno, ad un orario pressoché incompatibile con qualsiasi altra cosa che non sia il pernottamento a Caracas città. Noi a Caracas ci abbiamo dormito la bellezza di 3 notti e, credeteci, non è poi così terrorizzante come vogliono far credere…
Comunque per i più timorosi consiglio un contatto quotidiano con il sito del Ministero degli Esteri (http://www.viaggiaresicuri.mae.aci.it) grazie al quale saprete in tempo reale se state per assistere a sommosse o colpi di stato, essere coinvolti in epidemie o travolti da catastrofi naturali; se volete evitare di girare stringendo il passaporto tra i denti potete comunicare il vostro itinerario da turisti fai da te al sito http://www.dovesiamonelmondo.it , ed infine, ma questo è davvero doveroso, non partite senza una bella assicurazione medica, noi ci siamo rivolti ad europeassistance, sul sito web omonimo (90 euro a testa per un mese ed un massimale di spese mediche pari a 25 mila euro cadauno; è compresa anche una polizza bagaglio supplementare con un massimale di 750 euro).
Sempre poi in ambito di preparativi, qualche cenno va fatto all’abbigliamento, alle vaccinazioni, al bagaglio, alla valuta, alle telecomunicazioni.
Per Los Roques prevedete davvero 4 cose in croce: canotte, parei, bermuda, un paio di infradito, costumi e nulla più, sarebbe sprecato. Per il tour è necessario qualcosa di più tecnico: scarpe da trekking, scarpe da ginnastica di ricambio, pantaloni lunghi, possibilmente di quelli che asciugano in fretta (fast dry), pantaloncini, magliette a maniche corte e lunghe, cappello, k-way e poncho impermeabile. Utilizzate borsoni morbidi e cercate di non eccedere i 10 kg di peso per i bagagli in stiva, è più facile di quanto pensiate. Per le vaccinazioni abbiamo deciso di seguire le indicazioni della nostra ASL, che ci ha sconsigliato vaccini e profilassi pesanti (tipo quella antimalarica) visto che avremmo soggiornato in un’area definita “a rischio” solo per 3 giorni: abbiamo quindi optato solo per i vaccini contro tifo ed epatite A, che hanno zero effetti collaterali e servono un po’ per tutte le aree del mondo, visto che ti puoi beccare queste malattie pure con un piatto di cozze, se sei particolarmente sfortunato. Sono 2 punturine (per l’epatite ci vuole il richiamo dopo 6 mesi) del tutto innocue.
La febbre gialla –che sarebbe l’altra vaccinazione consigliata dalla ASL-, non l’abbiamo fatta perché suggestionati dal racconto di un’amica che, a suo tempo, al terzo giorno dall’inoculazione del siero ha avuto la febbre a 40. Arrivati sul posto, tra l’altro, abbiamo incontrato un medico italo-venezuelano che ci ha detto che prendere la malaria al Salto Angel ed in Venezuela in generale (tranne forse in profonda Amazzonia) è davvero una possibilità remotissima, quindi ci ha confermato nella nostra scelta, che per altro è assolutamente personale e non vuole essere un consiglio per chi legge ma solo un dato da prendere in considerazione per decidere in totale autonomia. Questo non vuol dire che, poi, sul posto, non sia necessario difendersi meccanicamente dalle zanzare, quindi via libera ad indumenti coprenti e repellenti come l’OFF Scudo, con una alta percentuale di DEET (30%) o l’Autan Active, con il 20% di KBR, un principio attivo simile, un po’ più leggero. Abbiamo portato anche zampironi ed un fornelletto a batteria per la notte. Ad ogni modo ci aspettavamo di trovare un’invasione di zanzaracce ma in realtà poca roba.
Per la valuta: il Bolivar, la moneta locale, ha un cambio ufficiale con il dollaro fissato da Chavez a 2150 bvs e con l’euro a 3000 bvs. Capirete che cambiare l’euro è più conveniente! In realtà il Bolivar è stato volutamente svalutato dal Governo, tanto che non si riesce facilmente a prelevare valuta agli sportelli con la Visa, almeno a noi a Caracas è capitato così e non è stato un problema da poco, perché a parte i grandi centri commerciali e le –poche- zone turistiche non è proprio che tutti siano disposti ad accettare euro o dollari. Per fortuna siamo stati soccorsi da Sergio Carli, che ci ha sempre signorilmente anticipato tutto il contante di cui avevamo bisogno.
Infine con riguardo al telefonino: prende benissimo a Caracas ed all’aeroporto di Maiquetia. In tutti gli altri posti è il silenzio totale, circostanza decisamente benefica per la vacanza!
Riassumendo, il viaggio che è uscito fuori dal cappello dopo settimane di studio è il seguente…

31 AGOSTO – ITALIA-CARACAS
Volo Venezia/Perugia – Milano – Caracas di Alitalia, che oltre ad essere cara quanto e più delle altre (950 euroooo…a testaaaa) per poco non ci ha sabotato la partenza scioperando anche nel periodo di tregua sindacale e ci ha regalato un viaggio privo di qualsiasi amenità (2 micro-micro schermi per oltre 200 persone, film veramente cretini – almeno così mi sono sembrati, dalla piccionaia – e un equipaggio di signore di mezza età arcigne e di umore così nero che in confronto la Signorina Rottenmeier di Heidi era uno zuccherino). Non occorre certo che vi parli dei fantasmagorici pasti che ci vengono serviti, un mix tra la razione Kappa e il cassonetto dell’umido. Ma sì, si va in ferie…l’entusiasmo vince sul disagio, la noia, la stanchezza!
Dico fra me e me…taci va là che ‘sto giro l’Alitalia è almeno puntuale, anzi in anticipo…ed infatti alle 14.15 ora locale, 15 minuti prima del previsto e dopo 9 ore e 45 di volo liscio come l’olio avvistiamo la costa del Venezuela: evviva! Scendiamo dall’aereo ed espletiamo le formalità di ingresso (impronte digitali & co per il visto) in una mezz’oretta.
Una cosa non avevo considerato: che la puntualità del volo potesse avere un simpatico corollario…per decollare in tempo avevano deciso di sacrificare gli ultimi bagagli lasciandoli a terra…e tra questi, ahimè, c’era il nostro!
Recatami ancora sotto shock al desk dell’Assistenza Bagagli, sono ricevuta dal personale Alitalia, per il quale sembra che tale accidente sia più che normale; mentre penso con terrore che non abbiamo nemmeno un paio di mutande di ricambio costoro mi assicurano che la cosa avviene molto di frequente e che il bagaglio arriverà di certo, ma né oggi né domani, visto che il prossimo volo da Milano sarà solo tra 2 giorni.
Compilo il rapporto PIR e poi cerco dentro di me una reazione più adulta: CHESSARAMAI! Ho momentaneamente perduto tutto il vestiario mio e di mio marito – tra l’altro specifico per il trekking – , sono in una megalopoli da 7 milioni di persone, domani parto per una zona ai confini con la civiltà…ma sono in vacanza con i miei amici e dopotutto ciò significa una sessione supplementare, ancorché forzata, di shopping! Ce la faremo!
Comunque traggo un insegnamento da questa esperienza: devo smettere di volare Alitalia, con buona pace del sentimento patriottico, visto che, a conti fatti, i miei voli Alitalia con la nostra compagnia di bandiera hanno sempre coinciso con disagi più o meno accentuati: ritardi, scioperi, posti strettissimi, scarso comfort a bordo, personale scorbutico, una volta abbiamo patito pure il mitico overbooking, un qualcosa di cui avevamo solamente sentito parlare nei telegiornali finché non ci hanno lasciati a terra, ed ora perdita del bagaglio, tanto per completare la rosa.
Usciti dalla zona arrivi, troviamo Sergio Carli, la nostra guida: parla perfettamente l’Italiano (suo padre era di Asiago), è distinto e molto simpatico, e ci aveva aiutato, tramite un fitto scambio di e-mail, ad organizzare il nostro tour. Dopo aver vissuto le più varie esperienze –è stato anche pilota di cargo dell’aviazione commerciale- ha aperto quest’agenzia turistica che si occupa prevalentemente di organizzare escursioni e safari fotografici nelle diverse zone del paese; appena prima di accogliere noi aveva accompagnato una troupe della televisione francese che stava girando un documentario nei Llanos. Con lui abbiamo conversato per ore, di tutto e di più…ci ha raccontato con umorismo e competenza un sacco di cose sul Venezuela, la sua natura, la sua situazione politica, economica ecc.
Ci scorta fuori dall’aeroporto e…woooh, la prima sensazione è di un caldo-umido mostruoso! Ci accomodiamo subito sul suo pulmino che ha tutta l’aria di aver visto tempi migliori; Sergio interpreta il nostro sguardo e ci tranquillizza: è revisionato da poco! Non si è ancora spenta l’eco di queste parole che siamo fermi sulla superstrada di collegamento La Guaira-Caracas con il mezzo che sputa fumo fin dentro l’abitacolo…è stranissimo… a causa di lavori stradali si è formata una colonna imponente ed i radiatori di decine di veicoli hanno ceduto al caldo asfissiante! La cosa non ci turberebbe più di tanto se non fosse per noi di vitale importanza arrivare in città ad un’ora decente, ossia prima che chiudano i negozi …ed è così che Sergio, soccorso da un carro attrezzi materializzatosi dal nulla, ci infila su un taxi, sussurra all’autista la meta e ci spedisce diretti attraverso l’ingorgo verso la città, dandoci un po’ di contante e appuntamento per l’indomani.
La prima impressione di Caracas è quella di una città smisurata, trafficatissima, piena di smog; a destra e a sinistra le alture dell’Avila su cui si abbarbicano imponenti barrios di catapecchie, dove si ammassa la popolazione suburbana in condizioni davvero raccapriccianti…privi di fognature, dei sottoservizi di base tanto che quando piove troppo tutto frana…nel 1999 una simile tragedia cancellò quasi del tutto due paesi della costa con innumerevoli perdite umane…eppure procediamo curiosi ed affascinati, il quadro di insieme è interessante, sui muri si susseguono murales coloratissimi di pura propaganda politica Chavista, giganteschi manifesti pubblicitari in 3 dimensioni, grattacieli altissimi, ovunque i colori della bandiera venezuelana ed automobili di ogni epoca a condividere la carreggiata…alcune sono così scassate ed arrugginite che ci si chiede come facciano ancora a funzionare…decisamente pittoresco!
Il nostro Hotel (Hotel Campo Alegre) è un 3 stelle situato in un quartiere tranquillo e sicuro, Chacao. C’è una guardia armata all’ingresso e le camere sono più che accettabili, anche visto il prezzo, “ben” 38 USD a notte.
In realtà siamo stravolti, ma la necessità di assicurarci qualche indumento di mera sussistenza ci spinge ad avventurarci per le affollate strade della città (non ci è sembrato pericoloso), verso un mega centro commerciale a cinque piani chiamato SAMBIL…bastano pochi minuti di cammino ed entriamo in questo mostro, modernissimo, pieno di gente all’inverosimile e di una quantità di negozi capace di mettere in confusione anche il più furioso maniaco dello shopping! Purtroppo noi siamo troppo stanchi ed abbiamo troppa fretta per confrontare prezzi e negozi: in rapidità accaparriamo un po’ di biancheria ed il minimo indispensabile per trascorrere qualche giorno con dignità (a proposito, i prezzi –almeno al SAMBIL- sono abbastanza simili ai nostri) e facciamo per precipitarci fuori a metter qualcosa sotto i denti e poi svenire nei rispettivi giacigli…ma questa giornata non ha ancora finito di riservarci sorprese. Fuori dal centro commerciale si è scatenata un’autentica tempesta tropicale, con pioggia praticamente orizzontale, violente raffiche di vento…un’apocalisse! Scegliamo di assecondare il destino e di mangiare in uno dei ristoranti del SAMBIL: mentre fuori tutto ondeggia facciamo conoscenza con la cucina venezuelana. L’impatto è, onestamente, deludente. L’arepa è una tortina di mais fritta, molle dentro tipo polenta ed abbastanza poco sapida; ma la cachapa…ah, la cachapa! E’ sempre di mais ma tipo omelette, farcita con carne, formaggio, prosciutto…solo che il mais è dolcissimo…e l’effetto finale disgustoso!
Comunque, finito questo spuntino e con gli occhi ormai fuori dalle orbite constatiamo che la tempesta si è placata, usciamo dal SAMBIL, rientriamo in hotel e sprofondiamo nel sonno dei giusti (fuso orario permettendo, ovvero – ore 6…è bello essere distrutti e non riuscire ad addormentarsi!).

1 SETTEMBRE – DA CARACAS A LOS LLANOS:
Ci svegliamo con una giornata assolata e per nulla soffocante; Sergio Carli è puntualissimo, carichiamo le valige (altrui, sigh!) e, dopo una buona colazione in una elegante pasticceria del quartiere, ci dirigiamo (transfer A/R: 60 USD a testa) verso l’interno, passando per gli Stati di Carabobo e Cojedes, dove si trova il grande Ranch che ci ospiterà per 3 giorni: Hato Piñero (http://www.hatopinero.com). Sono 800 km quadrati tutti di proprietà di una sola famiglia, i Branger, che l’hanno aperta anche ai turisti ed hanno dedicato parte dell’area alla tutela della fauna autoctona.
E’ l’Hato (termine che significa appunto “tenuta”, “fattoria”) più conosciuto dei Llanos altos (pianure settentrionali) e per 118 USD giornalieri offre una sorta di esperienza naturale all inclusive. Vi si arriva in circa 6 ore, passando da Valencia, e le ultime 3 trascorrono praticamente già lontanissimi dalla civiltà, in mezzo ad una natura verdissima, che nella stagione secca assume tinte più “africane” (come nella savana, le strade sollevano nuvole di polvere ed il giallo è il colore dominante).
In effetti nel lodge ci si sente un po’ in Africa: struttura in muratura bianca e legno scuro, travi di legno, zanzariere alle finestre, arredo etnico-rustico, patio centrale. Attorno solo silenzio, vallate e foreste a perdita d’occhio, stalle per i cavalli dei Llaneros, recinti pieni del bestiame che viene allevato.
Le camere (il Ranch ospita massimo 36 persone) sono semplici, pulite ed hanno un o stile “etnico”, con il gusto del dettaglio. Nel bagno l’acqua è solo a temperatura ambiente e, come ovunque, non bisogna gettare nulla ma proprio nulla nel wc (beh, avete capito). L’umidità conferisce ad ogni cosa un po’ di odore di chiuso, ma nulla di intollerabile. Unico imprevisto: una cucaracha (scarafaggio) in camera e un piccolo scorpione in camera di una ragazza tedesca…brrr!
Sergio ci affida a Lesky, la nostra guida, e ci accompagna a pranzo.
I pasti ad Hato Piñero sono serviti in una stanzetta dove ci si accomoda attorno a piccoli tavoli in muratura; c’è un frigo da cui attingere a volontà acqua e bibite ed in genere si mangia un primo (una sopa, la zuppa: di cereali, zucca, fagioli ecc.), un secondo di carne (manzo o pollo), un contorno (riso a vapore, insalata di pomodoro, cetriolo, o una specie di pasticcio di verdure), un dolce (in genere piuttosto originale: budino di frutto della passione, la guayaba, che è un frutto tropicale…) Al posto del pane trovate il casabe, una specie di sfoglia sottile insapore fatta con la yucca. Il tutto è davvero buono, sano e… e tipico!
Già alle 15 partiamo per la prima escursione…i nostri compagni sono 2 socievolissimi ragazzi spagnoli in viaggio di nozze, Jorge ed Amalia, ed una ragazza tedesca, Laura. Saliamo sul camioncino scoperto e ci inoltriamo nella proprietà Branger muniti di macchine fotografiche e videocamere.
Mentre il mezzo si muove lento fra i sentieri già iniziamo ad avvistare la fauna: ecco un branco di capibara, uccelli variopinti (pappagalli, il garzon soldato, gli avvoltoi), i caimani che spuntano dagli acquitrini…fantastico! Lesky ci spiega ogni cosa con cura e con gli occhi pieni di questo paesaggio così fuori dal tempo ce ne torniamo al lodge, ceniamo e ci prepariamo per il giorno seguente.

2 SETTEMBRE – HATO PIŇERO
Oggi è il giorno della pesca dei piraña!
Dopo colazione saliamo sul camioncino e ci dirigiamo verso una sorta di fiumicello (il Rio Jeronimo) che si forma durante la stagione delle piogge. Il cielo è blu, il sole picchia e fa un gran caldo, ma noi abbiamo maniche lunghe e pantaloni lunghi per via delle zanzare (non sono molte, ma ce ne sono!), cappellino ed occhiali da sole.
Ci fermiamo su di un ponticello e Lesky ci fa avvicinare alla riva consegnando ad ognuno di noi un rotolo di filo da pesca alla cui estremità c’è il classico amo in cui ha infilato un pezzetto di carne cruda. Beh…questi pirana sono proprio tonti…basta lanciare l’amo in acqua che dopo pochi secondi si sente tirare! E così il nostro bottino di piraña (sono color argento con la pancia arancione e dentini aguzzi) è davvero ricco in meno di un’ora! Stasera ce li mangeremo pure, fritti! A questo punto saliamo su una barchetta ed iniziamo a risalire il Rio; l’acqua è piuttosto scura e, a destra e sinistra, la natura è rigogliosissima: alberi altissimi, mangrovie, ninfee, farfalle, fiori…
Ed è così che vediamo grosse iguane sui rami, tartarughe d’acqua, scimmiette, grandi uccelli preistorici con la cresta blu che al nostro passaggio stridono forte e sbattono le ali per difendere i loro nidi, tucani, insomma un’esperienza splendida!
Dopo pranzo partiamo per la seconda escursione: stavolta ci dirigiamo verso una parte dell’Hato dove abbondano i capibara, i caimani, le volpi. Ci fermiamo e scendiamo dal mezzo per vedere il sole che tramonta infuocando l’orizzonte e gli alberi, ed al nostro rientro ormai è già buio pesto: Lesky fa spegnere il motore ed i fari e ci troviamo immersi in una notte silenziosa e così stellata che sembra un presepio.

3 SETTEMBRE – DA HATO PINERO A CARACAS
Oggi è l’ultimo giorno, al lodge sono arrivate altre persone: 2 famiglie di Venezuelani e due giornalisti di Washington che intendono scrivere un servizio sulla tenuta. Dovremmo fare una gita a cavallo stamattina, ma i cavalli non sono sufficienti e quindi ci stipiamo sul solito camioncino. Tempo 3 minuti e ci ricordiamo che settembre è piena stagione delle piogge…speranzosi che sia il “solito, breve” acquazzone tropicale ci infiliamo i nostri ponchi impermeabili e teniamo duro…dopo due, dico due ore la pioggia, intensissima, non accenna a fermarsi, siamo zuppi fin dentro le mutande e ormai siamo capaci solo di risate isteriche…Lesky si muove a pietà e ci riporta a casa…siamo fradici e noi non abbiamo poi granché per cambiarci…tutti stendiamo i nostri panni dove possiamo, il corridoio del Lodge sembra un accampamento e con quell’umido non si asciuga nulla! Praticamente infiliamo nelle borse indumenti e scarpe ancora bagnate, pranziamo e poi accogliamo Sergio Carli che, puntuale come al solito, è venuto a prenderci per riportarci a Caracas!
Arriva con una notizia meravigliosa…in nostra assenza si è premurato di seguire la “pratica” del bagaglio smarrito e adesso ci comunica che è arrivato ed aspetta di essere ritirato all’aeroporto! Evvivaaaaa! Sono fuori di me dalla contentezza!
Con un sorriso a quaranta denti per questa lietissima novella mi sorbisco in stato di trance l’interminabile tragitto verso la capitale, meta di nuovo l’Hotel Campo Alegre. A mezza via ci fermiamo in una specie di Autogrill per fare il pieno e questo merita una digressione: essendo il Venezuela un grandissimo esportatore di petrolio (i giacimenti maggiori si trovano nella zona del Lago di Maracaibo e nel delta dell’Orinoco) sapete quanto costa la benzina? Fa una rabbia…87 bolivares al litro, circa 3 centesimi di euro…con un dollaro si fa il pieno ad un gippone della madonna!!!!
Arrivati in Hotel alle 19 circa, stavolta sono Pina e Mauro che esprimono il desiderio di tornare al Sambil, visto che nutrono poche speranze che le loro scarpe, fradice, possano asciugarsi in meno di un mese! Ci rituffiamo allora al centro commerciale, facciamo un po’ di shopping ed alla fine decidiamo, per stanchezza, di cenare al ristorante dell’hotel, dove con una cifra irrisoria (credo 5 euro a testa) mangiamo carne di manzo a sazietà.

4 SETTEMBRE – DA CARACAS A CANAIMA.
Di nuovo è la nostra guida ed amico Sergio che ci preleva in Hotel, ci porta a fare colazione e ci accompagna all’aeroporto Maiquetìa (si pronuncia Maichetìa), prima al Terminal Internazionale per prelevare il bagaglio smarrito e poi a quello Nazionale (che è alla destra del primo, a circa 300 metri) ed in particolare al desk di Avior per imbarcarci sul diretto Caracas-Canaima (prezzo A/R 318,00 €)
Una graziosa signorina con unghie davvero artistiche ed il figlioletto che giocherella accanto a lei dietro il bancone esegue il check in con estrema flemma e ci consegna il nostro biglietto…è il momento di imbarcarci e di salutare Sergio, che è stato davvero un punto di riferimento prezioso e disponibilissimo nell’organizzare il viaggio e nell’affrontarlo fino a qui.
Prendere un volo interno a Caracas è come aspettare l’autobus; dalla vetrata possiamo vedere parcheggiati sulle piste aeromobili di tutte le dimensioni…alcuni sono davvero piccolissimi; ogni gate serve per numerosi voli e bisogna attendere che un incaricato ti chiami a voce e ti faccia salire su un pulmino normalissimo, niente a che vedere con i moderni Cobus dei nostri scali.
Il nostro aereo (un Beech 900, mi pare) è davvero piccino, 19 posti – 8 a destra, 8 a sinistra e 3 in fondo – , un angusto corridoio tra le file di sedili, un vano dove accatastare i bagagli a mano accanto all’entrata, 2 piloti, nascosti da noi da un semplice separè, nessun assistente di volo, un’aria condizionata mostruosamente forte.
In compenso, l’apparecchio sembra nuovissimo, bianco e rosso fiammante con 2 motori a turboelica.
La giornata è bella e questo mi conforta parecchio…in effetti il decollo quasi non si sente e, a parte la rumorosità (il motore è pur sempre vicinissimo) il volo di 2 ore fila liscio come l’olio. Sotto di noi (voliamo bassi) scorre un paesaggio primordiale, e quando sorvoliamo il delta dell’Orinoco questo fiume ci sembra un nastro d’argento in mezzo al verde più intenso che si possa immaginare.
Quando manca poco all’arrivo passiamo sopra alla Laguna di Canaima e scendiamo in mezzo ai Tepuis, le antichissime montagne piatte che caratterizzano l’area della Guyana.
L’aeroporto di Canaima è lontanissimo dal nostro concetto di aeroporto…una pista di terra battuta e catramata che finisce in uno spiazzo dove si staglia titanica…una capanna di paglia con panchine di legno! Questo è lo scalo di Canaima!
Scendiamo elettrizzati dall’aereo e prima di uscire dal “recinto” (chiamarlo cancello sarebbe inappropriato!) paghiamo all’Inparques (l’Ente Parco Venezuelano) la tassa di ingresso di 8000 bvs a testa (circa 3 euro).
Troviamo subito il referente di cui ci ha parlato Sergio, il Sig.Guerra, che oltre ad essere il titolare dell’unico market (tienda) di Canaima gestisce anche una posada che si chiama Kusari…ma anche qui il termine posada è inappropriato…l’unica parola che rende l’idea è “tugurio” (e purtoppo per noi…lo scopriremo tra poco!). Costo dei tre giorni in pensione completa con escursione al Salto: 270 USD a testa.
Il ritiro dei bagagli è, come immaginate, assolutamente rapido ed “artigianale” (non ci sono nastri trasportatori sotto la capannuccia di paglia…e i passeggeri erano solo 19!) quindi saliamo tutti su un camioncino giallo scoperto; con noi ci sono due ragazzi inglesi, Nick e Sarah, in viaggio di nozze: poveretti! Già la Posada Kusari è indegna per un viaggio di piacere qualunque, figuriamoci per una romantica luna di miele!
Canaima è, in sostanza, un villaggio di indios: c’è la scuola, ci sono le abitazioni, la chiesa, i negozi, il campetto da calcio; in questi anni però, forte del fatto che è il punto di partenza privilegiato per le escursioni al Salto Angel si è convertito anche a centro turistico ed offre alcune sistemazioni di vario livello. Noi, dopo l’esperienza non proprio positiva della posada Kusari, che è senza dubbio una delle soluzioni più modeste di tutta Canaima, consigliamo di scegliere comunque il Waku Lodge o, in subordine, il Campamento Canaima che, da fuori, ci sono sembrate decisamente più accoglienti. Beh, in realtà quasi tutte le Posade da fuori ci sembravano più accoglienti della nostra! La Kusari, nella “periferia” di Canaima, consta di una struttura in muratura con tetto di lamiera; le camere sono 14, e si aprono su un piccolo portico; sono grandi circa 15 mq, e sono dotate di un letto (scomodo) e…basta! Il bagno è un buco e serve davvero tutto il proprio spirito di adattamento per servirsi del mini lavello, della doccia che sembra più una canna per annaffiare il giardino (acqua fredda, ovviamente) e del WC (anche qui non sognatevi di buttarci la cartaigienica!). Anche la pulizia non ci sembra ineccepibile e, nonostante le zanzariere alle finestre, ci sentiamo un po’ troppo alla mercè della natura e prima di addormentarci perlustriamo la camera con la torcia almeno 10 volte in cerca di cucarache, formiche e bestie varie.
Un’altra piccola pecca della Kusari è che i pasti si consumano sotto un gazebo, grazioso, accanto alla tienda del Sig. Guerra, quindi nel centro del paese, a circa 15 minuti a piedi dalle camere: ma non c’è un servizio di “navetta” la sera per andare e tornare da laggiù! Questo tutto sommato non è stato un dramma, però il sentiero era sconnesso e soprattutto privo di qualunque illuminazione a parte la luna e le stelle…era buio pesto e per fortuna ci eravamo portati le torce da casa… gli inglesi invece hanno dovuto acquistarne una…al negozio del Sig.Guerra!
Ma torniamo alla nostra giornata… Arrivando dall’aeroporto veniamo scaricati al negozio e ci accomodiamo sotto il gazebo per il pranzo, che è molto simile, come menù, a quello che ci servivano ad Hato Piñero: sopa, carne, riso, insalata, pane, bibite. Dopo di che il Guerra ci informa che di lì a pochi minuti partiremo per la nostra prima escursione alla Laguna, e che è opportuno che indossiamo sandali e costume da bagno.Ci rechiamo così alla Posada ci cambiamo ci ungiamo di repellenti quasi fino ad intossicarci, e partiamo su un camioncino giallo scassatissimo verso la riva della laguna. Ci accompagna un indigeno della Kurwaina Tours, l’agenzia che utilizza il Guerra per le escursioni; si chiama Vladimir, un nome che ci sembra tutt’altro che indio!
Tornati al gazebo dove avevamo pranzato, ci inoltriamo nella vegetazione e dopo pochi metri siamo già sulla riva della Laguna di Canaima…che dire, è davvero spettacolare, con tutte le sue cascate, all’orizzonte i tepuis…
Vladimir, che è rigorosamente a piedi scalzi, ci fa salire su una curiara (la canoa tipica del posto) a motore; indossiamo i giubbini salvagente e ci sistemiamo sui sedili a destra e a sinistra dell’imbarcazione. Subito facciamo rotta verso il centro della laguna; l’acqua è scura come la coca – cola e la saponina crea schiuma dove le correnti si incontrano. Il rumore delle cascate è sempre più fragoroso man mano che ci avviciniamo, scattiamo foto in abbondanza rapiti dalla bellezza del posto quando…a trenta centimetri da Ludovico sbuca sul sedile della barca un ragno di dimensioni mostruose…grande come una mano! Si potrebbe commentare: embè? A parte che nel dubbio quel ragno poteva essere velenoso, sia io che Ludo siamo insigni aracnofobi e così, in preda al terrore, lui si butta dall’altra parte della curiara in cerca di salvezza, mentre io emetto alti latrati tipo “aiutooo, aiutatemiiiii”…questa mossa irrazionale quasi fa cappottare la canoa con l’intera ciurma e mentre Vladimir invita alla calma, Mauro, con gesto atletico, fredda la creatura con un potente calcione…Ebbene si… anche i mega ragnacci tropicali dei documentari possono essere ammazzati con una scarpata, se assestata con la giusta forza…
In un’atmosfera da film horror la bestiaccia, ancora agonizzante, viene gettata in acqua dall’Indio che ci rimprovera di aver avuto tanta paura per un innocuo “water spider” (…e chi lo sapeva che era innocuo? E comunque era davvero orrendo), creatura secondo lui rispettabilissima, e di aver quasi rovesciato la barchetta…e in effetti finire dentro la laguna marroncina e schiumosa con il ragno ancora vivo sarebbe stato davvero traumatico…
Comunque, dopo aver controllato che il mostro non avesse altri parenti prossimi all’interno della canoa attracchiamo all’altra riva della Laguna e, ancora scossi, intraprendiamo il “sendero salto el Sapo”. Prima di inoltrarci di nuovo nella vegetazione per un tragitto di circa 15 minuti Vladimir ci mostra una formica abbastanza extra large e ci dice che si chiama “hormiga 24 horas”, perché se malauguratamente ti dovesse pungere ti verrebbe un malessere con febbre della durata di 24 ore: bello! E a noi hanno fatto indossare i sandali ! Oppure ci prendono in giro ed è tutta una palla perché si divertono a spaventare gli stolti turisti che vanno in panico per un ragnetto di 15 cm? Non lo sapremo mai! Detto questo, ci incamminiamo per un sentiero e dopo qualche minuto giungiamo ad una piccola spiaggia lambita da un’altra laguna, con l’acqua altrettanto scura. Di fronte a noi la cascata El Sapo, molto grande e ricca d’acqua. Vladimir ci dice che se vogliamo possiamo fare il bagno ed in men che non si dica resta in mutande (ebbene si) e si butta dentro la…coca-cola! Sembra davvero soddisfatto e mentre sto pensando che nemmeno a pagamento mi bagnerò in quell’acqua il nostro Mauro, che in un’altra vita neanche troppo remota doveva essere un ippopotamo si getta con rincorsa tra i flutti e comincia a nuotare con impeto genuino; a nulla servono i suo richiami a noi tre che lo osserviamo con un misto di ammirazione e sconcerto “…veniteee, è bellissima!”. Anche i due sposini inglesi si limitano a sedersi sulla sabbia, che è rossiccia come l’acqua, sempre controllando che la celebre formicona non li assalga rovinando ben 24 ore della loro honeymoon!
Mentre noi ci godiamo il paesaggio, spettacolare, Mauro esce ritemprato dall’acqua e ci dirigiamo tutti verso il Salto. Rimaniamo in costume, Vladimir ci fa riporre tutte le apparecchiature fotografiche in un grosso sacco di plastica e ci prepariamo a passare dietro il Salto, reggendoci ad alcune corde. Beh, la forza dell’acqua è davvero impressionante e proprio nel punto centrale della cascata la pressione è così pesante che per un momento quasi manca il respiro…fradici ma parecchio divertiti dall’esperienza sbuchiamo dall’altro lato del salto dove riposiamo qualche minuto prima di fare il percorso inverso.
Il ritorno verso Canaima prevede una strada diversa, si arriva esattamente sopra il Sapo, dove il corso d’acqua si getta nella laguna formando la cascata, e poi si procede all’aperto invece che dentro la foresta.
Ritorniamo verso i nostri alloggi con la consapevolezza che non ci attende né un letto accogliente né una doccia rilassante…dopo esserci rivestiti, ci dirigiamo alla tenda per la cena: il sole è tramontato e con l’ausilio delle torce avanziamo nel buio e nel silenzio ma camminare circondati dalle lucciole conferisce al percorso un alone di magia…che dura poco, perché la zuppa ci attende!
L’indomani è prevista l’escursione per eccellenza, quella al Salto Angel, e questo merita una breve digressione organizzativa. In genere l’escursione dura due mezze giornate: si parte dopo pranzo, si arriva ai piedi del Salto (Isla Ratoncito), si pernotta sotto una tettoia, dentro le amache, ed al mattino di buon’ora si affronta l’ultima ora di salita per arrivare sotto la cascata; dopo di che si ritorna e per il pranzo si è di nuovo a Canaima.
Noi invece abbiamo scelto l’escursione di un giorno, senza pernottamenti all’addiaccio, perché sentivamo che trascorrere una notte in amaca sarebbe stato davvero eccessivo: dopotutto siamo in vacanza, vorremmo almeno dormire! Io poi, dopo l’incontro con il water spider, sono ancora più convinta di aver scelto bene…dormire all’aperto e ritrovarmene uno addosso…l’idea mi fa ancora venire i brividi! Per onestà, però, dobbiamo avvertire che l’escursione in giornata al Salto è semplicemente massacrante…ed ora ve la raccontiamo…

5 SETTEMBRE: SALTO ANGEL ANDATA E RITORNO
La sveglia, impietosa, suona alle 5! Ci alziamo dal nostro giaciglio (letteralmente!) e fuori albeggia. Mauro esce un secondo dalla camera per una boccata d’aria e…rientra mangiato vivo dalle zanzare! Non fatelo, di notte sono assatanate! Ci laviamo e ci vestiamo seguendo le indicazioni di Vladimir: scarpe chiuse (pedule), calze, pantaloni lunghi (tecnici, fast dry), maglietta a maniche lunghe di cotone, cappello, costume da bagno; sotto e sopra ci ungiamo di OFF scudo. Zainetto con macchina fotografica e rullini in quantità, crema per le punture di insetto, poncho impermeabile, acqua da bere, ancora repellenti per insetti, salviette rinfrescanti e qualche altra cianfrusaglia.
Arriva il mirabolante camioncino giallo con Vladimir a bordo; saliamo – con noi ci sono pure i due sposini inglesi che, avendo mangiato pane e volpe, non hanno portato alcun indumento impermeabile e non sembrano neppure intenzionati a comprare i ponchi da quattro soldi del Sig.Guerra (braccine corte?)…mossi a pietà prestiamo loro i nostri K-Way e partiamo. Siamo ancora rimbambiti quando, tempo 5 minuti, ci scaricano a Puerto Ucaima, che è un punto del Rio Carrào a monte delle cascate della Laguna di Canaima. Saliamo su una curiara, che fortunatamente ha anche un secondo motore di riserva, iniziamo a risalire il Rio a velocità abbastanza sostenuta. La giornata è piuttosto bella ed il paesaggio attorno a noi è bellissimo, sembra di stare dentro il film Jurassik Park! Sulle rive del fiume, la cui acqua è piuttosto rossa e limacciosa, la vegetazione è lussureggiante e sullo sfondo ci sono maestosi Tepuis, le antichissime montagne piatte che caratterizzano questa Regione.
Il tragitto in barca è molto lungo, facciamo persino colazione a bordo. Per un paio di volte scendiamo e facciamo dei brevi tratti a piedi perché la curiara deve attraversare delle rapide e con tutto il nostro peso non sarebbe in grado di superarle.
Quando arriviamo all’Isla La Orquidea lasciamo il Rio Carrao per il Rio Churùn, un altro fiume che si addentra nel Canyon del Diablo, una profonda spaccatura del Massiccio dell’Auyan-Tepui, che poi è il Tepui da dove si getta il Rio Kerepacupai formando il Salto Angel.
E’ proprio questo Rio, che non è navigabile durante la stagione secca, che impedisce quindi che questa escursione possa essere fatta tutto l’anno. Man mano che ci avviciniamo alla meta il paesaggio diventa sempre più particolare e zigzaghiamo tra enormi massi grigi dalle forme strane; poi, finalmente, dopo circa 4 ore di navigazione, attracchiamo ad una riva fatta di grossi massi tondeggianti e insieme a Vladimir scendiamo dalla barca. Ecco, da lontano, il Salto Angel: siamo all’Isla Ratoncito! Vladimir ci dice che ora dovremo affrontare una salita abbastanza faticosa con buon ritmo; fa caldo e notiamo che prende con sé un sacchetto di plastica contenente 5-6 bottigliette da mezzo litro d’acqua: tutto qui? Ma noi abbiamo sete! Nemmeno il tempo di far questa osservazione che è già sparito nella foresta…
Ed è così che inizia la salita, o meglio l’inseguimento di Vladimir da parte della nostra piccola truppa (noi 4 più gli inglesi)…l’indio avanza come una saetta nella giungla più fitta, per terra c’è fango, intricate radici, fiori bellissimi… l’umidità si taglia con il coltello e noi abbiamo già il fiatone! Lui va avanti senza curarsene troppo e noi cerchiamo di stargli dietro anche perché non esiste un sentiero vero e proprio e ci perderemmo. Ad un certo punto, dopo 40 minuti, Vladimir si ferma e ci distribuisce il contenuto del sacchetto raccomandandoci di non bere tutta l’acqua (ben 50 cl!) perché mancano ancora i 20 minuti più duri e poi c’è tutto il ritorno…come??? Noi stiamo sudando come pazzi e abbiamo l’acqua razionata! Ci viene un po’ da ridere…ma questa guida cos’è, un marine? E se per caso uno di noi si ferma 3 secondi per riposare o inciampa in una radice che fa, lo abbatte con una fucilata per non rallentare la marcia?
Comunque, iniziamo l’ultima parte della salita, faticosa, e quando ormai non ne possiamo più sentiamo Vladimir che comincia a contare alla rovescia: sessanta, cinquantanove…e quando arriva ad uno si apre davanti a noi il Mirador del Salto Angel! Mi aspettavo uno spazio più aperto ed invece è una roccia piuttosto piccola, con un cartello sopra, sulla quale si affollano i gruppetti di turisti che via-via arrivano al traguardo: ci sono giapponesi, americani, europei…ma soprattutto giapponesi, vestiti in modo buffissimo (perchè inutile) per difendersi dalle zanzare, alcuni hanno in testa una specie di rete da apicoltori ed altri hanno uno zampirone contenuto in una scatolina di aspetto high-tech appesa al collo, altri infine dei curiosissimi scatolotti emettitori di ultrasuoni portati al polso come orologi! Il risultato finale è che non è semplice fare delle belle foto al Salto, perché c’è molta gente in uno spazio ristretto e senza grand’angolo è difficile fotografare insieme le persone e la cima della cascata o comunque rendere in pieno la maestosità del salto. Tra l’altro siamo fortunati, fino ad ora c’è stato il sole e la cima non è nascosta dalle nubi, come invece ci dicono che accada spesso.
Noi ci sediamo per riprenderci un secondo, siamo veramente sfiniti per la camminata, ma Vladimir già frigge di impazienza: dice che se vogliamo possiamo salire ancora un po’ ed andare a fare il bagno nella piscina dove arriva l’acqua della cascata, e così ripartiamo. Dopo 10 minuti arriviamo a questa pozza di acqua rossa formata dal Salto Angel: c’è un sacco di gente che, visto il gran caldo, si è spogliata e ci sguazza beatamente. Come ieri al Salto el Sapo nessuno di noi ritiene abbastanza invitante il color chinotto dell’acqua tranne Mauro: non facciamo nemmeno in tempo ad accorgerci che lo vediamo già in acqua che lotta contro la corrente per avvicinarsi alla cascata per un singolare idromassaggio! Anche gli sposini inglesi ci stupiscono e dopo un po’ li vediamo tubare su una roccia che emerge dal centro della pozza…noi ci limitiamo a filmare ed immortalare tutto l’insieme, decisamente singolare!
Dopo una mezz’oretta Vladimir ci dà la ferale notizia: ora bisogna rifare tutto nel senso inverso…è più o meno mezzogiorno e mezzo, e ci aspettano sulle rive dell’Isla Ratoncito per il pranzo.
Non vi racconterò la discesa, dico solo che ci è sembrata interminabile! Sulle rive del Churun presso l’Isla Ratoncito esistono alcuni accampamenti formati da basi in muratura e tettoie di legno, con un locale cucina e dei servizi igienici. Sotto la tettoia ci sono lunghi tavoli e panche per mangiare e poi una serie di amache appese alle travi del tetto a distanza regolare.
Beh, diciamo che le amache sembravano suggestive ma davvero scomode (chissà che umidità, di notte), le ragnatele sulle travi non dicevano nulla di buono ed i servizi igienici davano i brividi, ne uscivano certe zaffate…eravamo quasi contenti di tornare al tugurio per la notte!
Troviamo un fuocherello crepitante ed alcuni colleghi di Vladimir che stanno arrostendo il pollo, e così pranziamo con discreta voracità.
Non pago, Mauro si lancia nel Rio Churùn per l’ennesima nuotata mentre noi stendiamo i nostri indumenti sudati su una corda e cerchiamo di goderci gli ultimi attimi in questo luogo così straordinario.

Non sapevamo però che dovevamo cercare di goderci anche gli ultimi attimi…all’asciutto! Infatti facciamo appena in tempo a risalire sulla curiara che il cielo si rannuvola in un batter di ciglio e…comincia a venir giù un autentico muro d’acqua! Indossiamo subito i nostri ponchi e per un po’ funziona…ma l’acquazzone non accenna a smettere e ben presto siamo fradici! La barca continua a correre e noi immobili, rannicchiati, con gli occhi chiusi e rivoli d’acqua che entrano dappertutto…ad un certo punto diventiamo isterici ed infatti ridiamo come pazzi mentre Mauro canta a squarciagola Albachiara…gli Inglesi poi hanno solo i nostri K-Way e sono in condizioni pietose!
Un’ora e mezza e 50 cm di pioggia dopo, il cielo si rischiara…non ci sembra vero! Quando ci depositano sulla riva noto con soddisfazione che i pantaloni fast dry hanno funzionato a dovere. Sono quasi le 18 e sono 12 ore che siamo in giro…però, che giornata fantastica!
Una bella doccia fredda nel tugurio ed una cenetta “tipica venezuelana” sono quello che ci vuole per renderla davvero indimenticabile: basta prendere tutto con filosofia!

6 SETTEMBRE: VERSO IL MAR DEL CARIBE (FORSE)
Oggi partiremo verso le 14.00 per rientrare a Caracas. Fino ad allora la giornata è libera. Dormiamo un po’ di più, facciamo colazione alla Tienda e prepariamo i bagagli. Poi visitiamo il negozio di artigianato che si trova vicino al Waku Lodge: ci si trovano souvenirs carini ed economici. Fuori dalla bottega, sugli alberi, alcune scimmiette giocano con noi: sono curiose e smorfiosissime e scattiamo loro un sacco di foto!
Visto che la giornata è di nuovo piuttosto bella torniamo sulla bellissima spiaggia della Laguna notando con disappunto che il Campamento Canaima ed il Waku Lodge sarebbero state senz’altro sistemazioni più decorose e la differenza di prezzo sarebbe stata comunque ben spesa.
Dopo pranzo il Sig.Guerra ci riaccompagna all’aeroporto…se così si può definire! Già cominciamo a pregustare i bagni nell’acqua cristallina dei Caraibi, le ore passate sulla sabbia a rilassarsi…wow!
Un incaricato di Avior registra il nostro bagaglio e ne approfitto per chiedergli se il volo è in orario, visto che non abbiamo moltissimo tempo tra l’arrivo a Caracas e la ripartenza per Los Roques…lui mi risponde di sì ma, ahimè, impareremo presto quanto possa essere scarso per un venezuelano il valore di un’orario!
Infatti si fanno le 14.00 e non atterra nessun aereo…ritorno dal tizio e gli chiedo notizie. “Ahorita, ahorita!” Mi dice lui, lasciandomi intendere che l’aggeggio atterrerà a minuti…e invece niente…un po’ inquieti, dopo un po’ apprendiamo l’amara verità: l’aereo arriverà alle 15.30 e decollerà non prima delle 15.45! Quindi perderemo il volo per Los Roques, che è alle 17! Disdetta!
Ma io non mi arrendo: siccome i due voli sono entrambi Avior chiedo all’omino se può avvertire dell’inconveniente l’aeroporto di Maiquetia: magari ci aspettano…lui fa un paio di telefonate e torna dicendomi che appena atterrati troveremo un certo Miguel della compagnia, che si occuperà della coincidenza: speriamo bene!
Finalmente il tizio che ci ha fatto il check in…artigianale si infila un giubbottino fosforescente, un paio di cuffie antirumore, prende 2 palette colorate e…corre in pista per segnalare all’aereo dove atterrare (ecco un buon esempio di ottimizzazione delle risorse umane! Non mi stupirei se adesso indossasse la divisa da pilota e si mettesse alla guida dell’apparecchio!).
E così partiamo alla volta di Caracas, il volo è decisamente più breve che all’andata, poco più che un’ora e mezza. All’arrivo ci precipitiamo all’uscita, troviamo il Sig.Miguel che ci fa prendere i bagagli e corriamo corriamo nella speranza di imbarcarci verso i Caraibi…invece…veniamo accolti dal personale di Avior che ci comunica che abbiamo perso l’ultimo volo della giornata e ci riproteggeranno sul primo di domani; intanto ci offrono l’albergo, la cena ed il transfer. Beh, dai, mica male come servizio!
Mentre saliamo sul taxi offerto da Avior pregustiamo una doccia vera in un albergo vero…non tutti i mali vengono per nuocere, e comunque domattina alle 8.30 saremo a Los Roques senza compromettere la nostra prima giornata di mare.
Avior ci alloggia in un discreto hotel di Macuto, un sobborgo sulla costa vicino alla Guaira, la località dell’aeroporto.
Una bella doccia e siamo già al ristorante dell’Hotel per una cena decisamente pessima, ma chi se ne importa, tra l’altro paga Avior! Avvertiamo la Posada che arriveremo l’indomani e andiamo a dormire…stavolta non ci sono altri ostacoli tra noi ed il mare!

7-15 SETTEMBRE: LOS ROQUES!
Il taxi di Avior ritorna puntualissimo e ci deposita al Terminal voli nazionali. Il nostro volo è operato da Aerotuy; paghiamo la tassa di uscita (15.000 bolivares a testa) oltre a 23.000 bolivares di eccedenza bagaglio complessiva (puoi imbarcare al massimo 10 kg a testa e noi avevamo una dozzina di kg in più in 4) ed andiamo ad attendere all’imbarco.
Il nostro aereo è uno spettacolare quadrimotore da 50 passeggeri circa, praticamente è come stare su un autobus, vola talmente basso e lento!
Il tragitto è brevissimo (35 minuti): nemmeno il tempo di prendere un po’ di quota che sotto di noi iniziano a sfilare atolli dalle sfumature meravigliose e noi non stiamo più nella pelle!
Quando atterriamo il sole è alto ed il cielo limpidissimo. Anche l’aeroporto di Los Roques è poco più di una capanna e di una pista in terra battuta! Troviamo subito Alex, il ragazzo della Posada che abbiamo scelto, la Lagunita. Ci aiuta a ritiriare i bagagli, poi paghiamo la tassa di ingresso al Parco (29.400 bolivares a testa, circa 10 euro) e con pochi passi entriamo nel paese di Gran Roque. La Posada Lagunita è una delle prime arrivando dall’aeroporto.
Ci accoglie Enrico, il gestore, che ci fa accomodare ad un tavolo dove c’è ogni ben di Dio per la colazione, e mentre ingurgitiamo frittelle, torta e caffè, ci descrive la vita in Posada e ci fornisce le prime informazioni necessarie a trascorrere al meglio il nostro soggiorno.
E qui, prima di raccontarvi come ci siamo trovati alla Lagunita (http://www.posadalagunita.com), è d’uopo spendere qualche parola sulla scelta della posada.
A Los Roques esistono una sessantina di posade (vecchie case di pescatori, con poche camere), di vario livello, per complessivi 600 posti letto circa. Circa il 60% sono state acquistate da italiani. A mio avviso, basta evitare quelle che hanno fama di essere davvero “spartane” (tipo Los Kankises, la Roquelusa, Donna Magalis); per il resto…che senso ha pagare 250 USD al giorno al Macanao Lodge, la più cara dell’isola? Tanto il sistema fognario del paese è sempre quello, non sentirete la mancanza dell’acqua calda e allora il prezzo può essere un criterio interessante per orientare la propria scelta. In questo senso le posade più “gettonate” e recensite sono La Lagunita, La Movida, l’Acquamarina, la Mediterraneo e qualche altra, ma ciò non significa che non ve ne siano altre di assolutamente adeguate, è solo che mancano i relativi resoconti o ce ne sono troppo pochi rispetto ai feedback disponibili per le più conosciute.
Secondo noi la Lagunita è una delle migliori perché:
1)ha un prezzo competitivo (noi abbiamo pagato 70 euro al giorno in all inclusive – ed è un VERO all inclusive! – una formula che stavolta ci sentiamo di consigliare: il paesino di Gran Roque è davvero piccolo e tutti cercano di spennare i turisti, ad esempio ti chiedono 10 dollari per un flacone piccolo di bagnoschiuma, o prezzi assurdi per un cocktail sulla spiaggia!
2)puoi pagare tramite bonifico su conto corrente bancario italiano, costa meno e dà maggiore sicurezza;
3)ha una propria barca per le escursioni;
4)le escursioni alle isole vicine (Madizqui, Francisqui, Cayo Pirata) sono comprese nel costo dell’alloggio, e questo lo fanno tutti, però dal costo extra delle escursioni (da 12 USD a 24 USD) vengono sempre detratti i 5 USD di costo della escursione base, e questo non lo fanno tutti;
5)last but not least… Abbiamo perso una notte per via del volo in ritardo, ed invece di 140 euro in due per quella notte ci hanno addebitato 50 euro in tutto…una gentilezza che comunque conta, perché con i 90 euro risparmiati ci siamo pagati quasi tutte le escursioni extra.
L’edificio della posada è piuttosto ben tenuto, arredato con gusto, ben pulito. E’ una delle posade più vicine venendo dall’aeroporto, e di fronte trovate la cabina telefonica della Cantv (con una tesserina da 11.000 bvs, chiedete ad Alex di procurarvela, telefonerete in Italia per 24 minuti); entrando si apre un lungo corridoio su cui si affacciano le camere, ed alla fine di esso si trova la grande sala comune, dove si cena tutti insieme, con la cucina ed un’altra camera, la 7, che è stata assegnata a noi.
Sulla destra si salgono i gradini e si giunge in una magnifica terrazza con divani ed amaca, dove si serve l’aperitivo alle 19.00. Accanto c’è una terrazza più piccola dove si può stendere la biancheria. A proposito, con una piccola mancia vi laveranno anche i vestiti, se volete! Inoltre sono disponibili anche dei teli mare per gli ospiti che non vogliono sprecare spazio in valigia, ma vi avviso che sono piuttosto vecchiotti. C’è anche qualche paio di pinne, noi ad esempio le abbiamo usate sempre ma se siete dei patiti dello snorkelling forse e meglio ve le portiate da casa.
Le camere sono molto graziose, tutte munite di aria condizionata; i bagni sono piuttosto semplici ma carini, insomma non manca proprio niente, so che c’è in programma una ristrutturazione per fare la posada ancora più bella.
Per prenotare inviate una mail ad Andrea, lui vi dirà se c’è posto, poi vi procurerà, se volete, i voli interni (100 euro A/R) e poi basterà versare un acconto del 30% sul prezzo del soggiorno più i 100 euro dei voli sul suo conto italiano, il resto lo salderete sul posto, a fine vacanza.
Anche se il proprietario è Andrea Piccini, lui spesso sta a Caracas da dove provvede a tenere i contatti con i potenziali ospiti, spedisce le provviste, coordina il transfer dal Maiquetia a Los Roques prenotando i voli interni ecc. Noi, ad esempio, non abbiamo purtoppo avuto il piacere di conoscerlo. La gestione è stata affidata da Andrea alla “nonna” Enrico, una persona che vive a Los Roques da dieci anni (è di origine ascolana) e la cui missione è quella di far sentire gli ospiti della Lagunita come a casa. Beh, che dire di lui, è un vero personaggio! Anche se sembra un po’ “fuori”, un po’ stralunato, un po’ “in viaggio” (!), anche se si concede forse un po’ troppo al vizio del fumo e non disdegna affatto il rhum, è un padrone di casa attento ed “amorevole”, che si adopera per soddisfare ogni richiesta, ti invita ad entrare nel giusto spirito roqueno ed a far festa, conferendo così alla posada quell’atmosfera familiare che abbiamo tanto apprezzato. Non vi diciamo di più, dovete provare!
Accanto ad Enrico troverete una serie di personaggi venezuelani fondamentali per sentirvi davvero coccolati: da Alex, un ragazzo d’oro che sa fare davvero tutto compresi ottimi aperitivi, a Chicco, alla cuoca, alle ragazze che puliscono la posada, ai ragazzi membri della ciurma della barca Tatin Pampatar, che ti conducono in giro per questo paradiso, ti scaricano su lembi di sabbia-borotalco e, mentre tu ancora non riesci a capacitarti di dove sei, ti piantano l’ombrellone (uno per coppia), ti forniscono di due sedie e un frigorifero pieno di vivande e scompaiono come per magia…
Per farla breve, è utile raccontarvi la giornata tipo del fortunato ospite della Posada Lagunita!
Ore 8.00: sveglia e colazione collettiva: caffè, latte, succhi di frutta, pane burro, marmellata, cioccolata, pancakes, torta, frutta, prosciutto e formaggio.
Ore 9.30 circa: si parte (a piedi) con i ragazzi della barca verso il porticciolo (3 minuti) e ci si imbarca per la destinazione prescelta la sera prima. Se tutti non vogliono andare nella stessa isola, Enrico ed Alex troveranno il modo di farvi accompagnare dove desiderate, quindi, nessun problema.
Ore 9.40 -10.00 – 10.30 circa (a seconda della distanza dell’isola prescelta da Gran Roque: da 5 minuti ad un’oretta di navigazione): si arriva in spiaggia e…inizia il relax! Nuotare, abbronzarsi, dormire, leggere un buon libro, ascoltare musica e mangiare quanto si trova nel frigo, chiacchierare con i compagni di vacanza: queste sono le occupazioni principali dei novelli Robinson Crusoe, visto che, al 90% dei casi, sull’isola sarete solo voi! Non è fantastico?
Nel frigo, uno per coppia, troverete: un panino (prosciutto, tonno ecc), una vaschetta di insalata di pasta o di riso, frutta, bevande e birra, biscotti, patatine. Non patirete la fame di sicuro!
Ore 17.00: quando il sole già inizia a perdere intensità (attenzione! Il sole è fortissimo e la sabbia chiarissima riflette tutto! Inoltre la brezza costante è traditrice! Non arrivate con protezioni inferiori a 30 ed usatele tutta la vacanza, diventerete nerissimi ugualmente!) si torna alla Posada, dove vi aspetta la pizza calda ed una bibita o un caffè. Dopo di che, tutti sotto la doccia o a veder tramontare il sole sul mare!
19.00: rilassati ed unti di doposole, si sale in terrazza dove Alex già traffica con l’aperitivo del giorno, con sottofondo musicale latinoamericano; nel frattempo Enrico ha preparato tartine, insalate di pesce (cheviche), patate fritte, olive ascolane, olive, palmitos, il tutto in un continuo tour de force gastronomico…
Ore 20.00: mentre finiamo di chiacchierare guardando le stelle, Alex sale ed annuncia: “familia, la cena està servida!” E così, anche se siamo già pienissimi, ci sediamo attorno al festoso desco… la regola vuole che gli ultimi arrivati si siedano all’estremità del tavolo vicino alla cucina e poi, via via, si posizionino gli ospiti “anziani”, cosicché man mano che la fine del soggiorno si avvicina, ahimè, ci si sposta verso l’altro capo del tavolo! Inoltre nella posada esistono un Sindaco ed un Assessore all’alcool, ognuno connotato da tipici oggetti simbolici (tipo il vasone delle pesche sciroppate)…e la sera prima di partire il Sindaco e l’Assessore nominano i rispettivi successori scegliendoli tra coloro che rimangono…
I compiti di queste due “istituzioni” sono, rispettivamente, coordinare i desideri di ciascuno quando, durante la cena, si decide su quale isola trascorrere il giorno seguente, e di far bere agli ospiti quanto più alcool possibile!
Ore 22.00 circa: dopo aver mangiato primo, secondo, contorno, dolce, caffè e bicchierino della staffa, dopo essersi esibiti in manifestazioni varie di convivialità, ognuno è libero di uscire a passeggiare per il paese, al centro del quale c’è una piazzetta dove si balla al ritmo di DJ Ozono, salire in terrazza a chiacchierare oppure crollare intontito da 6 ore di sole assassino e da continue mangiate!
A questo punto è bene spendere qualche parola sui nostri compañeri di posada, che sono stati senz’altro uno degli ingredienti della buona riuscita del nostro soggiorno!
Ci sono Ivana e Remo, di San Remo (!), incalliti viaggiatori, che sono stati rispettivamente Sindaco ed Assessore; ci sono gli allegri ragazzi di San Benedetto del Tronto (Giulio, Luca, Alfredo), giunti a Los Roques in cerca di festa e casino (forse per loro era meglio Isla Margarita…), e la loro amica Luisa, italovenezuelana arrivata per trasferirsi a studiare a Caracas; poi abbiamo Cecilia ed Andrea, di Nonantola (Mo), davvero in gamba e molto socievoli; gli sposini in luna di miele Valentina e Paolo, di Voghera, che si sono trovati il topo in camera (!) e l’hanno presa con discreta filosofia; Alessia e Giancarlo, romani, arrivati a Los Roques oltre che per rilassarsi per trovare spunti utili al loro progetto di cambiar vita e trasferirsi definitivamente in qualche posto esotico del pianeta, lasciandosi alle spalle il freddo ed il lavoro dipendente.
Il paese di Gran Roque è piuttosto piccolo, una manciata strade di sabbia. La gente che lo abita è piuttosto allegra e festaiola, praticamente è tutto un bere birra Polar e ballare; ci sono molti giovani e bambini e le donne sono vestite per lo più con abiti attillati, anche quelle che…ehm, non potrebbero permetterselo! C’è qualche bar ed un paio di locali tipo discoteca, l’ambulatorio medico con annesso dentista, sempre superaffollato (noi ci siamo andati perché correva la voce che a Canaima dentro qualche puntura d’insetto potessero nascondersi le larve della bestia che ti aveva punto, con rischio di infezione, ed il medico poteva accorgersene in tempo…Poi c’era troppa folla ed a me la cosa puzzava di leggenda metropolitana, così ho desistito e vi assicuro che a distanza di due mesi dal mio corpo non è uscito ancora nulla del genere!)…incredibile, noi che ce la meniamo tanto con la privacy…nella sala d’aspetto c’era una pianta delle case del paese, tutte numerate, e nella legenda in basso erano indicate le patologie di cui soffriva ciascun abitante, dalla pressione alta al diabete!
Poi in paese trovate qualche negozietto, la scuola, la chiesa in riva al mare, senza pareti, praticamente un gazebo! Insomma, sembra un’isola inventata ed invece ci vivono circa 1000 persone, quasi tutte con gli stessi due cognomi!
Ed ora veniamo al pezzo forte…il mare! Signori e Signore, ci inchiniamo davanti ad un mare di una bellezza sconfinata, con colori incredibili ed acqua calma e caldissima, a spiagge da sogno con sabbia finissima e bianca come la farina, costellata da centinaia di conchiglie di botuto, a cieli blu da favola (ebbene sì, MAI una nuvola, MAI una goccia di pioggia, soltanto sole, sole, sole, una temperatura di circa 30 gradi ed una piacevolissima, costante brezza)…davvero, una bellezza che ha superato le nostre attese!
Sulle isole dell’arcipelago sono state scritte tonnellate di carta e di racconti, quindi ci limiteremo a darvi un sintetico commento e voto per ciascuna delle nostre gite:
7 Settembre: Crasqui, distanza 20 minuti (in corrispondenza con la festa della Virgen del Valle, con annessa processione di barche e ubriacatura collettiva, e quando dico collettiva intendo che non c’era un popolano sobrio in tutta Los Roques!): voto 9, mare spettacolare, tanti cagnolini, isola grandicella con ristorante da Juanita e spiaggia luuunga per passeggiare fino a Playa Norte;
8 Settembre: Madrisqui, distanza 5 minuti: voto 9, si può andare a piedi a Cayo Pirata…i pellicani sono uno spettacolo quando si tuffano in picchiata per catturare i pesci…
9 Settembre: Carenero, distanza 40 minuti: voto 8, spiaggia stretta sul retro, bella barriera, ottima aragosta, arepitas, pesce e birra da Ezequiel (20 euro a testa, 60.000 bvs, non è poco per il Venezuela ma ci hanno servito due aragosta taglia un paio di Kg a testa!)
10 settembre: Boca de Sebastopol e Buchyaco, distanza 50 minuti, voto 8,5, un lembo di sabbia in mezzo al nulla, barriera corallina e poi, tornando, tappa presso un relitto in un luogo dove giacciono sul fondo del mare centinaia di stelle marine, fantastico!
11 settembre: Cayo de Agua, distanza 1 ora, voro 10 e lode! E’ uno spettacolo, 2 isole unite da un lembo di sabbia, colori indescrivibili, nemmeno le foto rendono l’idea!
12 settembre: Francisqui, distanza 5 minuti, voto 8, 3 isole (alto, medio, bajo) collegate, più affollate delle altre, una “laguna” circondata dalla barriera dove abbiamo visto il barracuda del secolo, un bestione impressionante!
13 settembre: Noronquì, distanza 20 minuti, voto 7,5, l’isola che ci è piaciuta meno (ed è tutto dire), un po’ di alghe, spiaggia non ampia, un po’ di scogli.
14 settembre: Espenquì e Sarquì, distanza 25 minuti circa, voto 9 specialmente Espenqui che è davvero bellissima, mare strepitoso, possibilità di passeggiare, bella barriera; a pochi metri c’è la bella Sarquì, famosa per essere popolata da alcune tartarughe che si possono vedere facilmente dalla barca e se si nuota veloce…anche dal vivo!
15 settembre: l’ultimo giorno lo dedichiamo al ritorno a Cayo de Agua, che ci ha lasciati così entusiasti che vogliamo ricordarcela proprio bene…e col senno di poi valeva proprio la pena tornarci…
Una piccola postilla sulla fauna marina: a Los Roques troverete tratti di barriera corallina, anche a pochissime bracciate dalla riva. I coralli e le attinie sono abbastanza variopinti, e potrete ammirare anche i tipici pesci tropicali (il pesce pappagallo, il pesce angelo ecc.), tuttavia è bene sapere che sono più piccoli e molto meno numerosi di quelli che potete vedere alle Maldive.
Insomma, il nostro soggiorno volge a termine…abbronzantissimi, rilassatissimi, soddisfattissimi e…un po’ ingrassati, facciamo i bagagli e ci prepariamo per un lungo viaggio.

Pin It
Tags:

Lascia un commento

Commenta con Facebook