Viaggio nel Giappone sud-occidentale (Kyushu, Shikoku, Miyajima)

Questo è una specie di report del mio viaggio di una settimana nel Giappone sud-occidentale (Kyushu e Shikoku), avvenuto la scorsa estate (Precisamente, dal 13 al 19 agosto del 2005). L’avevo scritto per amici e parenti… ma mi farebbe piacere se servisse a qualche viaggiatore interessato a un Giappone diverso dalle solite (per quanto stupende) Tokyo, Kyoto, Nara, ecc…

Ciao a tutti,
io e Silvia siamo finalmente tornati dopo un intenso viaggio di una settimana. Abbiamo visto, fatto, e provato un sacco di cose diverse, sfruttando a pieno i sette giorni che ci offriva il nostro JR Pass, e siamo molto soddisfatti. Abbiamo passato molte ore sui vari treni (che fortunatamente non dovevamo pagare ogni volta) ma questo ci ha dato anche l’occasione di vedere città e paesaggi che cambiavano man mano che ci spostavamo da una parte all’altra del Giappone.

Sabato 13 ci siamo alzati molto presto per poter prendere un posto sul rapido Shinkansen, dato che non eravamo riusciti a prenotare in tempo. Fortunatamente, abbiamo sempre trovato posto sui treni, che sono tra l’altro piuttosto comodi, quindi il viaggio è stato molto meno stancante di quanto ci aspettassimo. La nostra prima tappa era Tokushima, nell’isola sud-occidentale di Shikoku (Tokyo, invece, è nell’Honshu), e raggiungerla ha richiesto un certo numero di cambi in varie stazioni, ma alla fine siamo riusciti a giungere a destinazione nel primo pomeriggio.
Il nostro obiettivo erano le danze “Awa-odori”, una delle tante manifestazioni estive che pullulano in Giappone. Questo particolare tipo è celebre nella zona di Tokushima, anche se è stato esportato persino a Koenji, un quartiere di Tokyo molto vicino alla nostra abitazione. Secondo la nostra guida, le danze si protraevano fino alle sei di mattina, quindi, anche a causa del costo spropositato che gli alberghi assumono nei quattro giorni di festa, abbiamo deciso di dormire il giorno successivo sul treno, e stare tutta la notte a goderci le awa-odori. Prima, però, siamo andati in un “sento” (bagni pubblici) a lavarci per bene e a indossare i nostri yukata (kimono estivo) regalatici dal nostro amico “Panman”, per entrare ben bene nello spirito della festa. Verso le diciotto, i balli sono iniziati, e la gente ha preso a danzare per le strade a ritmo di flauti, tamburi e shamisen (uno strumento a corde). C’era anche la possibilità di guardare da alcune postazioni con gradinate, quindi, visto che ci aspettava una notte insonne e che avevamo tutto il tempo di guardare la festa “dall’interno”, abbiamo preso il biglietto per il secondo turno. Prima, però, ci siamo tuffati per un paio d’ore tra la folla, ad ammirare la gente riversarsi per le strade e ballare con grande energia. Abbiamo provato anche un po’ noi, ma non molto perché poi è arrivata l’ora di guardare la parata dalla nostra postazione. L’interminabile sfilata dei gruppi è stata davvero suggestiva. La musica era una sola, ma ogni gruppo la interpretava in maniera leggermente diversa. I balli cambiavano anche a seconda del tipo di costume, e dal fatto che fossero eseguiti da uomini o da donne.
A sfilata finita, siamo andati a berci un bel bicchierone di sake e ci siamo preparati per la festa, ma, usciti dal locale, le strade si erano fatte deserte. Abbiamo chiesto un po’ in giro, ma niente… era già tutto finito e non era nemmeno mezzanotte… ci aspettava una notte all’aperto senza niente da fare. Abbiamo girovagato un po’ cercando qualche posto interessante, ma sembrava non ci fosse un granché oltre ai balli… quindi, dopo aver guardato un ultimo gruppetto di gente che ballava vestiti da mucche in riva al fiume, ci siamo decisi a coricarci su una specie di palco da quelle parti… ma il pavimento era davvero duro, e non è che abbiamo dormito un granché.

Verso le cinque, quando ha iniziato a fare chiaro, ci siamo alzati e siamo ritornati in stazione, dove, una volta ripresi i bagagli e tolti gli yukata, abbiamo preso il primo treno per Matsuyama, sempre nello Shikoku. Di Tokushima non siamo riusciti a vedere molto oltre alle danze, che erano comunque un’esperienza unica, ma in compenso Matsuyama ci è sembrata da subito una città molto carina, specialmente la zona del nostro ostello, situato vicino alle Dogo Onsen, uno stabilimento termale antichissimo e molto celebre in Giappone. Anche l’ostello era davvero accogliente, immerso nel verde e ricco di comodità. Il proprietario era un tipo un po’ fricchettone, e si respirava un’atmosfera amichevole. Dopo una bella doccia, abbiamo visitato un po’ il posto… in cui c’è un bel parco e un grande orologio-carillon ispirato a “Bocchan”, il famoso romanzo di Natsume Soseki ambientato proprio a Matsuyama. Ai piedi dell’orologio è situata inoltre una fontana che butta acqua calda (la stessa delle terme) in cui si possono immergere i piedi. I ristoranti del posto offrivano per lo più soba e udon, due varietà di “spaghetti” che si possono mangiare sia in brodo che freddi su graticcio di bambù.
Alla sera ci siamo avventurati nelle terme. Uomini e donne fanno il bagno in vasche separate perché ci si va nudi. Le sale da bagno erano molto belle, ma per vedere tutte le varie vasche avremmo dovuto pagare di più. A dire il vero era un po’ troppo affollato per rilassarsi davvero, comunque ci ha tolto la stanchezza del viaggio. Lì vicino c’era un concerto di “taiko”, i tamburi giapponesi, sempre molto suggestivo. Una volta terminato, siamo finalmente andati a dormire all’ostello.

Al mattino, ci siamo alzati presto per partire alla volta del Kyushu, l’isola più a sud, che abbiamo deciso di affrontare in due tappe: la prima, più a nord, è un paesino di montagna noto per le sue terme, mentre la seconda, praticamente all’estremo sud del Giappone (senza contare le isole più piccole, come Yakushima e Okinawa), dava sul mare. Anche il viaggio per Yufuin, la prima delle due tappe, è stato un po’ travagliato, e siamo arrivati solo nel pomeriggio. L’ultimo treno, quello che portava dalla costa all’entroterra, si chiamava “Yufuin no mori” (la foresta di Yufuin), ed era un treno piccolo e carino, in stile un po’ rétro (sembrava uscito da un cartone animato di Miyazaki), che viaggiava su una minuscola rotaia in mezzo alle risaie e agli alberi. Il paesaggio era davvero stupendo, ma la cosa più divertente è stata che a un certo punto sono arrivate le hostess portando cappellino da ferroviere e da hostess per farci una foto dentro una sagoma di cartone a forma di treno. Siamo rimasti senza parole, e Silvia non ce la faceva più dal ridere.
Yufuin è un paesino motlo piacevole, piccolo e tra montagne ricoperte da foreste, immerse nella nebbia che si vede sempre nei quadri giapponesi. Anche il nostro ryokan, il Tokunaga-sou, davvero economico, era posizionato in una zona particolarmente suggestiva, sulla riva di un fiumiciattolo invaso dalle libellule e con panorama montuoso dalla finestra. Non c’erano docce, ma in compenso al posto del bagno c’erano due vasche termali rocciose, che si potevano usare a piacimento. Una di esse era persino all’aperto, tanto che è passata una salamandra mentre facevamo il bagno. Comunque, dopo esserci sistemati, abbiamo fatto un giro per il paese fino al lago, cercando se c’era una delle terme all’aperto (rotenburo) per cui il posto è celebre. Camminando, abbiamo notato i preparativi per una festa popolare che si sarebbe tenuta alla sera. Difatti, il paese era cosparso di fantocci di paglia, il cui scopo avremmo capito in seguito. Non avendo trovato un posto per fare il bagno in tempo prima della festa, abbiamo rinunciato. Prima però abbiamo trovato un rotenburo minuscolo gestito da una vecchina. Oltre a essere molto economico, era nel più puro stile tradizionale (ormai raro anche in Giappone): ovvero, con una sola vasca in comune per uomini e donne. Prima dell’influenza occidentale, infatti, era un cosa comunissima, perché non c’era il nostro senso del nudo (e quindi l’imbarazzo che ne deriva). Invece ora è difficile che uomini e donne facciano il bagno tutti insieme. Pure noi, comunque, abbiamo rinunciato (riproponendoci di tornare col buio, non fosse stato per il temporale di fine serata) e siamo andati a vederci la festa, dopo esserci mangiati un po’ di yakitori (spiedini di pollo).
Il corteo partiva dalla stazione e arrivava fino al fiume, dove si svolgeva la fase più importante. Non c’erano danze, ma solo suonatori e gente, sempre in costume, che trascinava dei buoi con sopra i fantocci di paglia, nei quali erano state conficcate delle frecce. Una volta attraversato il fiume e giunti su un isolotto che lo divideva in due, i flauti e i tamburi iniziavano a suonare, mentre il corteo si avvicinava a una specie di zattera portando fiaccole. A un certo punto, tutti buttavano le fiaccole nella zattera, che prendeva fuoco, e successivamente i fantocci, che bruciavano in quel grande falò. Davvero suggestivo, siamo stati fortunati a vedere una simile festa, anche se non ne abbiamo capito bene il significato… abbiamo chiesto alle nostre vicine di stanza, ma una diceva che era per scacciare i demoni, mentre l’altra che era per scacciare gli insetti del riso. Comunque, dopo la festa, hanno fatto seguito i fuochi d’artificio. Visti sulle sponde di quel fiume così tranquillo sembravano molto più grandi e suggestivi di quelli visti tra i grattacieli di Tokyo. Be’, anche quelli non erano male, diciamo che era un’altra cosa. Tornati a casa, ci siamo imbattuti in un millepiedi di dimensioni incredibili… all’incirca grosso come una lucertola, che una signora ha subito atterrato a colpi di ramazza. È rimasto lì sul marciapiedi fino alla nostra partenza. Poi non riuscivamo a far funzionare la porta della stanza, quindi, mentre la padrona cercava di aprirla, siamo stati temporaneamente ospitati dalle nostre due vicine di stanza, molto e gentili e parecchio ubriache, che ci hanno tenuto compagnia. Infine, il bagno nelle nostre terme private, e nanna.

Al mattino, di nuovo sveglia presto… questa volta ci aspettava un bel viaggetto fino al profondo sud (visto che il Giappone è posizionato più orizzontalmente rispetto all’Italia, finora avevamo più che altro viaggiato verso occidente). Fortunatamente, i treni erano veloci, quindi siamo arrivati a Kagoshima abbastanza presto, ma poi abbiamo deciso di fare tappa a Sakurajima, prima di giungere a Ibusuki. Sakurajima è (o meglio era) un isolotto di origine vulcanica, poi unitosi al resto dell’isola in seguito a un’eruzione. Il vulcano è ancora attivo. Dato che eravamo un po’ stanchi, ci siamo limitati a raggiungere l’isola con un traghetto e a passeggiare lungo la costa, composta per lo più da rocce vulcaniche nere, tanto che anche il mare sembra nero. Finalmente siamo partiti per Ibusuki, per arrivare che faceva già buio.
L’arrivo a Ibusuki è stato un po’ straniante. L’ufficio informazioni era già chiuso, in quello della stazione non c’era nessuno, e la città sembrava deserta. Abbiamo chiesto indicazioni a un poliziotto, e ci siamo avviati verso l’ostello, ma sembrava davvero una città fantasma. Non un’anima viva, una musica d’altri tempi diffusa dagli altoparlanti lungo la strada, quasi tutti i negozi e i locali chiusi, edifici che sembravano appartenere a un’altra epoca. Finalmente abbiamo raggiunto l’ostello, che non era più rassicurante. Edificio vecchiotto, come tutti gli alberghi della zona, che parevano disabitati perlomeno dagli anni Settanta. Anche l’interno era molto diverso dall’ostello di Matsuyama, che era pieno di vita. Questo sembrava deserto. Il padrone, un tipo smilzo e dall’aria malinconica, sembrava stupito quando gli abbiamo chiesto le chiavi della stanza… normalmente non si usavano chiavi. Oltre a lui c’erano solo altri due uomini in una specie di salotto. La stanza era molto scarna, in stile giapponese (quindi vuota al nostro arrivo, perché i futon si ritirano ogni notte nell’armadio)… sapeva un po’ di vecchio, ma era spaziosa e pulita. Unico particolare sinistro, un cordone tipo impiccagione che pendeva a lato della finestra. Sembrava di essere in un film horror degli anni Settanta… tipo “Non aprite quella porta” o “Quel motel vicino alla palude”. Francamente, sul momento ci siamo un po’ pentiti di aver prenotato due notti lì. Pensavamo ci avrebbero come minimo cucinati e ficcati in una ciotola di ramen. Oltretutto, l’ostello chiudeva alle 21:30, quindi non ci restava un granché da fare per la sera (tanto, sembrava non esserci niente da fare in quel deserto…)… in ogni caso, siamo andati a farci una doccia veloce (anche qui la solita salamandra nel bagno) e poi a mangiarci un ramen (famoso in quella zona la varietà con pezzi di maiale nero) prima dell’orario di chiusura. Ovviamente eravamo gli unici clienti del ristorantino, gestito da due simpatici vecchietti che ci hanno detto che lì vicino c’erano belle spiagge, rassicurandoci un po’ sulla scelta della nostra meta. Tornati a casa, eravamo un po’ dubbiosi se spostarci, il giorno dopo, verso Miyazaki… ma poi (fortunatamente) abbiamo scelto di restare dopo che un ragazzo tedesco ci ha spiegato che la zona è molto bella, e ci ha dato un paio di dritte. Insieme a lui, ha fatto ritorno all’ostello anche altra gente… tre ragazze e alcuni motociclisti, e finalmente l’ostello si è popolato. Evidentemente, dato che l’ostello chiudeva presto, tutti aspettavano l’ultimo momento per tornare. Rassicurati, siamo andati a dormire.

Il mattino, ci siamo alzati presto per andare in spiaggia a vedere com’era il mare. La prima sorpresa è stata che il mare fumava! Sapevamo che la zona è famosa per le terme e in particolare Ibusuki è famosa per i bagni di sabbia calda naturale. Ma che anche il mare fumasse proprio non ce l’aspettavamo. Un cartello avvisava di fare attenzione perché l’acqua raggiunge anche gli 85 gradi! Man mano che ci si avvicinava alla spiaggia, ci si accorgeva che era vero… l’acqua e la sabbia erano bollenti! Già questo valeva il viaggio. Altra cosa un po’ particolare, era che al posto dei soliti gabbiani, sulle spiagge volavano i falchi, forse perché dall’altra parte della spiaggia la zona era tutta montagnosa. Nella spiaggia poco più avanti, il mare non fumava più, ad ogni modo abbiamo deciso di rimandare le nuotate e di informarci prima all’ufficio turistico sulle varie attrazioni.
Ciò che più ci interessava era un isolotto lì vicino, di cui ci aveva parlato il ragazzo tedesco, unito alla terra da una striscia di sabbia che affiora soltanto durante la bassa marea. In stazione ci hanno detto che c’era la possibilità di affittare le bici, quindi, per non perdere troppo tempo, ne abbiamo prese un paio (dotate persino di motorino da attivare nei punti più faticosi) e ci siamo messi a pedalare lungo la costa. Il sole picchiava, ma in bici si stava al fresco… e difatti dopo ci siamo ustionati. A differenza di Tokyo, nel Kyushu il clima è molto meno asfissiante… e anche se il sole è più caldo, nel complesso l’aria è molto più respirabile. La nostra zona era sempre un po’ deserta, ma in compenso il paesaggio era molto suggestivo, e lungo la costa si vedevano i pescatori. La cosa ci ha rincuorati, anzi, iniziavamo a essere entusiasti del posto. Prima di raggiungere l’isola abbiamo visto una spiaggia in cui si faceva il bagno. Era un piccolo pezzo recintato (sembra che si potesse fare solo lì), ma gratuito. Al massimo pagavi l’ombrellone, la doccia, o le cose al bar, ma non c’era un ingresso. Abbiamo fatto il nostro bagno, mangiato un boccone, e poi ripreso il nostro viaggio verso l’isola di Chirin.
L’isola, affiancata da un altro isolotto più piccolo, era a circa mezzo chilometro dalla costa, unita da una striscia di sabbia che zigzagava in mezzo al mare. Lo spettacolo era promettente, quindi abbiamo posato le bici e ci siamo incamminati sulla sabbia. Man mano che avanzavamo, vedevamo un sacco di conchiglie, stelle marine, gente che passeggiava come noi, alcuni che avevano già raggiunto l’isola, pescatori col caratteristico cappello di paglia… e nuvoloni neri sempre più minacciosi. A metà tragitto, ha preso a piovere. Prima piano, poi sempre più forte, poi alla pioggia si è unito un vento fortissimo che ti scagliava la pioggia addosso, quasi orizzontalmente. Di avanzare non se ne parlava… magari avremmo rischiato di restare intrappolati sull’isolotto… quindi siamo tornati indietro di corsa, mentre pioveva sempre più forte. Subito ci sono venute in mente le parole di Yukiko (la simpaticissima signora da cui alloggiavamo a Tokyo) prima di partire, quando ci avvisava che nel Kyushu sono frequenti i tifoni, e diceva a Silvia di ricordarsi bene la parola “taifu” (tifone, appunto). Ci è presa un po’ di paura e abbiamo iniziato a correre sempre più veloce, ormai fradici. Ci siamo poi riparati sotto una tettoia di un campeggio. Il padrone è stato molto gentile, e mano mano che spioveva ne abbiamo approfittato per strizzarci per bene, asciugare la macchina fotografica e tutto quanto. La macchina per un po’ ha smesso di funzionare, quindi non ci sono più foto per il resto della giornata. Appena ha smesso, non abbiamo resistito alla tentazione, e ci siamo incamminati una seconda volta sulla striscia di sabbia. Ormai era uscito il sole, e sembrava un peccato non approfittarne. Ci siamo messi a raccogliere conchiglie lungo il tragitto. Il mare era davvero bello, e il panorama favoloso. Peccato che più avanzavamo, più la lingua di sabbia sembrava assottigliarsi, ma forse era solo un’impressione, quindi abbiamo continuato a camminare imperterriti. Poi ci siamo accorti che in alcuni punti la sabbia si interrompeva e le onde che provenivano dai due lati della striscia si incontravano. Allora ci siamo messi a correre, per vedere fino a dove riuscivamo ad arrivare, ma quando abbiamo visto che la terra si assottigliava anche alle nostre spalle, abbiamo ritenuto più saggio arretrare, anche perché non c’era nessuno oltre a noi, e sulla spiaggia dell’isolotto non si vedeva più anima viva… anche se fossimo riusciti a raggiungere ’isola, rischiavamo di restare intrappolati lì per chissà quanto tempo! Tornando indietro, abbiamo chiesto a un vecchio pescatore, che ci ha spiegato che sarebbe stato pericolo avanzare oltre (un ragazzo era morto l’anno prima), ma che verso la terraferma, dove la lingua di sabbia si faceva più ampia, era sicuro. Quindi ci siamo messi a fare il bagno in quel punto, mentre più avanti il mare inghiottiva pezzi di sabbia a poco a poco, finché l’isola tornava a essere un’isola. Dov’eravamo noi si stava molto bene, l’acqua era limpidissima e non c’era nessuno oltre al pescatore. Purtroppo io non avevo più il costume con me, quindi ho dovuto fare il bagno in mutande.
Quando ormai stava per scadere il termine di consegna delle bici, siamo tornati indietro… ma visto che avevamo il pass abbiamo deciso di continuare la giornata a vedere il monte Kaimon, un vulcano soprannominato “il Fuji del Kyushu” (sebbene non abbia ancora trovato un giapponese che lo conosca). Il treno ci ha portati in mezzo alla campagna più sperduta, quasi deserta (altro che Tokyo…), con solo campi di patate dolci (famose in quella zona), cicale, un vago odore di letame, e il vulcano. Purtroppo il tempo non era molto, quindi siamo appena riusciti a fare una passeggiata ai suoi piedi. Ma la visione del vulcano, il mare, il tramonto, e le foreste tutto insieme era veramente suggestiva. Tornati a Ibusuki, ci siamo pappati il nostro secondo ramen (buonissimo, forse il più buono mai mangiato finora) e poi, dopo aver di nuovo guardato la spiaggia bollente di notte, siamo rientrati in ostello.

Il mattino dopo ci aspettava un lungo viaggio: bisognava attraversare tutto il Kyushu e arrivare fino a Hiroshima, per poter vedere l’isola di Miyajima. Quelli dell’ostello sono stati gentilissimi, e ci hanno persino accompagnato in macchina alla stazione… ci è preso un po’ il senso di colpa per averli immaginati mentre sgozzavano i loro clienti. Abbiamo salutato Ibusuki lanciando in mare il riccio (di castagna) preso nella zona montagnosa di Yufuin, e siamo partiti. Fortunatamente abbiamo fatto quasi tutto in Shinkansen, quindi non ci abbiamo messo più degli altri giorni. Per pranzo abbiamo mangiato sul treno del sushi comprato in stazione, e siamo arrivati a Hiroshima nel pomeriggio. L’albergo dava proprio sul mare che divideva la terraferma da Miyajima, ed era a due passi dal traghetto. Costava il doppio degli altri posti, ma non abbiamo trovato altro, dato che era il periodo del bon. In compenso, il bagno in camera per l’ultima notte ci voleva proprio. Dopo una doccia abbiamo preso il traghetto, che ci impiega appena una decina di minuti. L’attrazione principale dell’isola, un enorme “Tori” (i “cancelli” arancioni all’ingresso dei santuari) in mezzo al mare, ritenuto uno dei tre posti più belli del Giappone, si vedeva già dall’albergo. Ovviamente, a differenza degli altri posti, qui era pieno di turisti, anche molti italiani. In compenso, dato che noi siamo arrivati in ritardo e il tempio Itsukushima, di cui fa parte il tori era già chiuso, abbiamo potuto girare abbastanza tranquillamente. La particolarità di questo tori è che, oltre a essere il più imponente del Giappone, vi ci si può arrivare a piedi soltanto durante la bassa marea. Quando c’è l’alta marea, si staglia in mezzo al mare e vi si può andare al massimo in barca. Anche il tempio, costruito su palafitte, viene completamente circondato dall’acqua. Inutile dire che è talmente bello a vedersi da essere quasi commovente.
Altra caratteristica del posto sono i daini, che passeggiano tranquillamente per l’isola. Sono carini e si lasciano avvicinare, ma alla fine sono un po’ come i piccioni, sempre in cerca di cibo tanto da importunare i turisti e rovistare tra l’immondizia. Dato che si era fatto tardi, ci siamo fermati sulla spiaggia vicino al tempio, dove eravamo praticamente soli, incantati a vedere l’avanzare della marea, che non aveva ancora raggiunto il tempio. Quando si è fatto buio, già iniziava a essere circondato, quindi abbiamo deciso di alzarci presto la mattina seguente per poterlo vedere all’asciutto. Intanto abbiamo sentito delle musiche… lì vicino si svolgevano dei balli, sempre legati al periodo del Bon. La particolarità di questi era che chi ballava teneva in mano delle palette da cucina (prodotto tipico di Miyajima), che poi usavano tipo nacchere. Ci siamo fermati un po’ a guardare, e poi ci siamo messi a cercare un posto in cui mangiare… ma era già tutto chiuso! Lì in effetti i ristoranti chiudono piuttosto presto… specialmente nelle cittadine più piccole. Fortunatamente ci sono i mini-market che stanno aperti tutta la notte, quindi abbiamo comprato un po’ di cosette e mangiato in albergo.

Il mattino ci siamo alzati alle 6:30 per andare a vedere il tempio… purtroppo, quando siamo arrivati, l’acqua non si era ancora ritirata, anzi, sembrava avanzare. Abbiamo comunque visitato il tempio, molto bello anche se alcune parti erano in fase di restauro in seguito a un tifone avvenuto anni prima. Dopo ci siamo diretti verso un altro tempio più su verso la montagna, il Daishoin, che appartiene a una branca del buddhismo esoterico. Ci è piaciuto un sacco… è una specie di complesso di tempietti tra gli alberi, sulla montagna, ed è costellato di statue e statuette di ogni genere, dai vari buddha alle divinità shintoiste, senza distinzioni. E ce n’erano dappertutto, dagli incavi degli alberi agli scalini, sotto le campane, nelle grotte… molte avevano un bavaglino legato al collo… di solito lo mettono i genitori che hanno perso un figlio, che accudiscono questi buddha-bambini come fossero i propri.
Dopo il tempio, abbiamo di nuovo affittato due biciclette per raggiungere la spiaggia, che avevamo letto essere molto bella. In effetti lo era. Anche questa era libera e con parchi e montagne alle spalle. L’acqua era limpidissima. Dopo un bel bagno sotto il sole cocente (ben cosparsi di crema, visto che a Ibusuki c’eravamo un po’ ustionati), siamo ritornati al Tori, che questa volta era riemerso e la gente vi camminava intorno tranquillamente. Da vicino ci si rendeva davvero conto della sua grandezza, veramente spettacolare. Alla base era pieno di conchiglie e crostacei, c’era persino una medusa rimasta fuori dall’acqua. Siamo stati ancora un po’ li’ ad ammirarlo e poi siamo andati a mangiarci un okonomiyaki, che dalle parti di Hiroshima viene cucinato con dentro una specie di spaghetti saltati. Abbiamo anche preso un piatto di ostriche alla piastra, dato che era il nostro ultimo pasto. Come souvenir per Yukiko, meduse al sake, che in realtà erano una specialità della prefettura di Ishikawa… ma ci incuriosivano troppo. Dopodiché il ritorno… davvero un po’ lunghetto, ma ne valeva la pena… insomma, ci siamo proprio divertiti. E abbiamo visto un Giappone al di fuori di ogni stereotipo. Il periodo del Bon forse non è l’ideale per viaggiare (ma a parte i treni un po’ affollati, non ci sono mai stati inconvenienti), però consente di vedere molte feste popolari di estremo fascino.
Tornati a “casa”, abbiamo ancora trovato Yukiko sveglia, e il solito enorme scarafaggio in cucina, che Silvia ha ucciso a coltellate (!).

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