La terra del sorriso tra Bangkok, Krabi e Chiang Mai!

amano loro per i turisti, e provare l’ebbrezza del tuk-tuk, considerata da tutti un’esperienza da fare, almeno una volta, qui in Tailandia. Ed è davvero così! Saliamo in questo piccolo veicolo a tre ruote con motore truccato da 500 di cilindrata e in men che non si dica l’autista inizia a correre e sfrecciare come un pazzo furioso tra il traffico anarchico di questa città! E’ un caos indescrivibile, molto peggiore di quello di Napoli che credevo fosse il regno anarchico dei patentati; la sola differenza è che qui a Bangkok rispettano i semafori. Ma non certo i pedoni: attraversare è una vera impresa e le strisce pedonali non esistono. Il fatto comunque che questo aggeggio chiamato tuk-tuk sia così piccolo e agile comporta il vantaggio di infilarsi dappertutto dove ci sono colonne di auto e file, e di certo il conducente non manca di farlo notare con le manovre più assurde! A volte appena scattato il verde sembrano intraprendere gare con gli altri a fianco: si guardano, sghignazzano, si sfiorano di pochi centimetri e corrono, mentre noi in un misto di tensione, paura e divertimento, con l’adrenalina a mille, ridiamo come se stessimo facendo una montagna russa in un parco giochi. L’emozione è assolutamente la stessa!
Arriviamo dopo una mezzora al tempio che scopriamo in realtà chiamarsi Wat Suthat. Entriamo gratuitamente, levando di consueto le scarpe, e ammiriamo niente di più di una piccola statua di un Budda circondata da qualche offerta. La nostra sorpresa è trovare un signore in preghiera che si rivolge a noi in italiano. Riconoscono tutti qua che siamo italiani da un chilometro di distanza! Lo parla molto bene, ha un fratello a Roma e c’è stato qualche volta. Comincia a nominare una sfilza di giocatori italiani, forse persino qualcuno che non conosco neanche io che, pur non essendo patito di calcio, vivo in Italia perbacco! La sua simpatia stavolta è assolutamente sincera (intendo dire senza secondi fini, perché i tailandesi in effetti sono tutti simpatici) e trascorriamo volentieri un pò di tempo a raccontare della nostra terra madre. Dentro le mura del tempio c’è silenzio e non si vede anima viva. Si fa ora di chiusura e noi sappiamo bene che fuori ci aspettano almeno tre tuk-tuk pronti a portarci da qualche altra parte.
Apriamo allora un attimo la cartina per decidere prima di testa nostra dove andare, e la scelta ricade sulla Golden Mountain, ovvero la montagna d’orata dove si trova il Wat Saket, una volta il punto più alto di Bangkok prima dell’avvento dei grattaceli, e da dove si gode un bel panorama della città. Usciamo e, come da manuale, siamo circondati a breve dai tuk-tuk. Insistiamo imperterriti a voler arrivare a piedi, poiché non sembra lontanissimo e la strada non pare difficile. Ma non c’è nulla da fare, qua non funziona come nelle città europee che puoi girare a piedi arrangiandoti con tranquillità. Qua siamo a Bangkok e camminare per un turista, al di fuori di un tempio, è impossibile. Proseguiamo dritti per la strada principale tra smog e caldo, evitiamo per un pò le persone che fanno le solite domande, facendo orecchie da mercante, ma dalla cartina la strada sembra non essere mai quella giusta. I nomi per giunta sono scritti in tailandese, incomprensibili, e le poche vie principali che hanno la traduzione in inglese non danno nessuna corrispondenza con la cartina che ho in mano, la quale per giunta tengo aperta il meno possibile per non essere assalito dai procacciatori.
E’ una situazione stressante e dopo una mezzora chiediamo alla fine aiuto a qualcuno. Non è certo un problema: ecco subito pronte ad ascoltarci (guarda caso) tre persone e due tuk-tuk. Spieghiamo di voler andare al Wat Saket, ma ci vengono proposti giri alternativi con i soliti posti da visitare, ovunque fuorché dove vogliamo noi. Addirittura, i primi due, una volta capito che siamo interessati solo al Wat Saket, dicono di andare a piedi perché non è lontano! Seguiamo la direzione che ci indicano e camminiamo per un bel pò, iniziando ad essere adesso piuttosto snervati e seccati dal caldo e dalla difficoltà di spostarsi in questa città. Della montagna d’orata neanche l’ombra, così fermiamo un altro tuk-tuk per chiedergli informazioni. Stavolta il conducente spiega invece che la direzione è giusta ma è lontano da raggiungere a piedi, e pensiamo che lo dica solo per guadagnarsi la corsa. Trattiamo il tragitto per 40 bath e risaliamo per la seconda volta sull’intrepido mezzo di trasporto (consiglio vivamente di non farlo a chi soffre di problemi di cuore!). Se quello di prima è sembrato un pazzo questo invece è un ossessionato di rally: praticamente fa le curve su due ruote e siamo costretti a tenerci saldamente ai lati onde evitare di essere scaraventati fuori!
Dopo qualche minuto di corsa stradale, poiché i tuk-tuk sono tutti aperti e bassi e tra l’altro si respira tutto il fortissimo smog del traffico, mentre mi tengo con una mano sulla sbarra laterale e con l’altra a Stefania, vola via il cappellino che ho in testa!!! A questo punto scoppiano le risate e in pochi istanti tutta la tensione della giornata (davvero tanta) viene buttata fuori! Con un cenno al conducente spiego in inglese di aver perso il cappellino, lui mi guarda un attimo, sorride e capisce, e con un’improvvisa e pazzesca manovra fa un’inversione a “U” tra le nostra urla. Torna nella piazza con la rotatoria e si ferma in contromano, mentre io corro velocemente a prendere l’oggetto smarrito. Ad un paio di metri dalla presa lo guardo, incredibilmente integro e sano nonostante tutte quelle vetture e autobus che sfrecciano. Purtroppo proprio l’ultima auto, prima di recuperarlo, lo schiaccia in pieno sotto la ruota! Rimane comunque perfettamente intatto, solo un tantino…sporco. Che chicca è stata! Una scena esilarante da manuale. Riprendiamo così la corsa in formula 1 scoprendo che il conducente non ha per niente imbrogliato: la meta è veramente lontana e non era fattibile arrivare a piedi come volevamo tentare noi. Per giunta, a questo punto sorge spontanea la domanda: “Ma chi ce lo fa fare a stressarci a piedi se con un euro ci portano loro? Tanto, per avere sempre questa gente intorno che chiede dove vuoi andare, per sopportare questa afa infernale, questo smog irrespirabile e non riuscire nemmeno a orientarti, tanto vale farli contenti no?”
Arriviamo così alla tanto sofferta Golden Mountain, e superiamo l’ingresso dei giardini dal quale parte una strada che porta in alto al tempio. Appena oltrepassato il cancello, come negli altri templi, si entra in un altro mondo dove sparisce magicamente il caos e regna la pace e il silenzio. Ci sono pochissimi turisti e nessun tailandese: possiamo finalmente camminare in santa pace, come vogliamo e dove vogliamo, senza nessuno appresso! Sostiamo in una panchina esausti prima di salire le scale, e recuperiamo le forze con succhi di frutta presi in un market “7 eleven” , sgranocchiando qualche patatina. Una volta salite le scale che costeggiano la base del tempio, arriviamo in una terrazza con l’ingresso al Wat Saket. Il tempio non è niente di eccezionale all’interno, ma il panorama a 360° che si gode salendo in cima è grandioso. Si vede una buona parte di Bangkok con un magnifico skyline dei grattaceli sullo sfondo. Un’ottima occasione per provare i miei binocoli con lo zoom nuovi di zecca (regalo anticipato di compleanno)!
Rimaniamo ad osservare lo spettacolo per una bella mezzora, scattando le foto di rito e riflettendo sulle incredibili contraddizioni di Bangkok. Una città dove un attimo prima sei pressato, snervato e confuso, e un attimo dopo sorpassi un cancello di un tempio trovando una dimensione di pace e serenità. Una città dove alla linea dei modernissimi ed alti grattaceli si contrappongono baracche decadenti e diroccate, in condizioni precarie igieniche e strutturali. Una città dove alle ossessionanti piccole bancarelle che vendono qualsiasi cosa, attaccate una sull’altra per tutto il marciapiede, si contrappongono centri commerciali immensi e tecnologici. Una città dove migliaia di turisti passano tre/quattro giorni in hotel di lusso a 4 stelle nuotando in colossali piscine e godendosi le comodità dello splendente bagno della loro stanza, e milioni di persone passano una vita in una casa di lamiere di ferro arrugginito lavandosi nel piccolo affluente del Chao Praya, in quell’acqua fangosa e inquinata. Sono cose che meritano una riflessione accurata. E nessuno le dice poi così chiaramente, io per lo meno non le ho trovate scritte da nessuna parte. Mi sono trovato abbastanza impreparato a tutto ciò.
Terminata la vista panoramica, passeggiamo nel giardino sottostante guardando una partita di alcuni ragazzini del posto di uno sport locale che credo abbia il nome di takraw. E’ una sorta di pallavolo nostra, con tanto di rete in mezzo al campo, e la regola è sempre la stessa: non fare cadere la palla in terra! La grossa differenza però è che in questo sport tutto si usa fuorché le mani, cosicché i tailandesi si districano in apprezzabili acrobazie per colpire la palla con i gomiti, le ginocchia, con i piedi in sforbiciata, con la testa.
All’uscita del tempio nulla è cambiato, si ritorna a contrattare il prezzo per tornare in hotel, ma alcuni conducenti dei tuk-tuk non capiscono dove vogliamo andare, nemmeno mostrando loro la cartina. Ci spostiamo nella via principale e proviamo con un taxi, ma il traffico è talmente veloce e intenso che non riusciamo a fermarne uno in tempo o che non sia già pieno. Sono infatti quasi le 18:00, sta scurendo ed è l’ora di punta. Sembra incredibile che nonostante i numerosissimi taxi che passano quelli liberi siano pochissimi, e quando si trovano magari sono in mezzo al traffico e non si fermano! Optiamo a questo punto nuovamente per il tuk-tuk. Cerchiamo di spiegare all’autista che vogliamo tornare al nostro hotel, il Royal River, che tra l’altro è in una posizione geograficamente molto semplice sulla cartina perché si trova esattamente a fianco ad uno dei ponti principali del fiume Chao Praya, un pò a nord dal centro Bangkok. Sembra capire e contrattiamo un prezzo un pò esoso, senza molta voglia di stare più a discutere o di cercare qualcun altro: 100 bath per l’esattezza, 2 euro e mezzo che per noi, avendo attraversato la città nell’ora di punta e nelle condizioni di stanchezza in cui ci troviamo non sono certo tanti, ma per loro devono essere un buon bottino! Anche qua la chicca non può mancare, cosicché nel momento del tragitto in cui iniziamo ad intuire che la strada non sia quella giusta, il conducente del tuk-tuk si ferma e nominando un hotel con una pronuncia simile al nostro ma che non lo è affatto. Non siamo neanche vicini al fiume! Siamo colti da un pò di panico e il tipo a questo punto chiama un amico che parla l’inglese. E’ la nostra salvezza! Si mettono a parlare tra loro in tailandese e poi riprendiamo la corsa che dura ancora parecchio, tra bancarelle di ogni genere che colorano e vivacizzano le strade ovunque. Iniziamo nuovamente ad essere perplessi ma finalmente scorgiamo il ponte sul fiume e lo attraversiamo, vedendo sulla destra la costruzione del nostro grande hotel. Adesso possiamo rincuorarci! Il conducente entra a velocità supersonica nell’ingresso e sembra voglia accompagnarci col tuk-tuk direttamente in camera; per fortuna questi agili mezzi hanno anche buoni freni. Facciamo una bella risata finale e salutiamo cortesemente i tailandesi del tuk-tuk e dell’ingresso, che devo dire la verità, al di là della pressione che a volte mettono, sono sempre molto gentili e sorridenti con tutti. Pensare che quello ha contrattato il prezzo senza neanche sapere dove ci stava portando…
Tornati in stanza, dopo una giornata così afosa, decidiamo di provare la piscina. Scendiamo le scale al posto di prendere l’ascensore, per dare un’occhiata all’hotel, e scopriamo al 2° piano la sala fitness, massaggi, e a fianco per l’appunto la piscina, che rimane aperta fino alle 20:00. Non c’è proprio nessuno e ne approfittiamo per fare una bella nuotata rilassante L’acqua è tiepida, la piscina è tutta per noi e la temperatura dell’aria è bollente nonostante sia buio pesto (sono le 19:30!). Per noi questa è una cosa strana, abituati in Sardegna dove il bagno di notte lo facciamo solo in agosto nelle giornate più calde, che in ogni caso sono molto più fresche delle notti qui a Bangkok!
Dopo una mezzora di meritato relax, torniamo in camera e scendiamo per la cena, visto che sono già le 21:30 e non abbiamo neanche pranzato! Il salone per i pasti sta sotto il primo piano, molto carino e ampio. Una gentile signorina dà il benvenuto e propone la scelta tra “buffet” o “à la carte”. Scegliamo ingenuamente ed erroneamente la prima, pensando che in genere in Italia nei ristoranti a buffet si spende meno, ma anche soprattutto per il fatto di poter vedere quello che avremo preso, dal momento che la cucina thai è per noi un’esperienza completamente nuova! I piatti sono sistemati in cerchio e c’è davvero di tutto: dei primi, consistenti soprattutto in riso bollito da mischiare con salsette o in riso fritto con vari condimenti, o in “noodles” ovvero spaghetti allungati simili a enormi tagliatelle; carne e pollo straconditi in sughi e speziati a volontà; insalata mista; dessert e dolci di ogni genere, dalla gelatina alle tortine di cioccolato e alla frutta. Prendiamo varie portate, mangiando discretamente. In particolare il riso e le tortine sono davvero buone! Alla fine della succulenta cena, rimaniamo però un pò incerti per il conto: quasi 950 bath… in realtà sono poco più di 11 euro a testa, un’inezia qua in Italia considerato quello che abbiamo preso, ma pensavamo di spendere di meno. Per le cene future prenderemo il menù classico pagando solo le portate per vedere la differenza.
Soddisfatti finalmente i nostri bisogni primari, paghiamo il conto e un pò infreddoliti usciamo nella terrazza dell’hotel che dà sul fiume per prendere un pò di tepore. Già proprio così, è piuttosto insolito “uscire” fuori per riscaldarsi dal freddo che fa dentro, esattamente il contrario di quello che fa un normale italiano a casa sua a ottobre la notte… Ma a Bangkok funziona così, dentro al chiuso c’è il gelo e fuori un caldo micidiale a qualsiasi ora del giorno e della notte. L’escursione termica è pochissima, cosicché ai 33 gradi del giorno circa seguono i 26 della notte, con una umidità media del 70-80%. 26 gradi come temperatura minima non è mica uno scherzo, considerando l’umidità e lo smog di questa città!!!
Stremati da questo primo giorno in Tailandia nella caotica Bangkok, andiamo a dormire, cercando di fare un pò il punto della situazione per i giorni futuri in base a tutte le importanti nozioni e novità imparate oggi, e di stravolgere il nostro modo classico di visitare le grandi città come le abbiamo sempre viste in Europa, onde evitare il caos e la confusione di oggi e ripetere gli stessi errori!
20/10/2002 – Tempio di Wat Pho; Dusit Park, Residenza Vimanmek; Zoo
La sveglia è alle 8 in punto. Dopo una scorpacciata di succo d’arancia, anguria e ananas, assolutamente insuperabili, telefoniamo al ragazzo che ci ha lasciato il suo numero al transfer dall’aeroporto all’hotel, per prenotare intanto anche il ritorno e soprattutto per organizzare le gite da fare nei dintorni di Bangkok. Con la solita cortesia, suggerisce per il transfer all’aeroporto di chiedere alla guida italiana della gita che domani prenoterà per il Rose Garden / mercato galleggiante, mentre ci farà sapere fra una ventina di minuti la risposta per la gita di Ayutthaya di dopodomani. Saliamo in stanza e aspettiamo la sua chiamata, puntualissima, che conferma i tour e l’orario: alle 6:45 alla hall dell’hotel (urka all’alba!!!). Soddisfatti di aver sistemato i nostri restanti giorni a Bangkok, usciamo e raggiungiamo la sbarra dell’ingresso, dove un paio di taxi sostano, aspettando come falchi qualche turista.
Saliamo sul primo per andare al Wat Pho. Percorriamo strade larghe e scorrevoli, e arriviamo in poco più di un quarto d’ora infreddoliti dall’aria condizionata che il tassista non si è risparmiato di sparare al massimo! Veniamo lasciati all’ingresso dove un imbuto di auto e tuk-tuk bloccano la viabilità e paghiamo la corsa, che viene 85 bath (2 euro).
Appena varcata la soglia siamo circondati dalla piacevole sensazione di pace e serenità che questi magnifici tempi riescono a trasmettere. I turisti non sono tanti ma il caldo è tremendo, ancora peggio di ieri perché oggi non c’è una nuvola e il sole picchia fortissimo! La bellezza degli edifici intorno però infonde energia ed entusiasmo, ed iniziamo immediatamente il nostro giro in senso orario. Il Wat Pho è oggi sede dell’istruzione pubblica ed è costituito da diverse strutture e templi, “isolate” da alte mura; l’ingresso costa 20 bath a testa, un’inezia in confronto al Gran Palazzo! Arriviamo subito al tempio dove si trova il Budda sdraiato, che è anche una delle principali attrazioni di Bangkok: una statua colossale di oltre 43 metri d’orata, un vero spettacolo da osservare. Si entra ovviamente sempre senza scarpe. Sulla sinistra del corridoio si sente un continuo tintinnio di monete che vengono inserite, seguendo un rituale, una ad una in ognuna delle numerose campanelle in fila. Bisogna sistemarle tutte se si vuole completare il rito! Scattiamo le foto e proseguiamo la visita all’interno del Wat Pho, tra guglie e cime altissime, di uno splendore unico e magnifico. All’interno di un cortile troviamo una bella scolaresca di alunni del posto che giocano, danzano, bevono e mangiano incuranti dei turisti che li guardano divertiti. Passiamo poi di fronte alla scuola di massaggi, dove vengono praticati ai piedi o al viso a prezzi più o meno di 200 bath per un’ora circa, a seconda del tipo scelto. Noi siamo troppo accaldati per farli e sinceramente preferiamo provarli in hotel dove c’è più tranquillità. Continuiamo il giro sostando per osservare l’enorme albero Bodhi, dove qualche bellissimo bambino tailandese sta lasciando delle offerte. Ogni tempio possiede un albero di questo tipo dove il Budda ha trovato l’ispirazione. Ogni abitazione invece possiede una “casa degli spiriti”, più o meno grande: una sorta di casetta tradizionale in miniatura con un piccolo altare adornato con fiori e offerte, che serve a tenere lontano gli spiriti maligni.
Si è fatto mezzogiorno e lasciamo il Wat Pho per cercare un posticino per sgranocchiare e bere qualcosa di fresco, poiché siamo letteralmente squagliati dal caldo. Passeggiamo parecchio, ma trovare un posto o una panchina dove stare in tranquillità qui al centro di Bangkok sembra impresa impossibile. Senza considerare lo snervante stress del traffico e delle persone che chiedono in continuazione la nostra destinazione: un assillo continuo! Troviamo finalmente una sorta di giardino che circonda un bel parco, e ci sediamo una decina di minuti in relax.
Ristorati, sostiamo nella strada principale intenzionati a raggiungere con un taxi la zona del Dusit per vedere il Dusit Park e lo zoo. Ma non è affatto impresa facile uscire dai soliti schemi. A parte i soliti posti e templi visitati da tutti, per vedere qualcosa un pò meno battuto dal turismo bisogna sudare parecchio… e non stiamo parlando mica di un quartiere sperduto o isolato, ma di uno dei parchi più grandi di Bangkok in prossimità dello zoo! Fermo un primo taxi e chiedo in inglese all’autista se può condurci al Dusit. Non riesce a comprendere nulla delle mie parole e così alla fine desisto: del resto ne passano talmente tanti, il prossimo mi capirà. Ne fermo dunque un altro ma il conducente non parla inglese e così va via anche lui. Il terzo che arriva parla invece inglese ma non conosce assolutamente la parola Dusit o zoo e non capisce dove si trovi nemmeno aprendo la cartina e indicando col dito dove siamo adesso e dove si trovi la destinazione. Mi sembra così incredibile che rimango allibito! Tra l’altro, se c’è tutta questa difficoltà con un taxi, figuriamoci con un tuk-tuk… A questo punto un ragazzo di passaggio, che ha visto la scena del terzo taxi andare via, si avvicina e inizia a parlarmi ponendo le solite domande: dove stiamo diretti, da dove veniamo e così via… io e Ste pensiamo inizialmente al solito procacciatore di clienti per un tuk-tuk, ma rimaniamo piacevolmente e positivamente stupiti quando invece ci rendiamo conto che sta solo e semplicemente dando un aiuto senza niente in cambio! Spiega che lavora nella polizia ma oggi non è in servizio, e intraprende una discussione del tipo: Turista fai da te? No Alpitour?? Ahiahiahi… In pratica l’unica soluzione, se non parliamo il tailandese, è quella di mostrare con un bigliettino il nome del posto dove vogliamo andare scritto nella loro lingua, in modo che chiunque lo possa capire. Gli parliamo del Dusit e lui è così gentile da scrivercelo, ferma persino un taxi e ci fa salire spiegando per noi la destinazione. Ci lascia con un sorriso semplice e gentile che mette il buon umore. Esistono anche queste persone a Bangkok dunque! Durante il tragitto rifletto con Ste di questa incredibile differenza del popolo tailandese col nostro. Pensiamo in Italia, se mai ci fermassimo così spontaneamente ad aiutare uno straniero qualunque, vedendo la normale scena di un taxi che va via come è successo a noi, o peggio ancora in Inghilterra o in Francia, cosa succederebbe? Ognuno qua fa gli affari propri e anzi, capitando di vedere qualche sconosciuto che si avvicina, verrebbe da pensare anche male. Ma, del resto, questa è la terra del sorriso no?
Il tassista ci lascia all’ingresso dello zoo, dove decine di altri taxi e tuk-tuk sostano tra bancarelle e famiglie tailandesi con bambini piccoli. Noi proseguiamo dritti a piedi per vedere il parco, fino a trovare l’ingresso per la residenza Vimanmek, che è quello che cercavamo. Entriamo, paghiamo il biglietto di 70 bath e attraversiamo gli splendidi e ampi giardini. Ci sono anche delle guardie armate e, dal momento che non ne abbiamo ancora visto da nessun altra parte, intuiamo quanto evidentemente sia importante questo posto. Il sentiero porta dietro la residenza, in un bellissimo scorcio tra un laghetto e la parte più esterna dell’edificio. Qua si tiene, spiega un cartello, uno spettacolo tipico di danza tailandese alle 14:00 e alle 14:30. Più avanti troviamo l’ingresso principale della residenza. Si tolgono come di consueto scarpe e zaini, si lascia tutto (compreso le macchine fotografiche) in una cassetta di sicurezza e si sale all’entrata in attesa della guida. La visita infatti si effettua a ciclo continuo un paio di gruppi di persone alla volta. Attendiamo solo 10 minuti e iniziamo il giro per la residenza, famosa per essere l’edificio in teak più grande del mondo. E’ fatta perciò tutta in legno, e anche dentro è tutto solo ed esclusivamente in legno teak: le pareti, le scale, il soffitto e il pavimento. Risulta parecchio singolare camminare sul pavimento, dove si ha un senso di oscillazione e una stabilità diversa dai soliti in muratura a cui siamo abituati. La guida, in inglese, mostra stanza dopo stanza, ognuna caratterizzata da particolari arredi e colori. Saliamo poi fino al terzo piano e arriviamo nella caratteristica sala ottagonale che caratterizza la struttura, anche visibilmente, dall’esterno. Devo dire che me l’aspettavo grande la residenza ma non così tanto! E’ davvero enorme e singolare da vedere. La visita termina verso le 14:00, giusto in tempo per dare un’occhiata allo spettacolo thai. Ci avviciniamo e osserviamo le danze ed i costumi tradizionali per una mezzora. La musica è un pò lenta e sembra quasi stonata, ma è senz’altro caratteristica! Riprendiamo il sentiero che conduce in un negozio di souvenir, dove diamo uno sguardo veloce per avere un’idea di quello che porteremo a casa come ricordo, e poi torniamo indietro al punto di partenza per visitare lo zoo.
Il biglietto di ingresso costa 30 bath e si fa in una piccolissima finestrella buia dove si intravede dietro a mala pena l’impiegato, che pare rinchiuso in una prigione. Di turisti qua non c’è neanche l’ombra: siamo in un tipico luogo dove vengono solo le famigliole tailandesi a portare i loro piccoli a divertirsi e qualche gruppo di ragazzi a passare una domenica di relax in mezzo al parco. Passeggiamo notando gli scimpanzè in grandi gabbioni, prendere con le loro braccia lunghissime e con un’incredibile somiglianza umana, le noccioline che qualche tailandese lancia. Proseguiamo costeggiando il laghetto dove numerosi pedalò colorati navigano e qualche persona prende il sole. Superiamo il padiglione delle giraffe, degli elefanti, che mangiano tutto quello che gli viene lanciato, degli ippopotami, dei fenicotteri, delle tigri. Entriamo in quello al coperto dei rettili, dove vi sono esemplari di tutte le tartarughe possibili ed immaginabili, di cui sinceramente non conoscevo neanche l’esistenza come la tartaruga-serpente (col collo lunghissimo) o la tartaruga schiacciata come una sogliola, per finire con l’esposizione dei serpenti. In ultimo, prima di andar via, guardiamo un altro padiglione con gorilla e scimpanzè, che non paiono per niente contenti di trovarsi chiusi in gabbia. L’impressione che abbiamo riscontrato è che siamo certamente lontani anni luce da una qualità di vita e da un rispetto per gli animali come quelli dello zoo di Praga, tanto per fare un esempio. Gli animali là sono trattati bene, vivono in padiglioni che almeno ricostruiscono il loro ambiente naturale, sono ben curati e mostrano serenità e vivacità, persino giocosità verso i turisti. Qui è un altro mondo, ci sono più gabbie, gli animali sono più sporchi, mostrano molti più segni di infelicità (soprattutto guardando negli occhi le povere scimmie, che spesso sono anche indispettite). Da questo punto di vista lo zoo mette un pò di tristezza, anche se dà un’idea più precisa della fauna asiatica.
Esausti e accaldati torniamo in hotel, mentre sta iniziando a fare buio. Ci sono molti taxi di fronte all’uscita dello zoo, e siamo circondati dai forti odori delle bancarelle che preparano e vendono i cibi più strani e tipici del posto, abbondantemente speziati. Chiediamo ad uno qualunque di portarci al Royal River, ma non capisce minimamente dove sia. Stessa situazione anche per un altro. Mi torna in mente la scena di stamattina, del ragazzo che suggeriva di far scrivere i nomi in tailandese…. avremmo dovuto chiederlo alla reception dell’hotel!!! Il terzo invece ci fa salire e si avvia nel pesante traffico della solita ora di punta. Ma come la sera prima col tuk-tuk, anche questo autista sbaglia e si ferma di fronte ad un hotel che non è assolutamente il nostro! Si chiama Royal anch’esso ma è in pieno centro città… Non c’è comunque bisogno di spiegare niente al tassista che vede le nostre facce perplesse e suona il clacson. Arriva un signore dell’hotel che parla bene inglese, gli spieghiamo del Royal River e capisce subito tutto: sicuramente non è la prima volta che succede questo tipo di disguido. Un altro pò di traffico in mezzo alla città e finalmente torniamo alla nostra camera.
Siamo troppo stanchi oggi per fare il bagno in piscina, così riposiamo e scendiamo per la cena in ristorante. Stavolta niente buffet, scegliamo l’opzione “A la carte” alla signorina che ci accoglie col solito sorriso. Prendiamo solo qualche portata, con una buone dose di carboidrati! Devo dire che il menu è molto completo e c’è parecchia scelta. Stefania sceglie uno squisito piatto di tagliatelle alla bolognese, non proprio uguali a quelle italiane però ben fatte, al dente e gustosissime. Io invece mi butto sulla cucina locale prendendo un bel risotto condito e speziato a volontà. Le porzioni sono abbondanti e siamo oltremodo soddisfatti senza dover prendere null’altro. Il conto stasera raggiunge a mala pena i 350 bath in tutto (poco più di 8 euro!), un’altra cifra rispetto ai 950 di ieri, e abbiamo mangiato forse anche meglio! Giunge così ora di andare a dormire, visto che domani tocca una levataccia all’alba per la gita al Rose Garden.
21/10/2002 – Tour: mercato galleggiante di Damnernsaduak; Chedi Nakkhon Pathom; lavorazione artigianale del Teak; Rose Garden
Sveglia alle 6:00 in punto, alle prime luci dell’alba. Scendiamo giù per fare colazione. Alle 6:45, puntualissimo, arriva un’autista a prenderci alla hall e ci porta, dopo mezzora di traffico al centro di Bangkok, all’hotel Soul Twin Towers. Qui una corriera con altri turisti italiani è pronta a partire per il tour al Rose Garden e mercato galleggiante. Il tour costa 1320 bath a testa (circa 31 euro) e comprende tutto, dai biglietti d’ingresso delle visite al pranzo. Appena saliti sul bus notiamo di essere soltanto in dodici, tutti italiani, riuniti da diversi hotel. La guida si presenta subito come un simpatico ed estroverso ragazzo tailandese, veramente abile e acuto nel districarsi con l’italiano e capace persino di ironizzare con le parole e le differenze che intercorrono tra la nostra cultura e la loro. Spiega diverse cose di Bangkok, esordendo con una mitica frase che ripeterà per tutto il viaggio: “In Tailandia, signori, c’è di tutto!”: caspita se ha ragione! La corriera imbocca l’autostrada e ci allontaniamo dal centro. Durante il tragitto ascolto una compilation di musica Cd con il lettore, mentre noto e osservo con attenzione le abitazioni, le strade, i campi. E’ un mondo totalmente diverso dal nostro non c’è che dire, nello stile di vita come nelle strutture, nel mangiare come nel lavorare; è diversa la cultura come è diversa la storia di questo popolo, è diverso il clima come è diverso il territorio della nostra lontana Italia.
Dopo un’ora sostiamo come prima tappa in un campo di cocco, dove parecchie persone sono impegnate nella lavorazione di questo frutto, sfruttandone il latte per ricavarne una sorta di dolciume molto apprezzato dai tailandesi. A fianco poi c’è una Orchid Farm, nella quale vengono coltivate bellissime orchidee di varie specie, fiore comunissimo in questa terra.
Torniamo sulla corriera che poco più avanti parcheggia in uno spiazzo: qui ci aspettano delle longtail, imbarcazioni tipiche tailandesi, chiamate così apposta per la lunga coda (assomigliano, tanto per dare un’idea, alle gondole veneziane). Veniamo divisi in gruppi di 6 persone circa e saliamo velocemente a bordo delle longtail. La guida spiega che percorreremo una serie di lunghi canali per circa venti minuti prima di arrivare al famoso mercato galleggiante. Il nostro “guidatore” è una donna. Saluta e appena siamo tutti seduti parte a razzo, seguendo la longtail che precede immediatamente avanti la nostra. E’ questa un’esperienza davvero divertente e curiosa da fare, tra spruzzi continui d’acqua, accelerazioni e sterzate brusche a volontà! I canali sono stretti e rettilinei, si immettono in altri affluenti con angolazioni a 90°, sono frequentati da decine di queste imbarcazioni cariche di turisti, che sembrano scontrarsi a volte, tanto si avvicinano! A tratti e’ peggio che guidare nel traffico nell’ora di punta senza semafori… a tratti invece, nei rettilinei, le distanze si allungano e si possono osservare con molto stupore le palafitte costruite ai lati dei canali, dove vivono sicuramente i commercianti che lavorano nel mercato. Trovo difficile dire se sia una cosa positiva o negativa da valutare, certamente è indimenticabile vedere queste persone che vivono galleggiando, visto che non c’è nessuna strada di collegamento con il mondo, ma solo la loro piccola barchetta in legno per spostarsi sui canali. Le scale di ingresso portano direttamente all’acqua, per giunta notevolmente sporca, fangosa e inquinata dalla moltitudine di longtail. Persino molte abitazioni sono notevolmente sporche, immerse in detriti e rifiuti vari, non smaltibili facilmente come lamiere in ferro, gomme d’auto, carrozzerie o oggetti in plastica. Presumo che qua lo smaltimento dei rifiuti sia un servizio inesistente vista la mancanza di collegamenti e strade, e che i prodotti della civiltà moderna continuino ad accumularsi pericolosamente nelle condizioni di vita di questi villaggi. Questa gente vive una vita semplice, lavora durante il giorno con la propria imbarcazione e non ha molte pretese, ma la mia modesta opinione è che vivessero meglio prima, quando la civiltà davvero non esisteva, si usava solo il legno e i prodotti naturali e i rifiuti non rimanevano accumulati come oggi. Molti bambini seduti nelle scale o ai bordi dei canali salutano al nostro passaggio: alcuni sembrano divertiti, altri indifferenti. Ci sono anche molti cani e gatti nelle piccole terrazze delle palafitte, e non manca di vedere sporadiche villette di lusso e abitazioni ben curate. In Tailandia, non bisogna dimenticare, c’è di tutto.
Arriviamo così al mercato galleggiante di Damnernsaduak, famoso per essere “vero” e autentico, a differenza di quello al centro di Bangkok, costruito soprattutto per esigenze turistiche. Questo è quello che c’è scritto nella guida cartacea, ed è quello che afferma anche la nostra guida italiana. Ma francamente non so ormai quanta differenza faccia, poiché sembra che di turisti qui ce ne siano già troppi! Non si riesce quasi a camminare, si va un pò a spinte, tra una bancarella e l’altra dove si trova di tutto, dai souvenirs, ai prodotti di artigianato locale, dalla seta al teak. Il mercato in effetti è costituito da un paio di canali principali e da vicoli a terra che li costeggiano, ma non è molto grande. Noi camminiamo e vediamo molti turisti che navigano divertiti in barchette di legno, con gli ombrelli aperti per il sole, e si avvicinano alle altre barche dei mercanti contrattando soprattutto frutta e verdura fresche. La guida mostra la strada dell’uscita, dove dà appuntamento, e ci lascia liberi di esplorare per conto nostro. Non leghiamo molto con gli altri italiani che sembrano ognuno per i fatti loro, così ci avventuriamo da soli tra le colorate bancarelle di Damnernsaduak. Non abbiamo molta intenzione di comprare, ma non riusciamo comunque a resistere alla tentazione di portar via uno splendido album fotografico, fatto in carta di riso con la scritta “Thailand” e la testa di un elefante scolpita in teak sulla copertina: magnifico ricordo!!! Proseguiamo il giro e andiamo verso l’uscita, all’esterno del mercato, dove un bambino si avvicina a chiedere di comprare le sue cartoline. Dopo un pò di insistenza, le acquistiamo per una ventina di bath ma immaginiamo a cosa stiamo andando incontro: il piccolo rimane contento e va dai suoi amichetti a vantarsi del fatto, cosicché nel giro di pochi secondi siamo letteralmente circondati! Io e Ste purtroppo siamo anche due persone sensibili, e non possiamo ignorare questi bambini che vengono a chiedere, per pochi bath, quelli che per noi sono pochi centesimi di euro, di comprare le cartoline. Tra l’altro, si mettono anche a litigare per farsi avanti per primi, comprese la bambine! La scena mette addosso molta tenerezza e così uno alla volta diamo qualche soldino ai bambini, mentre le cartoline diventano decine! All’ultimo diamo invece solo i soldi e facciamo qualche foto, ma il poveretto non sembra per niente convinto, come se fosse rimasto perplesso del fatto che ha preso i soldi senza dare niente in cambio!
Una volta allontanati con difficoltà i bambini, raggiungiamo il ponte consigliato dalla guida per fare le foto, dal quale si gode un’ottima visuale dall’alto del canale principale del mercato. Qua conosciamo un venditore qualunque del posto, che tenta di rifilare il balsamo di tigre, e che si dimostra molto simpatico ed estroverso. Appena capito la nostra provenienza, inizia a chiedere le frasi più semplici, come i saluti e i ringraziamenti, e le ripete per impararle (presumo per avvicinare altri turisti italiani: furbo no?). Scambiamo due belle risate parlando di calciatori ed inezie varie, gli chiediamo persino una foto, finché si fa ora di tornare alla corriera per proseguire il tour.
La prossima tappa è il chedi Nakkhon Pathom, conosciuto come il monumento buddista più alto del mondo. In effetti la sua imponenza regala un bel colpo d’occhio e si erge altissimo da una enorme base a forma di campana. Arriviamo verso mezzogiorno, il sole e il caldo sono fortissimi e il nostro primo pensiero è dissetarci subito con una bella coca-cola, in uno dei tanti chioschi all’ingresso del chedi. La guida narra la storia del monumento e lascia una mezzora libera per girarlo. Non si può entrare per una visita all’interno purtroppo, così siamo limitati a percorrere il giro ad anello alla base, che risulta comunque enorme. Completata la passeggiata, scorgiamo la nostra guida comprare qualcosa in una bancarella, che scopriamo essere, appena saliti nuovamente sul bus, un sacchetto di plastica con dentro dei giganteschi scarafaggi marroni e uno scorpione nero! Chiede spiritosamente se li vogliamo assaggiare e gioca un pò con la busta, spiegando ad esempio che il liquido nero su cui è riposto lo scorpione è alcolico e sa più o meno della nostra grappa: siamo convinti che ci stia prendendo in giro. Ma non è così! Chiama l’assistente che prende uno scarafaggio a caso e se lo mangia davvero, mostrando come si fa!!! Spiega dunque che lì è una pratica comune trovarli e mangiarli: si comprano al mercato e sulle bancarelle, si cucinano allo spiedo e sono molto buoni… è certamente molto simpatico e convincente, ma a noi non proprio non va di assaggiarli…. magari un altra volta eh!?!
Verso le 13:30 giungiamo all’ultima tappa, il Rose Garden, entrando in uno splendido enorme giardino vivace, colorato e ben curato. Appena scesi veniamo condotti al ristorante, da “Vanda”, dove pranziamo egregiamente servendo a buffet ogni tipo di piatto tailandese, compresi i dessert e la meravigliosa frutta (tutto compreso nel prezzo del tour, ad eccezione delle bibite). Siamo divisi in tre tavoli da quattro persone: noi sediamo con un altra coppia che racconta del loro bellissimo viaggio in Kenya.
Dopo il pasto ci spostiamo verso la principale attrazione di questo posto che è lo spettacolo incentrato sulle tradizioni tipicamente tailandesi. Mentre passeggiamo per raggiungere il teatro scattiamo qualche foto nello splendido laghetto con la fontana, osserviamo gli elefanti, sui quali si può anche salire a fare un breve giro, mentre un signore propone le foto in posa col suo simpatico pachiderma che fa anche un sonoro gesto di saluto. Ci tratteniamo anche troppo in effetti, visto che una volta arrivati alla rustica arena non troviamo quasi più posto a sedere! Dobbiamo accontentarci di due posti con un fastidioso palo al centro che ostacola un pò la visuale, ma sempre meglio di stare in piedi, anche perché la luce è poca e artificiale e per fotografare bisogna stare molto fermi.
Lo show inizia con una strana musica tailandese, suonata in fondo al palco, con tipici strumenti locali e con sonorità molto particolari che all’orecchio appaiono un pò stonate! Scendono poi in primo piano danzatrici a dare il benvenuto con dolci e lenti movimenti a ritmo di musica, e segue un incontro di lotta tipico tailandese, simile al kickboxing, con tanto di ring, combattenti ed allenatori. Il tutto ovviamente è ai fini turistici, sicché non c’è da stupirsi dell’ironia di certe scene veramente esilaranti! Segue ancora un altro incontro di disciplina diversa, stavolta con spada, anch’esso visto in chiave molto ironica, e lo spettacolo qui al chiuso chiude con un altra danza, impostata sul gioco di canne di bambù e sul saltarvi in mezzo mentre due persone le allargano e le chiudono facendole sbattere a ritmo.
Usciamo dall’arena all’esterno, attorno ad un piccolo laghetto artificiale dove inizia un altro divertente show, quello degli elefanti al lavoro. Vengono introdotti diversi pachidermi, accuratamente addestrati, ai quali dopo un’introduzione giocherellona ed una spruzzatina d’acqua agli spettatori accaldati, vengono fatti trasportare tronchi di albero via terra, per essere sistemati poi uno sopra l’altro. Tutto ciò richiede l’utilizzo di almeno tre o quattro elefanti, che mostrano la loro possente forza nello svolgere sforzi di questo tipo. C’è da considerare che una volta il loro principale utilizzo era questo, ma con l’avvento della tecnologia sono stati soppiantati dalle macchine e non più considerati, rischiando di essere abbandonati. I tailandesi si sono però presto accorti, con il boom turistico, che questi splendidi e intelligentissimi animali hanno una grossa potenzialità di attrazione e rientro economico, per cui oggi vengono allevati e addestrati in tal senso. Non saprei dire se e quanto ciò arrivi allo sfruttamento, e non mi sento di valutare se e quanto questa cosa sia positiva, visto che l’altra sera abbiamo guardato un orribile documentario del National Geographic, durante la cena in ristorante, dove si assisteva alla pesante denuncia, con scene molto crude e veramente penose, di elefanti catturati, anche piccoli cuccioli, legati e umiliati da interi villaggi dell’interno (compresi i bambini che facevano la loro parte). L’audio purtroppo era basso, ovviamente tutto in inglese, e certamente durante una cena in ristorante non è semplice seguire una trasmissione televisiva di questo tipo, ma devo dire che quel poco che ho visto è stato scioccante. Qui al Rose Garden gli animali sembrano in buone condizioni e rispettati, ma la mia impressione a pelle è che non scoppino di gioia. Per lo meno sono comunque protetti e con le zanne, considerando che nella nostra guida è raccomandato, tra l’altro, di stare attenti a non comprare mai oggetti in avorio dalle bancarelle per non incentivare la triste e orrenda pratica del taglio delle zanne.
Terminato lo spettacolo, rimane solo il tempo per un doveroso sguardo ai souvenirs di ogni genere, dopodiché risaliamo sulla corriera e torniamo a Bangkok. Come stamattina, il punto di arrivo è il Soul Twin Towers, e per rientrare al nostro hotel veniamo accompagnati dallo stesso autista in mezzo al pesante traffico delle 17:00.
Vista la stanchezza, proviamo una bella seduta di massaggi tailandesi nell’apposita sala del nostro hotel al 2° piano. Purtroppo, alle 19:00, c’è solamente una massaggiatrice disponibile, e così opto per far andare solo Stefania visto che lei è molto patita per i massaggi, mentre io sono un pò riluttante su questa pratica che non ho mai provato. Torno in stanza a sistemare cartoline e depliant di ogni genere e trovo anche un messaggio recapitato dal ricevimento che conferma la gita di domani per Ayuttahya. Quando torna Stefania, mi racconta la sua soddisfazione con un pò di stupore, poiché dice che in alcuni punti il massaggio non è poi così rilassante come pensavamo e persino a tratti doloroso: l’hanno smontata da capo a piede! Se prima ero poco convinto adesso lo sono ancora meno, però questa è un’esperienza che non si può non provare qui in Tailandia… alla prossima ci sarò anche io!
Scendiamo per la cena e stavolta sono io a prendere i succulenti spaghetti alla bolognese! Basta cucina Thai per oggi, il pranzo era più che sufficiente… il conto è anche stasera irrisorio, appena 450 bath (10 euro)! Passeggiamo un pò come di consueto nel terrazzo dell’hotel che dà sul fiume, e poi andiamo a riposare, pronti per affrontare un’altra lunga gita.
22/10/2002 – Tour: Bang-Pa In; Ayutthaya; rientro a Bangkok in battello
Sveglia alle 6:00, colazione veloce e attesa alla hall dove, alle 6.45, passa un autista per portarci al Central Plaza, punto di partenza della corriera per il tour volto alla visita di Ayutthaya, la vecchia capitale Tailandese. Questo tour è il più caro di tutti qui a Bangkok, costa ben 1600 bath a testa (38 euro), ma non è poi così tanto se si considera che comprende tutto, pranzo, visite e rientro a Bangkok in battello navigando sul fiume Chao Praya.
Anche oggi sul bus siamo ben pochi, tutti italiani, e la nostra guida è un ragazzo di nome “Pat”. Non è loquace come quello di ieri, ma ugualmente simpatico e bravo.
La nostra prima tappa è dopo circa un’ora a Bang Pa-In, la residenza estiva del re. Entriamo passeggiando per un bel tratto negli splendidi ampi prati e giardini fioriti, notando bellissime costruzioni, attraversando ponticelli e sostando per visitare l’interno di palazzo, un magnifico esempio di architettura cinese donata dall’imperatore al re tailandese. La giornata è bella ma il caldo oggi sembra ancora più pesante degli altri giorni, specialmente camminando e stando in movimento. La visita dura in tutto un’ora, ma prima di andar via diamo uno sguardo all’immancabile shop di souvenir, dove compriamo alcune cartoline.
Proseguiamo il tragitto in bus verso Nord, mentre Pat illustra lo svolgersi della vita nella campagna, che appare enormemente diversa dalla nostra. Nell’ultimo tratto attraversiamo un susseguirsi di campi di risaie, alcuni ancora parecchio allagati dal periodo delle piogge (che finisce adesso a ottobre). Di molte palafitte si intravede solo il tetto ed il tutto appare come un paesaggio tipico da post-alluvione. Anche la strada è parecchio dissestata in questo punto, anche se ancora percorribile. Ma non è niente di anomalo, anzi, tutt’altro. I tailandesi sono abituati e sanno benissimo che gli allagamenti arrivano sempre, si tratta solo di capire quanto durano. Questo anno cominciano a durare un pò troppo e i danni si fanno sentire, soprattutto per la frutta, verdura, e il riso perso. Le abitazioni qua intorno sono solo su palafitte, ed è così strano e particolare vedere alcuni centri agglomerati e gruppi di case che galleggiano nell’acqua o a volte, il che forse è peggio, quando l’acqua scende di livello improvvisamente, vengono circondate da fango e melma. Il livello del Chao Praya è alto, e Pat dice che avremo meno tempo per visitare Ayutthaya, perché dovremo tornare indietro col bus a prendere il battello oltre un ponte dove non riesce a passare.
Giunti così ad Ayutthaya, vecchia capitale del regno Tailandese, iniziamo la nostra passeggiata per il parco storico tra rovine di vecchi templi, mura, monumenti di ogni genere. Lo sple

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