Inghilterra e Cornovaglia On the Road

Inghilterra del Sud e Cornovaglia On the Road

Diario di viaggio

20/04/2002 – Volo Alghero – Londra Stansted; Canterbury
Parto da Cagliari prendendo la corriera della Logudoro Tour per Alghero, che arriva in coincidenza del volo Ryanair per London-Stanted nel pomeriggio. La tariffa di questa compagnia aerea low cost è appetibile anche senza particolari offerte. Il volo è puntuale, anzi arriva addirittura con dieci minuti in anticipo. Aspetto in aeroporto l’arrivo del mio mitico amico Carlo (con cui sono già stato in Irlanda), che giunge da Dublino col volo delle 18:00. Abbiamo pianificato questo viaggio velocemente nel giro di due settimane, spulciando tutto quello che si poteva trovare in Internet sull’Inghilterra, stampando cartine, esperienze di altre persone, elenco ed indirizzi di alloggi.
La prima cosa da fare è sedere al bar dell’aeroporto per festeggiare nuovamente il nostro incontro con una bella chiacchierata. Poi raggiungiamo il banco della Hertz per ritirare l’auto prenotata per l’intera settimana del viaggio. Una Fiat Punto blu nuova fiammante e tirata a lucido ci attende, ovviamente con la guida a sinistra inglese (certo se penso alle condizioni in cui la riporteremo, non sarà certamente più né fiammante né lucida…).
Armati di cartine stradali di ogni genere, imbocchiamo l’autostrada che scende verso la circonvallazione di Londra notando, esattamente al contrario di come immaginato, che il traffico è ordinato e scorrevolissimo persino nei pressi della metropoli. Dalla circonvallazione, proseguendo in senso orario, si oltrepassa un enorme e modernissimo ponte sospeso ad arco, che attraversa il Tamigi in un punto dove il fiume è piuttosto largo, e finisce al casello dove si paga il pedaggio (le autostrade in Inghilterra sono tutte gratuite ma si pagano pedaggi per i ponti). Svoltiamo successivamente in una deviazione per Sud-Est, verso la nostra prima meta: Canterbury.
Le autostrade sono ben segnalate, ma bisogna capirne i meccanismi, poiché a volte i cartelli sono talmente numerosi che confondono, e spariscono nei momenti cruciali… Un altro particolare che non tardiamo a notare è quello dei lavori in corso: soltanto la pignoleria e precisione degli inglesi può portare ad un simile spettacolo: migliaia di segnalazioni apposte sul manto stradale in maniera incredibilmente simmetrica, esattamente equidistanti una dall’altra e per una lunghezza a volte di chilometri! (anzi di miglia, per entrare nella mentalità britannica). E la vera chicca è che, nonostante le accuratissime segnalazioni dei lavori in corso, non si vede nessun operaio e non appare il minimo cenno di lavori, magari una ruspa, un camion… niente! Certo può capitare una volta tutto ciò, ma in centinaia di miglia appuriamo con stupore che tutto questo è assolutamente usuale: trovare le stesse restrizioni dell’autostrada ad una corsia, che rallentano il traffico, e nessun lavoro in corso! Senza considerare che ci sono gli autovelox e le macchinette fotografiche nascoste nei piloni delle segnalazioni per lavori, pronte a scattare se si supera il limite delle 30 miglia orarie… ahhh gli inglesi!
Arriviamo dopo circa un’ora e mezzo a Canterbury, una sorridente e splendida cittadina, dove troviamo con poca fatica un hotel/BED & BREAKFAST a 3 stelle, l’Ersham Lodge, distante appena dieci minuti a piedi dal centro. Il prezzo di 25 pound a testa sembra accettabile, considerato che è già buio e siamo stanchi, e l’interno e la stanza sono davvero caratteristici e belli.
Dopo una veloce rinfrescata usciamo verso le 22:00, eccitati come capita sempre all’inizio di qualunque viaggio, con tanta voglia di fare e vedere. Passeggiamo per il centro cercando di scovare la maestosa Cattedrale, simbolo di questa cittadina, ma è impossibile avvicinarsi perché circondata e chiusa dalle abitazioni, con un solo accesso da un portone che è tenuto aperto solo di giorno. Sediamo a bere una birra in un pub carino del centro, e poi camminiamo per il perimetro della cittadina dove restano ancora in piedi le parziali alte mura medievali. Non resta dunque che tornare a letto, riposare e ricaricare le pile per domani!

21/04/2002 – Canterbury; Dover; Hastings; Brighton; Winchester
La mattina presto, dopo una degna colazione da B&B che si rispetti, raggiungiamo nuovamente il centro di Canterbury. Stavolta prendiamo l’auto, nonostante la distanza non sia eccessiva, in modo da essere pronti per ripartire subito dopo. E qui arriva la prima chicca della giornata. Poiché tutto il mondo è paese e l’uomo è un essere intelligente, si presume che abbia creato i parcheggi a pagamento in maniera funzionale in tutto il pianeta. Ma qui siamo in Inghilterra, e vige la regola che agli inglesi piace distinguersi e fare le cose a modo proprio. Così perdiamo all’incirca mezzora per cercare di capire come funziona il sistema di un parcheggio a pagamento dove risiede una macchinetta per i biglietti automatici. Bisogna inserire le monete e un codice a cinque cifre numeriche che rappresentano la targa della macchina. Peccato solo che, piccolo particolare, la nostra auto ha una lettera alfabetica in mezzo alla sequenza di numeri che non è accettata dalla macchinetta e non riusciamo ad avere la ricevuta! Sentendoci un po’ indispettiti del fatto, osserviamo un inglese che parcheggia a sua volta e richiede la ricevuta: è tutto esattamente come abbiamo fatto noi, ma lui ha in effetti una targa giusta solo numerica. Allora attendiamo un po’ per chiedere ad un signore del posto, convinti che ci sia qualcosa che evidentemente sfugge al nostro intelletto, ma anche lui rimane più allibito di noi! Prova per cinque minuti perplesso della lettera sulla nostra targa che la rende diversa dalle altre e non è accettata dalla macchinetta, finché si arrende suggerendo di mettere una cifra a caso al posto della lettera e “falsificare” la targa; tanto qualunque vigile la veda capirà che è giusta dalle altre quattro cifre. Ma dico, si può creare una macchinetta automatica che non accetti neanche tutte le targhe delle auto del tuo Paese? Del resto, siamo solo a poco più di 100 Km da Londra, e non credo che la Hertz affitti auto agli alieni…Esterrefatti da questi strani meccanismi, riusciamo finalmente ad avviarci in centro, rimpiangendo di aver avuto la pessima idea di venire con la fiat punto e non con i nostri piedi.
Ma veniamo a Canterbury. Alla luce del giorno si possono apprezzare assai meglio i particolari architettonici di molte casette dei tranquilli vicoli e la vita serena della cittadina che si svolge interamente nel centro, adibito ad area pedonale. Ed è questa una caratteristica che si riscontra in tutte le cittadine turistiche inglesi e ne rende piacevole la visita: chiudere il centro al traffico e renderlo solo zona pedonale. Questo è un grande punto a favore per gli inglesi, bisogna riconoscerlo!
La nostra meta è ancora la Cattedrale. Torniamo perciò nella via principale, con l’unico maestoso accesso al cortile che porta al monumento, ed entriamo. L’impatto è molto forte, essendo la prima cattedrale inglese di questo tipo che visitiamo, la quale risulta veramente grande e bellissima. Osserviamo brevemente all’interno le imponenti navate gotiche, poiché soltanto una piccola parte è visitabile al pubblico.
Dopo qualche foto, compriamo la spesa in un market e proseguiamo subito verso Dover, alla ricerca delle White Cliffs, ovvero le scogliere bianche, famose proprio per il loro colore, dovuto alla conformazione della roccia che le compone. Arriviamo prima a St.Margaret at Cliffs, un villaggio tipicamente turistico con villette panoramiche sulla costa, e torniamo indietro a Dover dove, a dire il vero con qualche difficoltà nella comprensione delle direzioni dei cartelli, finalmente troviamo le rinomate scogliere.
Parcheggiamo a pagamento in un’apposita area di sosta e prendiamo un sentiero a piedi che costeggia il promontorio dall’alto. Il panorama è molto vario intorno: alle spalle si intravede sullo sfondo l’enorme Castello di Dover, in basso (solo inizialmente) c’è il porto mercantile con un via vai continuo di navi che attraccano, e davanti le caratteristiche scogliere, di un bianco accecante, che contrastano con l’acceso verde dei prati. Dal depliant si capisce che il sentiero prosegue per parecchie miglia e più avanti il paesaggio, arrivando ad un vecchio faro, deve essere ancora più bello.
Ma noi abbiamo centinaia di cose da vedere che ci attendono ancora, e dopo un’oretta di relax sul prato con un sole da tintarella, proseguiamo verso il castello. Compiamo un bel giro in auto intorno al castello, imponente e maestoso, e proseguiamo per la strada costiera, attraversando un susseguirsi di belle cittadine turistiche dove gli inglesi trascorrono le loro vacanze.
La prima è Folkestone, molto carina e particolare, poi dopo qualche altra meno rilevante sostiamo ad Hastings, costruita a ridosso dell’alto tratto di costa e sede di un caratteristico porto di pescatori. Nel grandissimo parcheggio del porto, il panorama è suggestivo: sullo sfondo le scogliere a strapiombo sull’oceano danno un senso selvaggio al paesaggio, sulla spiaggia di fronte i bambini giocano a pallone mentre vecchi treni merci circondano le barche dei pescatori. Camminiamo verso il centro, notando sulla destra una particolare funivia che porta sulla cima della costa, dove sicuramente esiste qualche monumento da visitare. E’ pieno di ristoranti e fast food con tavolini all’aperto, a cui non sappiamo resistere, dato che abbiamo una fame abominevole. Peccato aver scelto, nella fretta di ingurgitare qualcosa, il classico Fish & Chips, trovabile ovunque qua in Inghilterra, che offre per l’appunto il pesce fritto con le patate. Nonostante il merluzzo sia fresco e siamo in una località di mare, la pietanza risulta nauseabonda e un vero mattone da digerire per il nostro stomaco… sarà che noi italiani non siamo abituati a questa cucina, ma promettiamo di non commettere più lo stesso errore due volte!
La seconda chicca del giorno arriva verso la fine del pranzo, quando un atroce certezza prende forma vedendo un cartello di fronte al porto: non abbiamo pagato il parcheggio! Caspita, non siamo ancora abituati alle abitudini inglesi, bisogna fare una bella corsa all’auto nella speranza che nessuno si sia accorto del fatto. Tra l’altro, mentre torniamo di buon passo, leggiamo che la multa non sarebbe per niente una misera cifra: proprio un bel modo di iniziare il viaggio! Per fortuna, la dea bendata ci assistite e nessun vigilante si presenta in zona a dare la temuta stangata…
Usciti in pochi nanosecondi dal porto riprendiamo ancora la costiera, fino ad arrivare alla bellissima città di Brighton. E’ questa la città più turistica e organizzata di tutto il Sud dell’Inghilterra, un vero punto di ritrovo per i giovani e per gli inglesi che vengono a trascorrere qua le vacanze. La costa è il fulcro della città, con un litorale grandioso organizzato in maniera impeccabile. Tanto per intenderci, la spiaggia non è certo un granché, così grossolana, a volte proprio ciottolato, e il mare non è l’esempio di limpidezza e trasparenza, ma gli inglesi quando organizzano una cosa la fanno bene e hanno davvero trasformato questa città in un parco giochi.
Il litorale è lunghissimo, non se ne vede la fine, ed è attrezzato per rilassanti e divertenti passeggiate, con negozi di vario genere, chioschi, bar, piccole locande. I turisti sono migliaia e di tutte le età, dai bambini piccoli col triciclo ai vecchietti in bicicletta ma, ovviamente, la maggior parte sono giovani e ragazzi. Entriamo in un piccolissimo shop che vende prodotti “marini” artigianali, ovvero oggetti e souvenir costruiti con conchiglie di ogni genere, piccole ed enormi e con le forme più svariate mai viste prima.
Più avanti il pezzo forte del litorale: il Brighton Pier, che è uno tra i tanti moli del litorale con la particolarità di avere sopra un parco giochi. Infatti si percorre a piedi la parte stretta del molo tra un susseguirsi di punti di ristoro e giochi vari (molto diffuse le slot machines) e si arriva nella parte più larga, in fondo, dove c’è una pista di Go-Kart in miniatura, e niente poco di meno che tre montagne russe diverse, ovviamente di piccole dimensioni, ma molto suggestive proprio perché sull’oceano! C’è un via vai continuo di persone, gabbiani enormi che volano ovunque e che beccano da mangiare dai turisti a più non posso, dando vero spettacolo. Il panorama è molto suggestivo anche perché il sole comincia a tramontare e i raggi illuminano tutta la città sullo sfondo, con le costruzioni e gli hotel che fungono da muro di cinta (sembra di osservare una cartolina di Miami); il tutto visibile in maniera eccellente dal molo. Negli altri moli adiacenti più piccoli, diversi pescatori si dilettano con la lenza e qualche turista in barca si gode la vacanza.
Caricati da questa atmosfera serena e divertente, io e Carlo ci buttiamo a capofitto su una delle montagne russe che attirano di più: quella con il giro della morte! Quando mai ricapita di fare una montagna russa sopra l’oceano? Mentre il vagoncino si arrampica lentamente, dall’alto la vista diventa sempre più bella e noi tiriamo fuori le macchine fotografiche per tentare qualche scatto azzardato… dopo una frazione di secondo purtroppo veniamo scaraventati alla velocità della luce verso il suolo e siamo costretti con mille acrobazie (e urla a più non posso), a tentare di ficcare le macchine fotografiche in tasca prima di perderle definitivamente nel giro della morte, sopra la testa di qualche povero turista! Compiamo in tempo la nostra missione, per fortuna prima della fine del giro, che risulta abbastanza breve ma davvero divertente.
Un po’ rintontiti usciamo dal molo e raggiungiamo il centro di Brighton. Scorgiamo il monumento più famoso della città, il Royal Pavillon, una sorta di enorme moschea creata con architettura interamente orientale. Entriamo nel bel parco, curatissimo e adornato con bei fiori, vedendo la splendida moschea nelle sue diverse facciate, anche se ormai è quasi buio ed si fa ora di andar via.
Per la notte programmiamo di dormire a Southampton, una delle più grandi città del Sud e porto commerciale, ma una volta arrivati a destinazione la città ci delude. Non si vede nessuno in giro per le strade, sembra un ambiente triste e vuoto e, tra l’altro, non notiamo neanche strutture per alloggiare. Non essendo ancora tardissimo, decidiamo dunque di azzardare una tirata sino a Winchester. In pratica in un solo giorno attraversiamo metà Inghilterra! A Winchester giungiamo in condizioni pietose, stanchissimi dal lungo viaggio, e pensiamo di trovare velocemente un BED & BREAKFAST dove alloggiare, essendo questa una cittadina parecchio rinomata turisticamente. Non va affatto così: giriamo a vuoto per un bel po’ fino a trovare, ormai disperati verso le 22:00, una sorta di BED & BREAKFAST proprio sopra un pub.
E qui arriva la terza chicca, una delle più grandi di questo viaggio… Sappiamo bene che quando c’è un pub di mezzo non è il massimo alloggiare, sia per l’ambiente sia per il chiasso della notte, ma non abbiamo più tempo per scegliere e presi dalla stanchezza paghiamo senza pensarci due volte. Inizialmente il posto non sembra neanche malaccio, a parte il fatto che si sale al piano di sopra in un corridoio strettissimo per persone anoressiche, e la porta della nostra camera è alta un metro e mezzo, con uno bello spuntone pronto a trafiggere la testa nel caso ci dimenticassimo di abbassarla per entrare… La stanza è arredata in modo alquanto singolare: c’è un televisore rotto (che mi ricorda l’ostello di Londra… ma perché gli inglesi mettono sempre i televisori rotti nelle stanze dei turisti?) e una cattle per il thè da prendersi il tetano solo a guardarla! Ma queste cose passano in secondo piano quando si è distrutti e si ha voglia di buttarsi in un letto a dormire, perciò a noi interessa solo sapere a che ora è la colazione domani mattina per dare carburante al nostro fisico. Andiamo a chiedere questo piccolo dettaglio, che è compreso nel prezzo di 25 pound a testa (piuttosto cara la bettola eh?), ma clamorosamente la signora del posto non sa bene a che ora sia la colazione e cerca in un libro prima di dare la risposta: alle 7:30 dice. “Certo devono venire molti turisti qua“ pensiamo tra di noi, se non si ricordano neanche a che ora è la colazione… un po’ rattristati dal fatto di doverci alzare così presto, andiamo a dormire tra il chiasso e la musica del pub sottostante. Ma non è finita qui….
22/04/2002 – Winchester e la Tavola Rotonda; Salisbury; Stonhenge; Sherbourne; Yeovil
Alle 7:30 scendiamo puntuali nella scala rachitica che dà accesso al pub, pronti per una abbondante e doverosa colazione, visto che ieri tra l’altro abbiamo cenato al sacco alla bene e meglio. Purtroppo una triste sorpresa ci attende: la porta è chiusa a chiave e nessuno risponde, neanche dopo aver bussato parecchie volte a vuoto. Pensando che sia troppo presto tentiamo di fare prima la doccia. Ce ne sono due a dire il vero, ma non funzionano neanche per mezza: l’acqua esce lenta, a intermittenza e a raggio aperto, in pratica bagna tutto fuorché il corpo… è un’impresa riuscire a lavarsi e, piuttosto alterati da questa situazione, proviamo a riscendere almeno per la colazione. Nessuno risponde ancora, così decidiamo di trovare un’uscita alternativa: quella di emergenza, dal tetto dell’abitazione!
Camminiamo praticamente sulle tegole e scendiamo una scala esterna in legno notando che il pub è completamente chiuso! Non si vede anima viva, o meglio, sicuramente il padrone è ancora sbronzo dalla notte prima ed è a letto in condizioni pietose per il dopo sbornia. Non ci sbagliamo, perché tornati infatti alla famigerata porta interna, poco prima che Carlo provi gentilmente ad accompagnarla con una spallata, una povera ragazza la apre, spaventata dalla nostra presenza, evidentemente non molto abituata a vedere turisti nel pub, e si scusa della situazione, continuando a ripetere che la signora della colazione non è venuta, e lei non ne sa niente perché è solo la donna delle pulizie. Così va a parlare dentro, bussando ad una porta, con un signore con un vocione da dopo sbornia (che deve essere il padrone), e torna chiedendo ancora scusa mostrando ‘ben’ 5 pound per rifondere la colazione (quindi 2,5 a testa, beh…forse almeno un paio di caramelle qui in Inghilterra ci escono!). A questo punto, veramente imbestialiti dall’assurdo comportamento, pensiamo bene di abbandonare immediatamente questa bettola dalla porta di servizio (quindi dal tetto, con tutte le valigie!!!), non trascurando però di lasciare qualche ricordino per manifestare al padrone del pub tutta la nostra simpatia per la sua cordiale ospitalità…
Messa una pietra su questo pessimo e travagliato alloggio, andiamo a visitare la cittadina di Winchester, veramente splendida e graziosa, anch’essa con una bella zona pedonale al centro e viuzze molto caratteristiche. Parcheggiamo non lontani dal centro, nella solita area a pagamento, stavolta con una macchinetta automatica più decente, pagando per un tempo di 4 ore. Scesi dall’auto l’occhio cade immediatamente su un Pizza Hut, famosa catena di ristoranti in Inghilterra, dove pagando un fisso si può prendere a buffet ogni tipo di pizza, insalate e contorni vari nella quantità desiderata, solamente però nell’orario tra le 13:30 e le 14:30. “Alle 13:30 noi saremo qua!” pensiamo contemporaneamente io e Carlo: questo è di certo l’unica sicurezza della giornata!
Salendo verso il centro, seguiamo i cartelli alla conquista della nostra prima leggendaria tappa: la Tavola Rotonda di Re Artù, che si trova nella Great Hall. La famosa tavola è esposta in un grosso salone appesa ad una parete, e si possono notare visibilmente le 24 porzioni in cui essa è divisa, ognuna con il nome del cavaliere a cui spettava. Devo precisare che per queste tappe del nostro viaggio abbiamo preso spunto da quello che poi diventerà il nostro mito, un certo Vincenzo di Marco , il quale ha pubblicato in Internet il racconto del suo viaggio, con una meticolosità e competenza della storia invidiabile. Restiamo affascinati dalla storia di Vincenzo, così particolareggiata e scorrevole, che racconta e commenta questi posti nella sua esperienza e sicuramente, come si nota dal suo scritto, nella sua passione verso le leggende di Re Artù. Come lui stesso scrive, in realtà c’è un’incongruenza un po’ strana tra la l’epoca in cui è datata la tavola e la leggenda di Re Artù, che risale a qualche secolo prima. Probabilmente questa è in realtà un accreditata ricostruzione della tavola, fattostà che risulta la più credibile, e noi, da semplici turisti, come ha fatto il mitico Vincenzo prima di noi e seguendo i suoi consigli, “non ci poniamo troppe domande”. Contenti di questa nostra conquista azzardiamo a strappare qualche ricordo, nonostante i cartelli vietino di fare fotografie, e ci concediamo il lusso persino di fare degli autoscatti (ovviamente senza flash per non attirare l’attenzione) con la macchina appesa ad un cancello. Un esempio certo da non seguire!!! Improvvisamente scatta un allarme sonoro con nostro visibile terrore, poiché vista la trasgressione nel scattare fotografie pensiamo di finire dritti dietro le sbarre di qualche prigione inglese. Per ‘fortuna’ l’allarme è l’antincendio, che significa essere accompagnati gentilmente fuori di corsa tutti nel piazzale esterno per la propria sicurezza. In realtà non c’è nessun focolare e neanche fumo e non comprendiamo bene cosa lo abbia fatto scattare. Aspettiamo così una bella mezzora fuori dalla piazza con un sacco di gente incuriosita dal fatto, quasi tutti lavoratori del posto e pochi turisti. Arrivano persino i vigili del fuoco e dopo un po’ ci lasciano rientrare: un falso allarme, e un’altra chicca da raccontare.
Osserviamo un altro po’ la nostra leggendaria Tavola Rotonda e proseguiamo più su, in fondo al paese, dove visitiamo la Cattedrale di Winchester, anch’essa insieme a quella di Canterbury considerata tra le più belle d’Inghilterra. All’esterno è meno alta e maestosa della prima, ma certo non si può dire non sia stupenda. Sulla destra della facciata principale si allunga un cortile, dove regnano pace e tranquillità assoluta, come tipico di questi posti religiosi. In un bel prato verde all’inglese giace una strana scultura di qualche fantasioso artista, rappresentante due uomini, che costituisce davvero un bel soggetto fotografico con lo sfondo della cattedrale. Così Carlo si dedica appieno a fotografarla in tutte le salse e a cercare le posizioni più strane per farlo: forse per questo lo guardano tutti un po’ male mentre giace tranquillamente sdraiato sul prato e dove stranamente non c’è nessun altro… Un’altra magica chicca si è appena compiuta dal momento che noto, dopo circa un quarto d’ora, mentre scatto una foto, un cartello piuttosto nascosto a terra che vieta assolutamente di passeggiare sul prato e calpestare l’erba. Ma Carlo non sta passeggiando, è solo sdraiato!!! Forse per gli inglesi è troppo disturbo mettere un cartello più grande ad altezza uomo, o forse lo danno per scontato; evidentemente si impegnano di più nei segnalamenti stradali! E’ già la seconda multa che rischiamo nel giro di un paio d’ore…
Si fanno le 13:15 e noi abbiamo un appuntamento urgente e immancabile da rispettare. Tornati di corsa all’ingresso del paese, alle 13:30 esatte e qualche secondo, puntuali come un orologio svizzero, l’emozione ci assale e per poco non scendono lacrime di gioia, di fronte a questa luccicante e colorata insegna del Pizza Hut con tanto di cartello per il buffet! E’ fatta: siamo esageratamente incattiviti da un pranzo ad un Fish & Chips nauseabondo e da una cena inesistente del giorno prima, nonché da una colazione saltata nello squallido pub. Siamo pronti a mandare in fallimento questa povera sede staccata del Pizza Hut di Winchester, spolverando qualunque cosa abbiano messo a disposizione di commestibile. E così nell’orario del fatidico buffet siamo capaci di sbranare non ricordo neanche quanti tranci di pizza, insalate e salsette varie (decisamente tutto buono, nulla da dire in merito!). Non è rilevante immaginare cosa stia pensando la povera cameriera che serve il nostro tavolo, la quale probabilmente si starà chiedendo se questa sia una candid camera o un film di Bud Spencer e Terence Hill: la cosa importante è che la nostra pancia finalmente sia piena e la nostra sete di vendetta sia placata!
Adesso possiamo riprendere il viaggio carichi come prima, ma non senza aver affrontato l’ennesima chicca che ci aspetta al parcheggio. Avendo sforato di a mala pena 10 minuti dalle quattro ore pagate, e non avendo letto bene, molto ingenuamente, il cartello degli orari, ragioniamo sul fatto che probabilmente pagheremo il sovrapprezzo per la quinta ora. Ma non è così, anche stavolta c’è il trucco infido e nascosto poiché, dopo le quattro ore, si paga per un intera giornata esattamente il doppio, cioè la ‘modica’ cifra di otto pound al posto di quattro…. Clamoroso, per soli 10 minuti!! E il problema non è solo la batosta degli otto pound, ma il fatto che la macchinetta automatica non accetta banconote ma solo monete, che noi ovviamente non abbiamo in cambio! (insomma non esistono le macchinette automatiche perfette: dare un posto di lavoro ad un ragazzo per gestire i parcheggi come qui in Italia sembra brutto eh?). Dobbiamo scendere dall’auto e frugare un po’ la macchinetta, mentre una voce dal microfono della sbarra minacciosamente dice che siamo “osservati e sotto controllo”: del resto è solo il secondo giorno e quindi già la seconda volta che rischiamo la galera, nonché una decina di multe… Così Carlo si offre per andare a chiedere a qualche passante nei dintorni il cambio dei pound che ci mancano in moneta, mentre io rimango in auto (pazzesco!). Pagata questa infernale macchinetta, finalmente usciamo da un altro incubo perdendo un’altra mezzora, per dirigerci verso la prossima meta: Salisbury.
Salisbury è vicina a Winchester, e vi giungiamo più o meno verso le 15:30. Fa parte anch’essa delle rinomate cittadine inglesi famose per la propria cattedrale. In effetti questa di Salisbury mi è sembra la migliore in assoluto: enorme e con la torre campanaria a guglia altissima (ben 127 metri se non ricordo male, la più alta di tutto il Regno Unito). Stavolta niente parcheggio in aree di sosta con macchinette strane: lasciamo l’auto a fianco al muretto della piazza che dà verso la cattedrale. In realtà è a pagamento anche questo, con chissà quale marchingegno, probabilmente con il classico “tagliando” che abbiamo anche qua in Italia. Ma ovviamente bisogna cercare dove comprarli, visto che non c’è nessun vigilante nel giro di tutta l’immensa piazza. E’ siccome è più il tempo che stiamo trascorrendo ai parcheggi di quello per visitare i monumenti, facciamo gli “italiani” almeno per una volta diamine!
Entriamo dentro a visitare la Cattedrale che è meravigliosa, con le sue altissime navate gotiche e cappelle decorate. Un particolare curioso è l’esposizione dell’orologio più vecchio d’Inghilterra, e probabilmente anche uno dei più vecchi al mondo; tutto sembra ovviamente fuorché un orologio come lo intendiamo oggi.
Appena fuori dalla cattedrale invece, è esposta una delle cinque uniche copie autentiche di Magna Carta esistenti al mondo, e la simpatica guida del posto, un povero signore che fra un po’ crolla sul pavimento da quanto è anziano, ci spiega mangiandosi parecchie parole la storia di questo importantissimo pezzo di carta, che pare sia il meglio conservato e leggibile degli altri quattro.
La gita a Salisbury è breve anche perché vogliamo assolutamente vedere, prima della chiusura, un’altra mitica tappa leggendaria da conquistare nel nostro viaggio: Stonhenge. Si arriva a questo monumento, sicuramente tra i più famosi nel mondo, direttamente dall’autostrada, dopo un breve svincolo sulla destra. L’impatto dall’autostrada è strano, perché si supera un colle all’improvviso e dall’alto spuntano in lontananza i resti di Stonhenge, così suggestivi ed isolati immersi in uno sterminato prato verde. Sembrano più maestosi venendo dalla strada che a guardarli da vicino in effetti. Certamente la posizione di un monumento storico così importante, famoso principalmente per il suo alone di mistero, non è decisamente felice a due passi dall’autostrada, con lo sfrecciare di tutte le auto. Nonostante tutto confermo la visione di Vincenzo, il quale afferma giustamente che trovarsi di fronte a queste pietre, così cariche di leggende e misteri, insieme all’emozione di poterle finalmente vedere dal vivo e non solo nei documentari, rende il posto incredibilmente suggestivo.
All’entrata si fa il biglietto e si riceve una guida, una sorta di telefono a numeri dove si può scegliere la lingua parlata, mentre sulla destra si trova il classico shop fornito di tutto. Si percorre un breve tratto di strada che riproduce, disegnata sui muri, come doveva essere una volta il sito: enorme, assolutamente molto più vasto e imponente di adesso, considerando che del cerchio di pietre più esterno ne rimane oggi soltanto una in piedi. Il giro inizia con un sentiero che percorre un anello a 360° sulla collina intorno a Stonhenge. Ogni tanto si presentano dei cartelli con dei numeri, che premuti sulla guida telefonica permettono di ascoltarne la descrizione. Non risultano ancora certezze sui misteri di questo sito, dell’esatto come e perché venne costruito, sulla sua funzione e sull’utilizzo, ma sono comunque considerate tutte le ipotesi possibili, dal calendario astronomico agli ufo. La parte più interessante è alla fine del percorso, dove è possibile apprezzare i resti meglio conservati e intatti dei monoliti, che assumono anche maggior suggestione verso il tramonto con il sole che li illumina in controluce. Emozionati da questa nostra conquista, non possiamo non immortalare questo momento e approfittando del fatto che siamo in orario di chiusura e non c’è quasi più nessuno, io e Carlo ingegniamo il solito autoscatto, stavolta sdraiati per terra!
Poco dopo siamo nuovamente sull’autostrada in direzione sud-ovest e, visto che non è ancora del tutto buio, deviamo per un giro panoramico verso Sherbourne, un paesino incredibilmente rimasto fuori dalla civiltà e ancora intatto come secoli fa. La strada per arrivare è tutto un programma, stretta e tortuosa, con i muretti alti in pietra immersi in un verde prepotente, che ogni tanto danno spazio a splendide casette in pietra con tettuccio spiovente. La vita qua sembra essersi fermata: ci sentiamo quasi intrusi con un marchingegno così tecnologico come l’auto… Il paese poi è assolutamente meraviglioso: un piccolo centro abitato uscito da una fiaba, un plastico di una perfetta ricostruzione storica che sembra creata apposta per sbalordire il turista! Ma stavolta è tutto autentico (e non si paga niente!). Qua neanche il turismo esiste ancora, e la dimostrazione è il fatto che non riusciamo a trovare neanche un posticino per dormire. C’è solo il classico pub di paese, con persone di una certa età che si gustano la loro birra quotidiana, mentre le vie del centro sono desolate. Sherbourne è dunque un pezzo da museo, fondamentale per capire l’essenza della campagna inglese, come doveva essere una volta e come, anche se per pochi tratti, è rimasta ancora ai giorni d’oggi.
Ormai buio, proseguiamo ancora più a sud arrivando fino a Yeovil, un’anonima cittadina dove troviamo, finalmente senza difficoltà, un discreto BED & BREAKFAST ad un prezzo decisamente conveniente. Dopo esserci ristorati usciamo in esplorazione per le vie del centro, finendo a bere una birra in uno strano pub, pieno di ragazzini adolescenti che festeggiano un party. Iniziamo a realizzare che la vita notturna certamente non sarà il pezzo forte di questo viaggio: qua siamo in Inghilterra e non in Irlanda, la cultura del pub tutti i giorni a tutte le ore, anche nel posto più sperduto, sembra non esistere!
23/04/2002 – Camelford; Tintagel; Watergate Bay; Newquay
L’entusiasmo di oggi è alle stelle: finalmente entriamo nella regione della Cornovaglia, la meno abitata e più selvaggia dell’Inghilterra, così ricca di storia, leggende e misteri, oltre che di meravigliosi paesaggi. Seguiamo l’autostrada che scende fino all’estremo sud-ovest dell’isola, passando per Exeter, dove ci ingarbugliamo con i cartelli, finendo per fare il giro della città un paio di volte alla ricerca della giusta deviazione verso la parte settentrionale della Cornovaglia.
Usciamo dopo un’ora di autostrada ad uno svincolo, prendendo una strada secondaria che porta a Camelford, piccolo paesino che alcune guide considerano la Camelot più accreditata (ma Vincenzo per esempio nomina South Cadbury). Sostiamo qua a pranzare in una locanda caratteristica del posto, dove siamo praticamente solo io, Carlo, la ragazza che gestisce il locale e altre due o tre persone del luogo che entrano e escono per i pettegolezzi del paese. Non si vede un solo turista, neanche per le strade: siamo del tutto immersi nella vera vita di uno sperduto luogo della Cornovaglia!
Lasciato questo piccolo centro proseguiamo verso Tintagel. Questa volta andiamo alla conquista del King Arthur’s Castle, ovvero le rovine del Castello dove la leggenda vuole sia nato Re Artù. All’inizio di questa splendida cittadina turistica, lasciamo l’auto in un’area apposita di fronte al Tourist Office, dove entriamo a dare un’occhiata ai depliant e alle guide. Una cartina mostra il sentiero da percorrere per arrivare al castello, verso la fine del paese. Così camminiamo per la via principale, in un susseguirsi di splendidi piccoli negozi di ogni genere, ricavati in meravigliose costruzioni di pietra, che rendono l’atmosfera davvero suggestiva, insieme al tempo freddo e nuvoloso. Spicca in particolar modo il caratteristico Old Post Office, famoso e super gettonato nelle cartoline, considerato il più antico ancora funzionante in Inghilterra.
Poco più avanti, da una deviazione verso sinistra parte il sentiero sterrato che scende rapidamente verso la costa, e si rivela una splendida passeggiata immersa nel verde intenso della zona. Dopo una ventina di minuti sorridiamo alla vista del famigerato obbrobrio di cui il mitico Vincenzo di Marco parla: un moderno hotel a forma di castello, costruito sulla sinistra sopra su un promontorio, con cui concordiamo vivamente la ‘stonatura’ con la magia di questo posto.
Alla fine del sentiero arriviamo a ridosso dell’oceano, sostando ad osservare il bellissimo scenario: le rovine del castello sulla sinistra, con uno strano ponte di legno che unisce i due promontori dove sorgono da una parte il vecchio castello di Re Artù e dall’altra il villaggio, l’oceano di fronte mosso e arrabbiato, ed un susseguirsi di colline verdissime sulla destra dove altri piccoli sentieri si inerpicano. In basso ci sono persino varie grotte, che con la bassa marea sono raggiungibili a piedi.
Andiamo dunque nei pressi del ponte, dove non può mancare il casolare per pagare i biglietti, e optiamo come prima scelta di andare verso destra, alle rovine del villaggio. Sulla sinistra invece una ripidissima scalinata porta al castello, costruito in un posto unico ed eccezionale, con le mura al limite del promontorio che finiscono a strapiombo sull’oceano da una considerevole altezza! Questo sì che è un posto inespugnabile e fantastico! (la leggenda, che noi apprendiamo da Vincenzo, pare dica infatti che sia stato conquistato solo con l’inganno tramite una magia di Merlino).
Attraversato il ponticello in legno saliamo su questo promontorio, dove una passeggiata panoramica è assolutamente da non perdere. Nella prima parte si ammirano i pochi resti delle mura di antiche abitazioni, e il sentiero prosegue alto sulla costa fino all’altra punta estrema, dove lo strapiombo verso l’oceano si accentua. Da qua si gode di una vista fantastica del posto, si vede tutta la costa, l’oceano, i resti e le rovine, persino il paese di Tintagel in lontananza. Il tutto è enormemente suggestivo, e altri piccoli particolari contribuiscono a rendere questo uno dei posti naturalistici più belli della Cornovaglia, come una piccola cascata, le fioriture, le grotte nascoste, la continua presenza di enormi gabbiani che volano ovunque. Carlo si sta persino appisolando, sdraiato in tutto relax mentre si gode la superba vista! Proseguendo sul retro del promontorio, il sentiero sale in cima e sparisce insieme ai turisti, lasciando spazio alla desolata prateria dove si può passeggiare e ammirare il panorama a 360°. Qualche cartello sporadico per terra spiega il ritrovamento di resti, di cui alcuni conservano ancora un significato misterioso.
Tornati al punto di partenza, avendo aggirato l’intero promontorio, saliamo nella ripida scalinata che porta ai resti del castello vero e proprio, le cui mura si possono ormai intuire solo dai pochi resti delle recinzioni delle fondamenta. La parete finisce nettamente a strapiombo sull’oceano e non è certo una visione adatta a chi soffre di vertigini! Un altro sentiero parte da qua e riporta a metà strada verso Tintagel, dove rientriamo alle 16:00.
Ripresa l’auto percorriamo un bel pezzo di strada costiera secondaria, quasi desolata, nel nord della Cornovaglia, parcheggiando in una mastodontica baia chiamata Watergate Bay, rinomata soprattutto ai turisti inglesi amanti del surf. Il colpo d’occhio è eccezionale: chilometri e chilometri di bella spiaggia, esaltati ancora di più dal gioco delle maree, con la costa alta a strapiombo alle spalle, e le onde dell’oceano che si ritirano lentamente creando centinaia di metri di battigia dove divertirsi a correre e camminare cercando di non sprofondare troppo nella sabbia bagnata! Ed è proprio quello che facciamo per una mezzora buona in questo splendido tratto di costa, che prosegue più in là per molte altre miglia in varie rinomate baie, alcune addirittura con altissimi faraglioni, che però non riusciamo a trovare.
Raggiungiamo invece, quando ormai è quasi buio, la sorridente cittadina di Newquay, anch’essa meta soprattutto di turisti quasi esclusivamente inglesi. Un breve giro nel litorale fa subito capire che questo è un posto meraviglioso e ben organizzato, zeppo di negozi e divertimenti. Troviamo facilmente un BED & BREAKFAST vicino al centro, tra l’altro molto economico e il più caratteristico dal punto di vista dell’arredamento interno, con una tappezzeria vivacemente colorata e allegra. Anche la signora proprietaria è estremamente gentile e disponibile.
Dopo esserci adeguatamente ristorati e riposati, usciamo per visitare questa promettente cittadina, dove in realtà troviamo ormai quasi tutto chiuso, pur essendo soltanto le 22:00. Il nostro giro turistico è per fortuna ravvivato e reso emozionante dagli splendidi scorci che il litorale regala, con una meravigliosa spiaggia incastonata tra le alte pareti della roccia. Sono due per l’esattezza, entrambe molto grandi e ben organizzate, raggiungibili a piedi scendendo le gradinate. Una in particolare colpisce clamorosamente, dove avvistiamo con meraviglia una casa perfettamente isolata costruita sopra un alto faraglione, e collegata alla “terra” solo tramite un lungo moderno ponte ad arco. Ci dirigiamo verso questa incredibile costruzione, ma il ponte è raggiungibile solo tramite l’ingresso ad un’altra abitazione privata, così scendiamo la lunga gradinata a strapiombo sulla parete che porta alla spiaggia, e passeggiamo in questa magnifica baia. Risaliti per un’altra gradinata in prossimità di un acquario, continuiamo il giro per verdi prati e piazze, notando come in questa cittadina, in modo assolutamente più accentuato che in ogni altra, gli enormi gabbiani grandi come agnelli dominano ogni luogo. Ce ne sono ovunque, spesso in gruppo, e si sente praticamente solo il loro grido per le strade ben illuminate ma desolate (sembriamo gli unici turisti in circolazione!). Il tutto crea un’atmosfera suggestiva e magica, che fa di Newquay la cittadina più bella e caratteristica vista finora in questo viaggio.

24/04/2002 – Newquay; Land’s End; Penzance; St.Michael’s Mount; Mullion Cove; Lizard Point; St.Austell
Torniamo in prossimità della baia con la mitica villa sospesa nel faraglione, che la proprietaria del BED & BREAKFAST ci racconta appartenere ad una vecchia signora ricca ed egocentrica, per scattare delle foto di rito. Del resto per noi una costruzione così unica e singolare ha lo stesso valore di una qualunque altra attrazione! Alla luce del sole notiamo intanto che queste sono le ore della bassa marea, così come era anche ieri notte, vedendo che nel porticciolo in lontananza non c’è acqua e le barche sono appoggiate per terra. La spiaggia è parecchio larga, ma con l’alta marea sicuramente l’oceano avanza fino a ricoprire la base del faraglione, rendendo ancora più suggestiva la villa.
Lasciamo Newquay riprendendo l’autostrada che porta verso l’estrema punta occidentale, non solo della Cornovaglia ma di tutta l’isola britannica. Si arriva per l’appunto in un posto chiamato Land’s End, ovvero dove la terra finisce, molto pubblicizzato non solo per la bellezza naturalistica della costa ma anche per il parco giochi che vi risiede. Parcheggiata l’auto nella solita area a pagamento, si passa attraverso il parco, diviso in più parti con varie attrazioni. A noi non ispirano più di tanto e proseguiamo direttamente verso la costa. Il panorama qua è davvero bellissimo, non c’è che dire, ci sono diversi punti dove godere una vista spettacolare della costa, in particolare proseguendo per il sentiero che si allontana un po’ dal parco giochi. Passiamo attraverso un ponte sospeso e aggiriamo un promontorio. I turisti diventano sempre meno e il posto assume contorni più selvaggi. Lasciato il sentiero principale scendiamo liberamente a ridosso della verdissima costa, per ammirare più da vicino le numerose colonie di uccelli e l’oceano. Ad un certo punto Carlo attira la mia attenzione, indicando qualcosa che spunta dalle onde e che pare come una testa. E lo è perbacco! E’ nientemeno che una foca! E’ risaputo che in questo tratto di costa, con un po’ di fortuna, è possibile avvistare delle foche, ma non lo credevamo sul serio! Accertiamo che si tratta di una foca grazie a due ragazzi che hanno il binocolo e guardano nella stessa direzione. Rimane piuttosto lontana, risale solo ogni tanto a tratti ed è difficile distinguerla. Comunque, esaltati da questo per noi sensazionale avvistamento, rimaniamo un po’ di tempo ad aspettare che la foca risalga a galla diverse volte per provare a fotografarla, con scarso successo visto il nostro piccolo zoom.
Lasciato Land’s End tornando indietro verso Penzance, l’unico grazioso paese abitato in questa zona desolata insieme a St. Ives. Parcheggiamo l’auto nel caratteristico porticciolo e passeggiamo per il centro, sostando per pranzo in un caratteristico locale del posto (il Pizza Hut non c’è!).
Dopo aver procurato varie cartoline, continuiamo verso Marazion, piccolissimo paese con strade strettissime, reso tappa fondamentale per arrivare a St. Michael’s Mount, isolotto noto per essere il fratello povero di S. Michelle in Normandia. Le caratteristiche sono le stesse, ovvero la possibilità di essere raggiunto via terra tramite un sentiero lastricato che compare “magicamente” con la bassa marea. Con l’alta marea si può comunque arrivare all’isolotto tramite traghetto. Gli orari delle maree si possono chiedere da qualche parte o si trovano esposti. Per nostra sfortuna oggi c’è l’alta marea che perdura fino a domani mattina, per cui saltiamo questa tappa limitandoci a guardarla dalla costa, in una giornata tra l’altro di scarsa visibilità.
Proseguiamo l’itinerario verso la disabitata penisola del Lizard, spendendo un’oretta in una baia mozzafiato chiamata Mullion’s Cove. E’ un piccolissimo paese con una sorta di porticciolo incastonato in luogo incredibilmente bello. Dei bambini fanno il bagno tuffandosi dal piccolo molo, mentre noi rabbrividiamo dal freddo solo a guardarli. Si vedono numerosi sentieri che salgono e seguono la costa alta e spettacolare, sicuramente ideali per un bel trekking. Ma noi abbiamo tempo solo per scalare un ripido colle a modo nostro, arrampicandoci letteralmente verso la cima eccitati da questo grandioso panorama. La vista degli imponenti faraglioni e dei strapiombi verdissimi che si lanciano a capofitto nel profondo blu dell’oceano è unica e mozzafiato e meriterebbe una sosta ben più lunga.
Ripresa l’auto giungiamo, dopo una stretta e lunga strada di campagna alquanto suggestiva, all’estremità della penisola nel Lizard Point, anche questo bellissimo, che rappresenta il punto più a sud di tutta l’Inghilterra. Qua ristoriamo adeguatamente in un chiosco del posto e ammiriamo il panorama, prima del giungere del tramonto. Dalle cartoline osserviamo che esistono altre bellissime baie in zona simili alla Mullion’s Cove, che rendono questa penisola una meta assolutamente eccezzionale per la sua bellezza naturalistica.
Guidiamo fino a St. Austell, principale centro abitato di questa zona immerso nei monti, a differenza delle tante cittadine costiere della Cornovaglia. Troviamo un enorme e singolare BED & BREAKFAST, disposto su due piani più un terzo proprio sotto il tetto, dove sta la nostra spaziosa stanza. L’aria fuori è bella fresca e si sente il passaggio dalla costa alla montagna. Per fortuna all’interno del Bed & Breakfast il riscaldamento è azionato e funzionante dovere.
La notte usciamo a perlustrare il paese, rimanendo piuttosto delusi dal fatto che in uno dei principali centri abitati non ci sia nulla di aperto, in particolare pub o qualche locale dove prendere qualcosa da bere o divertirsi: non c’è niente! Nella desolazione più totale, giriamo a vuoto per le vie del centro, quantomeno per poter dire di aver visitato St. Austell.
25/04/2002 – Eden Project; Cheddar; Wells; Glastonbury e il Thor; Bristol
L’itinerario di oggi prevede la visita dell’Eden Project, a due passi da St. Austell, molto pubblicizzata e considerata, piuttosto esageratamente, quasi una meraviglia del mondo. Si tratta delle serre attualmente più grandi del pianeta, costruite per creare ambiziosamente (e il nome lo dimostra) un ambiente che raccolga un’enorme quantità di piante esistenti al mondo, dalle più comuni alle più rare.
L’ingresso è tutto un programma, si parcheggia in una delle numerose aree a terrazza (gratuite, dal momento che la mazzata è inclusa nell’esoso prezzo dell’ingresso), ognuna contraddistinta da un frutto per ricordare dove viene lascia la macchina, visto che sono tutte uguali (la nostra ha la banana!). Segue una lunga passeggiata a piedi che scende fino a valle, dove si iniziano ad intravedere le enormi strutture a bolla delle serre. Qua è tutto esagerato, dalla sponsorizzazione di questa opera alla mastodontica entrata. Una volta comprato il biglietto, il più caro pagato in tutto il viaggio per vedere una singola attrazione, si percorre un altro lungo sentiero panoramico che scende verso le serre. L’impatto è notevole e lo stupore è garantito nell’ammirare queste enormi serre a forma di bolle! Il complesso è diviso in due sezioni, differenti solo per dimensioni, ciascuna composta da tre grandi cupole di cui la più grande è quella centrale. Nella sezione più piccola è racchiusa la vegetazione della fascia temperata, tipica quindi anche del Mediterraneo, dove si trovano in effetti niente di più che le stesse comuni piante che possiamo vedere tutti i giorni. La parte più grande invece è la più interessante, e racchiude la vegetazione della fascia sub-tropicale, compreso il clima spaventosamente caldo e umido. Un gigantesco scomparto dove si trovano vari punti di ristoro divide le due sezioni e ne permette l’accesso.
La prima sensazione che proviamo entrando nella fascia sub-tropicale è quella di un soffocamento generale, al limite della sopportazione, e non è un caso infatti che ogni tanto all’interno si trovino angoli di rinfresco. Il senso di oppressione è accentuato da una folla accalcata di turisti, praticamente tutti inglesi e per giunta tutti anziani! A questi ultimi si contrappongono i bambini, mentre la fascia di età giovanile non esiste e questo ci ha lascia non poco perplessi… Durante il lungo percorso che attraversa tutta la serra, le varie piante sono descritte nel loro nome e nella loro provenienza. Il paesaggio è piuttosto strabiliante, tra cascate artificiali, ponti vari, piante tropicali, e un tetto gigantesco ed altissimo costruito con enormi celle esagonali. Il tutto si riduce comunque ad una semplice passeggiata per queste gigantesche cupole costruite dall’uomo, più che a una vera e propria visita naturalistica, forse anche per il disagio della folla e della temperatura che non permettono di godere appieno del posto e fanno desiderare velocemente l’uscita. Io e Carlo non nascondiamo di rimanere un po’ delusi da questo punto di vista, pur apprezzando pienamente la singolarità di questo straordinario posto creato artificialmente dall’uomo (forse, per l’appunto, troppo artificiale!).
Lasciato l’Eden e ripresa l’autostrada, compiamo un’unica traversata tirando fino a Cheddar, famosa per la produzione del formaggio e dal punto naturalistico per la presenza di una imponente gola. (quando parlo di ‘tirare’ intendo dire che Carlo ha toccato i 180 Km/h, stabilendo senza ombra di dubbio, dal momento che la lancetta non va oltre, il record su strada di questa povera Fiat Punto che abbiamo ritirato nuova e riconsegneremo squagliata…). Arrivati verso le 15:00, ristoriamo in un locale alquanto artigianale, l’unico aperto a questa ora del pomeriggio, gestito da un simpatico signore che funge anche da cameriere e dalla moglie che cucina sul retro. In effetti sembra di essere ospiti nel salone di una casa, con un menù alquanto casereccio e ottime pietanze culinarie tradizionali del posto. Finalmente un pranzo caratteristico del luogo!
Ci spostiamo verso la Cheddar Gorge, una profonda gola molto bella, con alte pareti verticali ed una conformazione particolare, che si può attraversare tranquillamente in auto tramite una strada serpeggiante che passa nel mezzo. Ovviamente la parte più bella deve essere quella non asfaltata, raggiungibile salendo in cima con un trekking e una scalinata inferriata, che noi non abbiamo il tempo di fare.
Dopo una breve sosta per le fotografie proseguiamo quindi a sud verso Wells per vedere la bella Cattedrale, ma avendone visto in effetti già parecchie altre, non entriamo all’interno. Sono quasi le 17:00 quando arriviamo ancora più a sud a Glanstonbury. Siamo incredibilmente incuriositi da questa cittadina, inizialmente neanche preventivata nel nostro viaggio, e posta successivamente come tappa obbligatoria grazie al grande Vincenzo di Marco. Ci chiediamo cosa possa averlo spinto a dedicare buona parte del suo racconto a questo luogo, che descrive in modo così euforico ed emozionante. Ma non tardiamo molto a capirlo… Apparentemente, passando in auto per le strade, pare una comunissima cittadina, come tante altre inglesi, con le solite casette con giardino, prati verdi e così via. Ma parcheggiati al centro e scesi per strada a piedi, sono bastati solo dieci minuti per capire esattamente quello che Vincenzo vuole dire nelle sue memorie! Abbiamo il suo scritto stampato tra le mani e lo leggiamo passo per passo mentre camminiamo per le vie principali. Innanzitutto, concordiamo subito sul fatto che qua il misticismo è intrinseco nel luogo e si respira un’atmosfera davvero singolare e suggestiva in questo posto considerato la capitale del New Age. Ogni abitante è un personaggio, c’è gente di tutti tipi e di tutti i colori, alcuni molto trasandati nell’abbigliamento, altri nel look in generale: insomma sembra comunque di passeggiare tra vagabondi e viaggiatori provenienti da chissà quale parte del mondo, con zaino sulle spalle, poiché, come narra Vincenzo prima di noi e come si dice qua nel posto, nessuno arriva mai a Glanstonbury “per caso”. Tutti sono alla ricerca di qualcosa, dell’illuminazione che possa cambiare la vita, del rito religioso che permette di andare al di là del mondo comune ai mortali. Alcune leggende celtiche vogliono che in una collina a due passi dal paese, dove sorge il Thor, si apra la porta per l’oltretomba. Ma questa è solo una delle tante. Un altra vuole che qua sia sorta Avalon, il luogo dove Re Artù è stato portato ormai morente e sepolto insieme a Ginevra presso le rovine dell’abbazia, che purtroppo noi non possiamo visitare poiché già chiusa. Per dettagli maggiori rimando comunque al racconto di Vincenzo, che scrive minuziosamente ogni particolare storico e leggendario di Glanstonbury.
Dopo aver visto qualche suggestivo negozio, con vari tipi di incensi, candele, bigiotteria mistica, incantesimi vari provenienti dall’oriente e da chissà quali parti, (una vera chicca per chi ha un minimo di credenza sulla magia, stregoneria, o semplicemente superstizione), sostiamo a prendere qualcosa da bere in un bar. Qua, continuando a leggere il racconto di Vincenzo, e ridendo di cuore immaginando la scena della moglie Anna che commenta sul suo quadretto, considerato “un obbrobrio” da non appendere assolutamente in casa, decidiamo di intraprendere la fatidica scarpinata purificatrice, salendo sulla cima del Thor. E’ un colle con una torre sulla cima, da cui si gode una grandiosa vista della vallata, e con numerose leggende legate persino al Santo Graal. Presi dall’euforia di tutta questa atmosfera e armati di videocamera e macchina fotografica, ci avviamo per affrontare la lunga scalata che porta al colle, ma prendiamo senza saperlo l’ingresso posteriore che costringe a fare un divertente e squinternato giro tra i campi coltivati della campagna, oltrepassando scalette appositamente messe per scavalcare le recinzioni.
Mentre il colle si avvicina con la torre dominante il paesaggio, restiamo colpiti dall’incredibile numero di personaggi singolari del posto, con le chicche che si susseguono una dietro l’altra! Una persona rimane con le braccia aperte come a formare una croce per più di dieci minuti sulla cima (mentre noi ci chiediamo esterrefatti cosa stia facendo), e durante l’ultimo pezzo della salita alcuni ragazzi in cerchio, visibili in lontananza, stanno operando chissà quale rituale o messa strana. Sul sentiero poi si notano costantemente numerose macchie che paiono cera fusa, uno strano odore nell’aria, ed una ragazza, ormai in prossimità della torre, ci ferma parlando di cose stranissime, di quei ragazzi laggiù e del fatto che sia una strega (e io non ho dubbi che creda di esserlo davvero, deve aver fumato l’impossibile…).
Ovviamente non badiamo a lei e raggiungiamo la cima, dove la vista si rivela veramente grandiosa! Si scorge tutta la vallata, la cittadina di Glanstonbury in controluce, mentre il sole cala velocemente ed il panorama spazia su tutta la verde campagna inglese. Le nostre fatiche sono ricompensate! Dopo aver ripreso fiato contemplando questo splendore e scattando le doverose foto al monumento del Thor, scendiamo stavolta dal sentiero principale, molto meno ripido e meno lungo. Purtroppo rimaniamo mortificati nel non aver avuto il tempo di visitare il Chalice Well, il giardino di cui parla Vincenzo, luogo di pace e silenzio dove una sorgente d’acqua ferruginosa avrebbe (sempre secondo leggende) poteri taumaturgici.
Più che soddisfatti comunque da questa indimenticabile sosta a Glanstonbury, cittadina fuori da qualsiasi parametro comune, riprendiamo l’auto per salire verso Nord e raggiungere Bristol, dove contiamo di trovare alloggio per la notte. Arriviamo con tutta calma verso le 20:00 di sera, e rimaniamo colpiti dal paesaggio intorno circondato da imponenti boschi, costeggiando il fiume con l’altissimo ponte che è diventato quasi un simbolo di questa grande città. Entrati nel centro, iniziamo a girare a vuoto alla ricerca di un qualsiasi alloggio. Clamorosamente non troviamo nulla per accogliere un povero turista in cerca di un posto per dormire, nemmeno un insegna di un hotel! Osserviamo solo tantissimi giovani e ragazzi che escono e vanno a divertirsi (è giovedì sera), e siamo costretti dopo un’ora di inutili ricerche, a spostarci fuori città nella speranza di trovare qualche Bed & Breakfast in qualche borgo vicino.
Alla fine, perso l’orientamento nonostante siamo in possesso della cartina sottomano e non riuscendo più a capire la nostra posizione e direzione, vaghiamo per strade isolate immerse nel bosco dall’aspetto quasi inquietante e lugubre, trovando qualche frazione abitata ogni tanto senza nessuna possibilità di alloggio. Le nostre speranze stanno ormai svanendo verso le 22:30, quando siamo stremati e distrutti, con una forte allergia nei confronti dell’abitacolo dell’auto dopo ore di ricerca. Come un miraggio appare all’improvviso la scritta di una guesthouse in una strada con appena qualche casa intorno. Sostiamo senza indugio in questa particolarissima abitazione, arredata egregiamente in tutto rispetto dalla padrona del posto, che pare una casa di appuntamento con tutta questa moquette rossa e tutti questi specchi sistemati ovunque: nei corridoi, nelle scale, nelle stanze e persino nel bagno di fronte alla doccia! Chissà dove siamo finiti…
26/04/2002 – Oxford
Consumiamo una lauta colazione nel salone, circondato anch’esso da specchi e riprendiamo il viaggio tornando verso Bristol. E’ un peccato non avere molto tempo perché, a parte l’inospitalità della notte precedente, quest’ultima pare una città interessante che meriterebbe una visita.
Dopo una lunga traversata per il centro dell’Inghilterra, sbagliando tra l’altro autostrada con non poca perdita di tempo, arriviamo finalmente alla rinomata Oxford. La soluzione migliore probabilmente sarebbe quella di lasciare l’auto fuori città e prendere il bus nelle apposite aree chiamate “Park & Ride”, seguendo il consiglio stesso dei cartelli inglesi. Purtroppo lo realizziamo troppo tardi e andiamo ad imbatterci nei soliti carissimi parcheggi a pagamento (stavolta però terremo ben presente il conto delle ore ed il passare del tempo…).
Entriamo per prima cosa in un Tourist Office per recuperare una cartina della città ed un elenco dei Bed & Breakfast, quindi passeggiamo ininterrottamente per la zona pedonale fino all’ora di pranzo, dove scegliamo di ristorarci nell’ormai più che collaudato Pizza Hut.
Oxford è una cittadina veramente graziosa, bella per fare la vita da studente, piena di giovani, di spazi verdi, di parchi, di college e di università. La storia e l’arte sono intrinseche nelle vie del centro, ricche di monumenti ben mantenuti, di chiese, e persino le strutture universitarie sono grandiose ed appariscenti. Non abbiamo granché tempo per visitare tutto quello che c’è da vedere (ci vorrebbero non meno di tre giorni), così optiamo per fare un giro illustrativo, quantomeno per respirare l’atmosfera di questa cittadina così famosa nel mondo.
Le vie sono interamente chiuse da una grande zona pedonale e il mezzo più usato per spostarsi (e ovviamente più economico per uno studente) è la bicicletta. Se ne trovano ovunque, lasciate comodamente per strada anche senza protezione (tanto chi la ruba, ce l’hanno tutti!). I negozi di souvenir, inutile dirlo, pullulano ovunque e offrono di tutto e di più per il turista. Passeggiando liberamente per le affollate e vispe il centro, veniamo attratti dalla costruzione della libreria, uno dei più bei monumenti di Oxford. Visitiamo solo l’ingresso, molto suggestivo, dove apprendiamo che negli archivi sono contenuti la bellezza di oltre cinque milioni di volumi!
Tornati al B&B, che abbiamo cercato subito dopo pranzo, un po’ in periferia e decisamente più caro rispetto alla media degli altri inglesi, riposiamo e usciamo per la notte, convinti che il venerdì sera il fine settimana sia già iniziato e si abbiano buone possibilità di trovare un bel po’ di movimento. E così è in parte, anche se ci si aspettava qualcosa di più da una città così piena di giovani e studenti. Entriamo gratuitamente in numerosi pub fino a quando, ad una certa ora, solamente le disco e i night-club a pagamento rimangono aperti.
Rientriamo dunque al B&B, dove si consuma un’altra immancabile chicca notturna. Poiché il parcheggio del nostro B&B fa angolo con una traversa e finisce sul retro, e non essendoci nessuna insegna o targa quantomeno luminosa che lo indichi, è buio pesto e giriamo l’angolo finendo per cercare di aprire la porta sbagliata, quella precedente al nostro B&B. Le chiavi ovviamente girano a vuoto e non aprono la porta, cosicché dopo vari tentativi cominciamo a bussare preoccupati (è l’una di notte!). Ricorderò sempre la faccia della signora impaurita che sopraggiunge all’improvviso sul retro della porta, senza aprire, e che urla: “Next door! Next door!”… Realizziamo in qualche istante di secondo la nostra colossale figuraccia, e corriamo nella porta affianco (quella giusta stavolta) entrando sorridendo (ma sarebbe meglio dire ridendo a lacrime) nel B&B, pensando tutto sommato che certamente non siamo gli unici ad aver sbagliato e che la signora deve essere più che abituata a questi poveri turisti…distratti! Ma mettere un’insegna sopra il B&B costa poi tanto??
27/04/2002 – Cambridge
Lasciata Oxford raggiungiamo Cambridge, ultima tappa del nostro itinerario, appositamente scelta per la sua vicinanza all’aeroporto di Stansted. Solito tram-tram per il parcheggio, e perlustrazione delle cittadina, che appare ai miei occhi anche più carina e accogliente di Oxford. Probabilmente l’età media è più bassa ma per il resto è tutto nello stesso stile: una vastissima zona pedonale che rende piacevole la passeggiata per il centro, un sacco di negozietti, bei monumenti e splendidi college, tante biciclette, meravigliosi parchi verdi e ovviamente una miriade di giovani studenti. Il tutto crea un’atmosfera bellissima, in una cittadina che merita una visita approfondita di più giorni per essere apprezzata appieno.
Dopo pranzo cerchiamo il Bed & Breakfast di rito nelle vie segnalate dalla nostra cartina, comprata al Tourist Office, e ne troviamo uno allo stesso prezzo di Oxford, ugualmente un po’ in periferia. Stavolta ad accoglierci c’è un irlandese, che quando viene a sapere che Carlo vive a Dublino inizia un lungo e simpatico discorso.
Dedichiamo la sera allo shopping, passando dal mercatino del posto ai numerosi negozi del centro, recuperando qualche ricordo che nella corsa del nostro viaggio non siamo ancora riusciti a comprare. L’ultima chicca è quella di un singolare personaggio che, per ricevere le classiche monetine in offerta, ha il coraggio di infilarsi in un bidone della spazzatura (quelli tipici inglesi a forma di cilindro, neri, con due fessure ai lati in alto), dove suona persino la chitarra. La particolarità della cosa è che inizialmente si sente la musica e la voce senza capirne la provenienza, fino a quando si inizia a vedere spuntare mezzo manico di chitarra dalla fessura del bidone e mezza faccia del poveretto dall’altra fessura. Parecchia gente si avvicina a chiedergli cortesemente di uscire, ma lui insiste imperterrito a cantare! Certo non si dovrebbe ridere di queste scene che sono in realtà piuttosto penose, ma non si può negare che sul momento la cosa è apparsa assai buffa (anche perché il personaggio canta e suona bene per giunta!).
La notte siamo nuovamente in giro alla ricerca di qualche pub divertente, e stavolta lo troviamo quasi subito, molto più facilmente che a Oxford. C’è bella musica e gente tranquilla, piuttosto raffinata aggiungerei. Trascorriamo una bella serata e torniamo presto al B&B, senza sbagliare porta, dovendoci alzare domani alle 6:00 per andare in aeroporto.
28/04/2002 – Rientro volo Londra Stansted – Alghero
Alzati prima dell’alba, carichiamo le valigie e partiamo da Cambridge per l’aeroporto di Stansted. Arriviamo in poco più di mezzora di autostrada scorrevolissima. Tutto fila liscio: riconsegniamo l’auto, accompagno Carlo al check-in del suo volo per Dublino e ci salutiamo facendo colazione al bar con un buon the caldo inglese e riassumendo brevemente le chicche di questo splendido viaggio. Il mio volo per Alghero è un’ora dopo, e mi aspetta poi anche la corriera per Cagliari: un intero giorno di viaggio…

Per tutte le foto ad alta risoluzione rimando al mio sito: http://www.ivanweb.net

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