Sri Lanka al Dickwella con Azemar, prima dello Tsunami

Sri Lanka

Diario di viaggio

21/10/2003 – Il viaggio di andata
Siamo a Elmas e sono le tre del pomeriggio appena passate. Il nuovo aeroporto di Cagliari, da poco ampliato, è del tutto irriconoscibile. Adesso finalmente assume sembianze più internazionali! Abbiamo poco da aspettare: un veloce check-in ed il volo decolla puntuale alle 16:10 per Milano Malpensa.
Atterriamo dopo un’ora e poco più. Sbrighiamo con calma le formalità e il ritiro dei bagagli. Qui purtroppo abbiamo molto da attendere. L’agenzia ha cortesemente chiamato ieri comunicando un ritardo di un’ora e mezza per il volo Milano Malpensa – Colombo. La partenza delle 23:00 è rimandata alla mezzanotte. Perlustriamo tutto l’aeroporto e scegliamo un posticino tranquillo dove aspettare. Stefania compra qualche giornale, più o meno culturale, e inizia a leggere. Nella noia, giro qualche ripresa con la videocamera per documentare questa lunga attesa. Almeno c’è l’entusiasmo del viaggio, sappiamo che ne vale la pena e che al ritorno sarà molto peggio, visto che dobbiamo passare l’intera notte buttati da qualche parte in aeroporto! Consultiamo ripetutamente il monitor delle partenze: finalmente compare il nostro volo. Raggiungiamo l’area gruppi cercando il nostro tour operator Azemar. Consegnano tutta la documentazione del viaggio, l’itinerario, i voucher per i resort e i biglietti aerei. Regalano persino uno zaino non proprio bellissimo con quei colori azzurro-marron e la scritta Azemar, e un borsello sullo stesso stile. Sistemiamo in questo tutta la documentazione ma dello zaino proprio non sappiamo cosa farne: abbiamo già i nostri! Troviamo il modo di infilarlo nella valigia di Stefania alla bene e meglio. Superiamo il check-in, (con due valigie più un borsone per l’attrezzatura da snorkelling), e attendiamo impazienti gli ultimi minuti prima del volo.
Il decollo arriva addirittura all’una di notte, giusto in tempo per tentare una sofferta dormita in aeroplano. Il volo Eurofly è tutto sommato comodo ed offre dei sedili più spaziosi e decenti della China Airlines, che abbiamo preso per andare in Tailandia l’anno scorso. Inutile dire che dal finestrino non si vede niente: è buio pesto. Non rimane che consolarsi con il monitor per vedere se trasmettono qualche film interessante e per scrutare la posizione dell’aereo che inizia a tracciare lentamente la linea bianca del tragitto sulla cartina. Deve macinare oltre 4000 miglia che separano l’Italia dallo Sri-Lanka. Vengono spente finalmente le luci e possiamo riposare abbassando lo schienale.

SRI LANKA
22/10/2003 – Tour per la città di Colombo. Visita templi induista e buddista. Alloggio al “Trans Asia” Hotel.
I finestrini dell’aereo sono ancora chiusi e siamo nel bel mezzo all’oceano indiano in coincidenza di qualche fuso orario. Il personale serve la colazione e attendiamo sonnecchiando l’arrivo a Colombo. Dai finestrini ora entrano le prime luci dell’alba ma si vede ancora niente altro che mare. Qualche ora dopo la mappa segnala che stiamo per arrivare a destinazione ed inizia la discesa verso la capitale dello Sri Lanka. L’atterraggio avviene alle 14:30 ora locale, per cui, tolte le cinque ore di fuso orario, diventano quasi nove ore di volo da Milano.
L’aeroporto di Colombo appare spartano ed essenziale. Ritiriamo in fretta i bagagli e cambiamo allo sportello 50 euro per prevenire le spese iniziali. Il cambio appare buono a 107,59 per un totale di 5379,5 rupie: molto superiore a quello citato nella Lonely Planet, ormai risalente a diversi anni fa. Il gruppo di italiani che hanno scelto Azemar si riunisce sotto l’unica guida di Gianfranco, un ragazzo sulla trentina. Tutti insieme sappiamo ora chi sono i nostri compagni di viaggio: una coppia di ragazzi (Luca e Marzia), una coppia di signori (Ambrogio e Gabriella), due ragazze (Doriana e Patrizia), e poi ancora un’altra signora, Franca, e un altro ragazzo, Mauro. Dieci in tutto, provenienti da diverse parti d’Italia e di età diverse.
Aspettiamo Gianfranco mentre sbriga qualche commissione e formalità, per avviarci poi al bus. Due ragazzi, tra i tanti in fila come usanza da queste parti, portano le valigie al nostro posto per cento metri e spendiamo così le nostre prime 50 rupie di mancia. Fa parecchio caldo e il sole picchia.
L’autobus, del tutto simile ai nostri italiani, risulta praticamente vuoto essendo soltanto in dieci! Durante il primo tratto, Gianfranco approfitta per presentarsi e spiegare alcune cose su usi, costumi e tradizioni locali. Prima di tutte: non spaventarsi per la guida tremenda dei singalesi, che effettuano sorpassi azzardati e si infilano da tutte le parti senza apparente ragione, non risparmiando di tagliare la strada di netto e suonare il clacson a più non posso. Non c’è bisogno di aggiungere niente altro, perché ce ne rendiamo conto dai primi chilometri…
A questo punto, essendo il volo in ritardo, dobbiamo azzardare una scelta difficile: al posto di andare subito in hotel come previsto inizialmente dal programma, e poi fare il giro della città compreso nel pacchetto, Gianfranco propone di optare prima per il tour, visto che sono già le tre e mezza del pomeriggio e alle sei in punto fa buio. Dopo un giorno di viaggio intero, soprattutto per noi che da Cagliari abbiamo dovuto aspettare tante ore a Milano, risulta massacrante. All’unanimità votiamo comunque per il tour per non perdere la possibilità di vedere Colombo. Il sogno di una bella doccia, un lauto riposo e di un pasto decente è solo rimandato. Del resto, siamo in vacanza: bisogna essere super attivi!
Dopo un’ora di tragitto passiamo di fronte al nostro hotel. Difficile dire quanti chilometri abbiamo fatto dall’aeroporto. Di sicuro è invece facile affermare che la città di Colombo appare sterminata tra un susseguirsi continuo di case, negozi, veicoli di ogni genere (dai carretti ai tuk-tuk, agli autobus sgangherati alle utilitarie, assai rari le auto lussuose). Me l’aspettavo assai più piccola e contenuta, ma probabilmente è molto estesa per la mancanza di palazzi alti. Per il resto il panorama è quello tipico dei paesi orientali: tanti mercatini, bancarelle colorate, traffico indemoniato.
La nostra prima tappa è un tempio induista. Appena scesi dal bus l’impatto non è davvero dei migliori, assai più duro e crudo di quello che si avverte passeggiando per le strade di Bangkok. Alle catapecchie decadenti si affiancano angoli di immondezzaio, dove gatti e cani randagi, quasi tutti con evidenti segni di malattie e in condizioni precarie, cercano qualcosa da mangiare. Per fortuna non ci sono anche persone. Tutto questo in appena cento metri di strada che separano dal tempio. Speriamo che il resto della città non sia tutto così!
Osserviamo esterrefatti la facciata del tempio, ricca di statue e sculture che fuoriescono ogni dove creando giochi di profondità superbi e colorati. Dei mendicanti appostati si avvicinano al nostro groppo, in chiaro atteggiamento d’elemosina. Pochi centesimi di euro per questa gente sono soldi che valgono. Gianfranco afferma che il loro stipendio medio mensile varia tra i venti ai cinquanta dollari per i più fortunati. Dare cento rupie di mancia, che equivalgono più o meno a un euro, vuol dire regalare un’intera giornata di duro lavoro ad un singalese. E’ anche vero che chiedere l’elemosina non è mai bello, come non è bello vedere queste povere persone dalle facce sofferenti e consumate, spesso a petto nudo e scalze, tutte intorno che aspettano di ricevere qualcosa.
Lasciamo le scarpe all’ingresso ed entriamo nel tempio. La parte visitabile non è molto grande: si fa appena il giro di qualche stanzone. Gli affreschi e l’interno in generale sono un po’ trascurati, ma in tempi migliori dovevano essere di uno splendore accecante. Un signore anziano segue me e Stefania ed accenna qualche incomprensibile parola in inglese per improvvisarsi una sorta di guida. Inutile dire che all’uscita chiede la mancia, la quale Gianfranco informa comunque non essere affatto obbligatoria in nessun caso. Mentre riprendo le scarpe lascio così venti rupie al signore, che non pare molto soddisfatto e continua a chiedere con un atteggiamento che quasi mi indispettisce.
Proseguiamo in autobus per raggiungere il tempio buddista di Gangaramaya. L’ingresso è a pagamento e costa 100 rupie a testa. Beh, almeno si mettono le cose in chiaro da subito: si paga prima e niente mancia! L’entrata è stravagante, con tanti gingilli, statuette e doni sparsi ovunque. All’interno sembra più che altro un museo, con oggetti e reliquie di ogni genere, alcune molto colorate e alquanto bizzarre. L’antico si fonde col moderno senza vie di mezzo. Usciamo all’aperto in un cortile interno, di fronte a centinaia di statue disposte in modo ordinato ed equidistanti che creano un bel colpo d’occhio. Di lato un’auto d’epoca perfettamente conservata rende ancora più l’idea del museo stravagante. Un’altra sala di oggetti e sbuchiamo in un altro cortile con un gigantesco albero Bodhi. Dopo qualche spiegazione di Gianfranco in italiano e della guida del tempio in inglese, torniamo infine all’autobus.
La nostra prossima meta è un negozio di souvenir, che Gianfranco consiglia di guardare con attenzione per iniziare a rendersi conto dei prezzi. Di passaggio possiamo osservare velocemente dai finestrini alcuni monumenti tipici di Colombo, quali il tempio sul lago, il Trade Center, e l’originale Municipio costruito come identica copia della Casa Bianca!
Il negozio è diviso in tre piani, ricchi di un’infinità di oggetti e souvenir di ogni genere: statuette in legno, maschere tipiche, stoffa e batik, vestiti, parei, dipinti, prodotti artigianali, spezie, cartoline, e altro ancora. Nonostante io e Ste ci siamo ripromessi prima di entrare di non spendere nulla, visto che questo è solo il primo negozio che visitiamo, non possiamo non essere colpiti da innumerevoli cosette deliziose che attendono di essere portate a casa. L’acquisto ricade su un simpatico e originale elefantino, ricavato scolpendo una noce di cocco, con tanto di proboscide e tratti dipinti in nero: meraviglioso! Il suo costo è di 360 rupie (3,5 euro).
Finito lo shopping è giunta, per la gioia di tutto il gruppo, l’ora di raggiungere finalmente l’hotel per riposare e riempire il nostro stomaco con un pasto decente che non si vede ormai da due giorni. Il “Trans Asia” hotel (5 stelle e probabilmente il migliore di tutta la capitale), colpisce subito per la lussuosa hall d’ingresso, spaziosa e luccicante. Veniamo accolti in un’atmosfera cortese e rilassante. Sediamo ad un tavolo dove viene offerto un ottimo soft-drink di benvenuti, mentre Gianfranco sistema le formalità alla reception e ritira per noi le chiavi delle stanze. La nostra è la n° 134 al primo piano. Rimaniamo d’accordo col gruppo di cenare tutti insieme e diamo un appuntamento alla sala ristorante.
Saliamo le scale per il primo piano il quale appare, come in quasi tutti i grossi hotel di questa categoria, un enorme labirinto di corridoi lunghissimi e porte tutte uguali. Troviamo la nostra camera, bella e spaziosa, senza nulla da obiettare. Tranne che le prese di corrente non sono europee e il nostro adattatore non “adatta” poi tanto bene… riusciamo comunque a risolvere il problema alla bene e meglio. Nel frattempo arrivano i facchini a consegnare le valigie: altre 30 rupie di mancia. Facciamo una bella doccia e, neanche il tempo di aprire le valigie, è già ora di scendere all’appuntamento. Non potevamo prendercela con più calma?
Torniamo al ristorante passando per il salone, dove una ragazza singalese canta dal vivo sotto una piacevole musica di un pianoforte a coda, e troviamo già tutti a tavola: ma come hanno fatto a fare così in fretta? Dopo pochissime parole di Gianfranco a capotavola, andiamo a prelevare tutto il possibile e l’inimmaginabile dal buffet. La nostra prima cena non delude certo le aspettative: il cibo è vario, abbondante e buono. Passiamo dagli stuzzichini ai primi, secondi, verdure e dolce. Nonostante mi sforzi di leggere la descrizione delle pietanze, ammetto che risulta molto più semplice andare a “naso” e occhio: quello che ispira si mangia, il resto può aspettare un altro giorno. Avendo Gianfranco a lato, ne approfitto per chiedergli qualche informazione e scopro con stupore e piacere che anche lui è sardo, delle parti di Olbia!
Soddisfatti della cena, torniamo in camera a riposare. Domani ci si alza presto per il trasferimento al Dickwella, nell’estremo Sud dello Sri Lanka. Non possiamo che restare di stucco nel sentire che occorrono cinque ore di bus per fare 180 chilometri…
23/10/2003 – Spostamento in bus sulla costa Sud. Visita ad un centro di tartarughe marine. Arrivo al Dickwella Village.
La sveglia è alle 6.30 in punto. Scendiamo a fare colazione, sempre insieme al nostro gruppo Azemar, dopodiché andiamo alla reception per il chek-out. 490 rupie per le bevande della cena, che non erano incluse nel pacchetto (solo per la prima notte, gli altri giorni per fortuna sono all-inclusive). Un po’ care in effetti, ma si sa: negli hotel di lusso funziona così!
Alle 7:30 siamo già tutti all’ingresso. Arriva il bus e partiamo. Le prime due ore e mezzo di viaggio sono tutte nel centro abitato, un continuo scorrere di case basse e bancarelle, persone che vanno a lavoro, scolaresche, gruppi di ragazzi in chissà quali manifestazioni locali che ai nostri occhi appaiono, a dir poco, folcloristiche. Non capisco più se siamo ancora a Colombo, in periferia, o chissà dove.
Finalmente si vede l’oceano, con scorci sempre più frequenti. Stiamo seguendo pari pari la costa, tra paesaggi ripetitivi e pianeggianti, ma in alcuni punti pure molto belli e suggestivi. Le abitazioni diradano lasciando spazio ad una lussureggiante vegetazione verde di alte palme, mentre i sorpassi, per noi azzardati e senza senso, si ripetono costanti su una strada ad appena due corsie, stretta e non certo in perfette condizioni. Fatti da un autobus poi appaiono ancora più inopportuni, ma così è la guida nello Sri Lanka! La cosa singolare è che non si corre ad alta velocità, e non ci si ferma praticamente mai per l’assenza di semafori o ingorghi. Si tiene una velocità costante sui 40-50 chilometri orari: tutto ciò che va più lento viene superato, compresi veicoli, automezzi, altri autobus, che siano su rettilineo o in curva. Ovviamente discorso analogo vale per chi va più veloce di noi, che non si risparmia di operare il sorpasso del nostro bus tra suonate continue di clacson e virate brusche per rientrare in corsia.
Sostiamo di passaggio ad un centro tartarughe, per osservare la crescita e l’allevamento di questi meravigliosi animali centenari. Il biglietto d’ingresso costa 100 rupie (1 euro). Da un pezzo di terreno, protetto da un recinto, sbucano dei bastoncini di legno: qua sono deposte le uova delle tartarughe, come viene spiegato dalla guida. Più avanti invece una vasca contiene centinaia di piccolissimi esemplari appena nati che si fanno le prime nuotate. Ne prendiamo una in mano per accarezzarla: è bellissima! In altre vasche ancora nuotano quelle più grandi, le quali mostrano un guscio stupendo, che pare disegnato dalla mano di un grande artista. Si fanno accarezzare tranquillamente senza ritrarre la testa, sono abituate alla presenza umana. Siamo proprio di fronte ad una bella, lunghissima spiaggia oceanica, con sabbia d’orata e tratti di un bel prato verde acceso sovrastato da alte palme di cocco. Scopriremo presto che questo è il tipico paesaggio costiero singalese.
Lasciato il centro, proseguiamo il tragitto sostando solamente un’altra volta per la cosiddetta pausa “toilette”, doverosa dopo ore e ore di autobus, in un market che vende stuzzichini e bibite di vario genere. Durante l’attesa mi guardo intorno alla strada: siamo proprio in un altro mondo, che non assomiglia per niente a quello occidentale!
Passiamo Galle, importante città costiera del Sud dal punto di vista commerciale per la sua posizione e dal punto di vista storico e culturale per il forte portoghese e i caratteristici pescatori su gambi di legno. Ne vediamo alcuni in mare, pescando, appesi a quel loro singolare trampolo che li rende tanto famosi.
Passiamo anche Matara e, superato il punto estremo meridionale dello Sri Lanka, giungiamo finalmente dopo pochi chilometri a Dickwella, un modesto e piccolo paese di pescatori e artigiani. Il nostro hotel, che prende il nome dello stesso villaggio, è sulla strada principale. Entriamo che sono le 14:30, dopo sette ore dalla nostra partenza! Nonostante abbia visto le stupende foto panoramiche in Internet, rimango davvero sorpreso dalla bellezza di questo posto.
Veniamo accolti con una allegra cerimonia di rito che consiste, tra suoni di tamburi e strani strumenti a fiato, nell’accendere una candela ed esprimere un desiderio. Vanno avanti prima le donne e poi gli uomini. Beviamo un drink dissetante e veniamo accompagnati in camera, la n° 37, la quale risulta accogliente, spaziosissima, con finestra e uscita anche dalla parte opposta verso il prato verde che dà sulla spiaggia. L’arredamento è interamente in legno, le lenzuola sono decorate con petali colorati, e un grande sole dipinto risplende sorridente sopra il nostro letto. Che dire, siamo contenti ed eccitati!
Mi affaccio alla finestra e scorgo due sdraio per prendere il sole ed un appendino per stendere i vestiti, mentre un ragazzo in lontananza mi saluta e dice di andare da lui. Non c’è tempo di esplorare adesso, non apriamo neanche le valigie e usciamo subito a pranzare visto che sono le 15:00 passate. Percorriamo il pittoresco vialetto coperto, anch’esso in legno, che dalla reception porta alla nostra e alle altre camere e più avanti al centro del villaggio, dove c’è una bella piscina, due palme altissime e una sala all’aperto dove si tengono i pasti quando fa bel tempo, come in questo caso. Delle simpatiche e colorate rappresentazioni di pavoni ed elefanti sui muri, con tanto di senso di profondità da farle apparire quasi sculture, rendono il tutto molto pittoresco.
Troviamo anche stavolta tutto il gruppo già a tavola: ma questi sono dei fulmini! Andiamo a verificare immediatamente che il menù sia di nostro gradimento. Le pietanze non sono molto variegate ma c’è il nostro caro e amato forno a legna con un cuoco pronto a preparare delle invitanti pizze. Perché rifiutare una proposta così allettante? Durante il pranzo Gianfranco parla un po’ del come sia costituito il villaggio, cosa si può fare, degli orari da rispettare e così via. Suggerisce che è sempre meglio, come in tutti gli hotel, non lasciare denaro contante in giro per la stanza, ma di non preoccuparsi minimamente per altre cose, anche di valore, poiché una denuncia per furto da queste parti è considerata molto grave e sarebbe la rovina del dipendente che tiene caro al suo lavoro ed alla sua dignità. Spiega poi che i tour sono tutti di mezza giornata e si svolgono durante il pomeriggio. A tal proposito possiamo scegliere tra diverse alternative e stabiliamo subito, per iniziare, i giorni in cui vogliamo fare le due gite incluse nel pacchetto, quella a Matara e quella al tempio di Mulkirigala.
Finito il pranzo esploriamo il villaggio insieme a Gianfranco, che mostra come prima cosa il centro di massaggi Ayurveda. Conosciamo il dottore responsabile, dall’aria giovanile e simpatica, il quale offre una seduta di massaggio ai piedi a tutti, da provare quando si vuole, per assaggiare le delizie delle tecniche Ayurveda. Ci spiega i principi e i benefici in termini di salute e benessere che si possono raggiungere con più sedute, le quali ovviamente sono più vantaggiose, sia in termini monetari che di risultati, acquistate a pacchetti di più giorni. Torneremo senz’altro a provare il massaggio nei prossimi giorni!
Proseguiamo sul lato mare, di fronte alle nostre camere (chiamiamole così, ma sembrano vere e proprie casette sul prato verde a pochi metri dalla spiaggia), dove raggiungiamo gli sdraio e il bar, e torniamo alla reception, dove su un lato c’è il negozio di artigianato e souvenir di Gianna. Gianna è un’italiana che sta qui al Dickwella e fa un po’ da mediatrice. La sua figura è ambigua quanto importante. Di fatto è lei che fa un po’ da padrona e direttrice, organizza le gite, dà ordini al personale singalese, divide il suo tempo ed i pasti con noi. Stiamo un po’ nel negozio e compriamo un bellissimo pareo per 600 rupie.
Torniamo così in stanza, riposiamo qualche minuto e io e Ste da soli usciamo per una passeggiata sulla spiaggia, prima del tramonto. Il posto è splendido: la spiaggia d’orata si perde sulla sinistra fino all’orizzonte insieme alle altissime palme che la costeggiano, le quali a tratti arrivano fino all’oceano perennemente mosso. Sulla destra invece gli scogli segnano la punta del Dickwella, dove le onde si infrangono con fragore provocando alti spruzzi d’acqua. In riva come in mare notiamo alcune barche di pescatori locali, dalla strana forma. Il posto sull’imbarcazione è piccolo, al massimo per due o tre persone, lungo e stretto, tutto da un lato. Dal lato opposto, collegato con due archi in legno, c’è una sorta di contrappeso, evidentemente per questioni di equilibrio, il quale mi ricorda buffamente quella sorta di strana imbarcazione di tubi che Conan, nella fortunata serie di quel meraviglioso ed indimenticabile cartone animato, aveva creato per fuggire via dalla sua isola nativa. E’ proprio vero che la realtà supera di gran lunga la fantasia.
Torniamo al centro del villaggio, dietro la piscina. Un muro bianco segna la recinzione del Dickwella verso la spiaggia sul versante opposto dove il sole tramonta. Qui l’arco di spiaggia è più piccolo e riparato ma ciò non toglie che l’oceano sia comunque sempre mosso e anzi, all’orizzonte, alquanto inquietante con possenti onde che si infrangono sugli scogli. Si vedono molti pescatori al lavoro, mentre dal cancello rivolto alla spiaggia veniamo catturati dai bambini locali, che iniziano a parlare in italiano, sorprendendoci non poco. Sono in tre, un maschietto e due femminucce. La più sveglia è la bambina che porta il nome di Nilani, che avrà circa 12 anni. Stefania intraprende una conversazione mentre io continuo le riprese e le foto. Una guardia del Dickwella tiene da lontano d’occhio la situazione, probabilmente per evitare che i bambini scavalchino la recinzione. Loro si mostrano molto simpatici e, tra qualche parola in italiano e gesticolazioni varie, riusciamo a scoprire i loro nomi, l’età, dove vivono e cosa fanno.
Terminiamo la passeggiata, proprio al calare del tramonto, sopra la terrazza panoramica dove si tengono anche gli spettacoli notturni in una sorta di mini teatrino. La musica di Michael Jakson in sottofondo ci accompagna mentre ammiriamo sbalorditi la visuale a 360° della costa. All’orizzonte si scorge chiaramente anche il faro di Dondra, estremo punto del Sud dello Sri Lanka. Conosciamo un animatore del posto, un ragazzo della nostra età, anche lui molto simpatico, cordiale, e incredibilmente loquace con una gran voglia di parlare in italiano ed imparare parole nuove. Dice che è solo quattro mesi che lo sta imparando, il che sembra fantascienza visto che conversa già benissimo…
Rispuntano i bambini sotto di noi, che si fermano a parlare ancora per qualche minuto. Li osserviamo poi giocare sugli scogli con gli spruzzi d’acqua. Hanno tutti degli splendidi sorrisi e dei bellissimi visi, che trapelano gioia e serenità, cosa che ci conforta molto dal momento che a Colombo la situazione sembrava assai più disastrata. Alle sei in punto il sole tramonta, regalando uno splendido e breve spettacolo di un colore rosso intenso, che non manchiamo di documentare con tante fotografie e riprese.
La cena si svolge in una apposita sala di ristorazione, grande ed accogliente, con la solita formula buffet e prima bevanda inclusa. Le pietanze sono più varie del pranzo: troviamo qualcosa della cucina italiana e qualcosa di tipicamente locale. Siamo sempre tutti insieme, il gruppo Azemar al completo più Gianfranco e Gianna, i quali propongono per i giorni successivi di organizzare una cena più particolare a base di aragosta e pesce. Un’idea interessante che viene accolta con successo!
Notiamo, come a pranzo, che in tutta la sala sediamo soltanto noi e una famigliola di inglesi. Ed è effettivamente così: in tutto il villaggio, che può contenere 165 persone circa, siamo poco più di dieci! Situazione che ha i suoi pro ma anche i suoi contro. I vantaggi sono che avendo tutto per sé si gode questo favoloso paradiso senza vedere turisti in giro: del resto già dalla passeggiata di stasera abbiamo realizzato che siamo lontani anni luce da luoghi o affollati o di turismo di massa. Qui pace e solitudine regnano sovrani in mezzo a suoni, odori e immagini di una natura solitaria ed primordiale. I contro di conseguenza sono che, essendo così pochi, abbiamo tutti addosso, dal personale del Dickwella ai procacciatori della spiaggia.
In quanto a questi, Gianna e Gianfranco ci mettono subito in guardia. Li chiamano i “Beach Boys”, sono dei ragazzi pescatori che per arrotondare lo stipendio, molto povero, abbordano i clienti del villaggio proponendo di fare gite e visite di posti nelle vicinanze. Non sono cattivi o per forza truffatori, però è stato segnalato qualche spiacevole inconveniente in passato nei confronti di alcuni turisti. Ci viene consigliato perciò, se vogliamo passeggiare in paese o optare per alcune escursioni, di chiedere comunque ai ragazzi che lavorano al Dickwella, che possono dare maggiori garanzie e sono sotto la responsabilità dell’hotel. Lo davamo in realtà per scontato già da prima, ma ci accorgeremo presto che le cose non sono poi così semplici e si è instaurato un particolare e complicato rapporto di amore e odio tra il Dickwella, villaggio costruito sotto la direzione italiana, nei confronti della popolazione e del paese omonimo.
Alle ventidue in punto, finita la cena, saliamo sulla terrazza panoramica nel mini anfiteratro, per assistere al primo spettacolo serale intitolato “Jubox”. Gianfranco presenta scherzosamente la serata al microfono, calano le luci e iniziano diversi balletti di svariate canzoni, interpretati con grande foga e precisione da un gruppo di sei animatori, nonostante il pubblico sia di appena dieci persone! Si muovono molto bene questi singalesi e rimaniamo sorprendentemente colpiti dal loro innato senso del ritmo, dal fisico scolpito, dalla grinta e volontà, che rendono lo spettacolo interessante ed originale.
Terminato il tutto, passeggiamo una mezzora ammirando estasiati il meraviglioso cielo stellato dalla terrazza panoramica, spostandoci poi nella piscina illuminata in notturna di fronte all’oceano, e nel vialetto coperto dove chiacchieriamo per lungo tempo con Franca. Scopriamo così che è una donna che viaggia tantissimo da sola ed ha accumulato esperienze umane profonde e straordinarie durante le sue memorabili avventure. Rimaniamo colpiti in particolare da quelle in Africa del Safari, dal fascino della popolazione e delle riserve protette.
24/10/2003 – La spiaggia del Dickwella. Massaggio Ayurveda. Tour a Mawella per vedere il “Blow Hole”, il soffione dell’oceano.
La prima colazione è alle 8:30, nella sala ristorazione dove abbiamo cenato ieri. C’è un bel panorama sulle vetrate che dà verso gli scogli, con l’oceano e le possenti onde che creano alti spruzzi bianchi d’acqua. Il menù è il classico internazionale: thè, latte, caffè, brioche, bacon e salsicciotti per i più forti di stomaco. I succhi di frutta deludono un po’: nessun paragone con quelli tailandesi! Prima di andar via accordiamo con Gianna una passeggiata lungo la spiaggia.
Torniamo in camera e alle 9:30 vediamo alcuni del nostro gruppo passare. Li raggiungiamo e iniziamo la lunga camminata verso l’arco di spiaggia d’orata, che parte dal Dickwella e si prolunga per ben tre chilometri fino all’orizzonte. Insieme a noi vengono alcuni ragazzi dell’hotel, e altri tre del posto, i cosiddetti “Beach Boys”. Rimaniamo un po’ allibiti dall’immediato battibecco che nasce tra questi ultimi e Gianna, con varie accuse a tratti anche pesanti per varie vicende successe qualche giorno fa. Cerchiamo, nel limite del possibile, di lasciare estranea la discussione e non rovinare l’atmosfera dello splendido paesaggio che ci circonda. La spiaggia è a tratti larga e a tratti quasi scompare sotto le altissime palme e la fitta vegetazione retrostante, costringendo a camminare piacevolmente sull’acqua calda, quasi a temperatura corporea. C’è molto vento e l’oceano è mosso, per cui non siamo ispirati a fare il bagno anche se il fondale è molto basso e non comporterebbe alcun pericolo. Il sole purtroppo è per la maggior parte del tempo coperto dalle nuvole, ma a tratti, quando viene fuori, regala al mare vivaci colori con tonalità che vanno dal verde smeraldo all’azzurro più intenso. Non si vede un solo turista su tutta la spiaggia fino all’orizzonte! Ci siamo solo noi e qualche raro singalese del posto che va a pescare, a fare il bagno al proprio cane o per una passeggiata romantica con l’ombrellino.
I primi animali che incontriamo sono dei cagnolini, molti cuccioletti e altri un po’ più grandi, che vivono liberamente sulla spiaggia. Sono ovviamente randagi, e non devono avere vita facile visto che presentano evidenti segni di malattie. Meglio non accarezzarli, anche se innocui. Poi ci imbattiamo in un paio di mucche ferme, chissà, magari a prendere il sole: non mi è mai capitato di vederle in mezzo ad una spiaggia!
Nel frattempo i battibecchi continuano e i Beach Boys tentano assiduamente di parlare anche con noi, sostenendo la loro buona fede e il fatto che non siano imbroglioni. Una situazione un po’ difficile di cui non diamo né giudizio né critica, dal momento che siamo appena arrivati e non conosciamo le regole di questi posti! Nel dubbio cerchiamo comunque di evitarli e non dare confidenza. Siamo colpiti sempre dal fatto che anche loro parlino bene l’italiano, con discreta conoscenza della grammatica ed un ampio vocabolario.
Il prossimo appuntamento con la fauna locale è il macaco col berretto, una bertuccia molto comune nello Sri Lanka. Ce ne sono due per l’esattezza, legate ad una corda su un ramo di un albero: una beve da una specie di biberon e l’altra osserva indifferente. Chiediamo ad uno dei Beach Boys a fianco noi perché siano legate, poiché è evidente che per prima balena l’idea che siano messe lì apposta per i turisti. Risponde che non è così, sono là per altri motivi e presto verranno liberate come prima. Non è del tutto convincente, però potrebbe anche aver ragione.
Rimaniamo dietro al gruppo, rallentati dalle numerose foto e riprese. Li raggiungiamo dopo un po’, fermi ad ammirare un enorme riccio, piuttosto diverso dai nostri, con lunghissime aculei neri. Impariamo anche come si crea una resistentissima corda fatta con la peluria del guscio della noce di cocco, di cui non viene sprecato proprio nulla!
Passiamo alcune barche e casette di pescatori e arriviamo alla fine della spiaggia, ammirando tutto il golfo fino all’orizzonte. Dalla parte opposta si scorge sul promontorio la pittoresca architettura del Dickwella. Franca è l’unica coraggiosa a farsi il bagno nonostante il vento, mentre il resto del gruppo, compresi noi, si accontenta di chiacchierare e guardare il bel panorama.
Si torna indietro, non prima però di osservare una stupenda aquila di mare che sorvola l’oceano in cerca del bottino quotidiano. Il resto del gruppo prosegue mentre io e Ste sostiamo diversi minuti estasiati da questo magnifico esemplare, che riesco a riprendere bene (e soprattutto a vedere!) con la mia videocamera digitale, la quale con uno zoom 20x è utilizzabile praticamente anche come binocolo!
Stavolta rimaniamo molto arretrati e restano con noi solo due Beach Boys, ragazzi appena sopra la ventina dal nome Gian e Upal. La loro conoscenza dell’italiano è sorprendente e così, anche se all’inizio un po’ diffidenti, intraprendiamo un discorso approfondito sui loro usi e costumi. Spiegano che sono pescatori, ma al di fuori degli orari di pesca cercano di arrotondare qualcosa con i clienti del Dickwella. Non sono né procacciatori né venditori, fanno semplicemente da accompagnatori, ma sono in grado di procurare, a richiesta, quasi ogni cosa. Il loro modo di vivere è essenziale, hanno i beni di primaria necessità e lo stato li aiuta, distribuendo riso, vestiti di scuola per i bambini e così via. Ce lo spiegano proprio mentre passiamo di fronte ad un piazzale retrostante la spiaggia, dove una folla di gente aspetta in fila ascoltando una voce al megafono. Nello stesso posto domani si svolgerà il mercato. Purtroppo tutto il mondo è paese e anche qua la politica gioca un ruolo a doppia faccia. Gli aiuti arrivano soprattutto in periodo elettorale, coinvolgendo molto donne e bambini che stanno in genere più in casa, mentre gli uomini sanno bene che una volta passate le elezioni tutto tornerà come prima. Rispondiamo di dovere con quello che succede in Italia: anche noi abbiamo i nostri problemi, anche se ad un livello diverso.
Torniamo al Dickwella a mezzogiorno, e mentre gli altri si dividono tra sdrai a mare e in piscina, io e Ste prendiamo la via dei massaggi Ayurveda. Visto che la prima prova è gratuita, approfittiamone subito! Incontriamo il medico che ci invita cortesemente ad entrare. E’ una persona gentile, giovanile e molto preparata. Spiega alcuni trattamenti e propone dei pacchetti interessanti, poi fa accomodare all’interno. Qua si usa ancora separare le donne dagli uomini e così io entro in una camera con il mio massaggiatore e Ste entra in un’altra a fianco con una massaggiatrice. Ogni particolare è mirato a portare un senso di relax fisico e mentale, come i dipinti sulle pareti e la dolce musica in sottofondo. Il massaggio inizia spalmando sulla parte interessata, in questo caso i piedi, un olio profumato, che dopo qualche minuto provoca una sensazione di freschezza sulla pelle, del tutto simile a quella del balsamo di tigre, ovvero l’equivalente di una caramella alla menta exraforte per la gola. Il massaggio è proprio rilassante, molto più delicato di quello tailandese, e termina dopo un quarto d’ora circa. Assicuriamo al dottore che torneremo senza ombra di dubbio a provare qualcosa di più serio, e lasciamo il centro Ayurvedico ormai ora di pranzo.

Alle tre pomeridiane in punto raggiungiamo la reception insieme a tutto il gruppo. Aspettiamo il pulmino con Gianfranco per il tour a Mawella, che è stato proposto all’economico prezzo di dieci euro a persona. Il conducente si fa attendere, e dopo mezzora di ritardo finalmente partiamo. La prima meta è la casa di Flavio, un italiano che ha investito qui nello Sri Lanka comprando un magnifico terreno con visuale mozzafiato ed ha costruito una casa con piscina a dir poco invidiabile. Per arrivarci percorriamo una strada sterrata stretta molto suggestiva, piena di buche e a strapiombo sulla costa. Rimaniamo colpiti dal panorama una volta entrati nella proprietà di Flavio. La tenuta sorge su un colle verde con alte palme, di fronte all’oceano e ad un isolotto collegato alla terraferma da un istmo di spiaggia che, durante l’alta marea, scompare. Il mare è molto mosso sulla parte destra dell’istmo e più calmo sulla sinistra. E’ qui che faremo un po’ di snorkelling.
Scendiamo un piccolo sentiero che porta alla spiaggia, dove troviamo diverse barche di pescatori con i relativi proprietari, incuriositi. Il cielo è molto minaccioso e non tarda più di qualche minuto a scendere giù il diluvio! A questo punto ci dividiamo: io scelgo la nuotata con maschera e pinne seguendo gli incitamenti di Gianfranco, mentre Stefania insieme a qualche altro del gruppo si ripara in una capannina dei pescatori che ci osservano sempre più meravigliati.
Con il mare mosso, come prevedibile, la visibilità sott’acqua è piuttosto limitata. Riesco comunque a vedere nel mio primo snorkelling di questo viaggio qualcosa di interessante. Dopo una mezzora usciamo e la pioggia cessa. Risaliamo a casa di Flavio e troviamo il resto del gruppo alle prese con la bertuccia addomesticata di nome Rudi. E’ un macaco col berretto per la precisione, basta tendergli le braccia e salta sopra, mettendosi a pulire teneramente la pelle in segno d’affetto. Stefania è entusiasta di questo simpatico animale che tiene in braccio, mentre io non manco di riprendere e fotografare i momenti più esilaranti.
Adoperiamo una simpatica chiacchierata con Flavio, che racconta le sue disavventure sulla casa inerenti i problemi di titolarità, gli imbrogli e le difficoltà di ogni genere nell’acquistare e mantenere una proprietà all’estero in un paese così diverso dal nostro come lo Sri Lanka. Non è stato facile insomma, ma il posto è stupendo e direi che ne è valsa la pena!
Si fa ora di andar via. Durante il rientro in pulmino sostiamo a grande richiesta di Gabriella in un villaggio di pescatori sulla spiaggia, che stanno appena rientrando con un grosso bottino. Ci sono dei gran bestioni che giacciono per terra qui!! Li scaricano dalle barche e li poggiano in terra su un apposito spiazzo. Si riconoscono dei tonni, ma non saprei dire altre specie…
Proseguiamo per Mawella, un altro villaggio diventato turistico per via del cosiddetto “Blow Hole”, il soffione dell’oceano, raro fenomeno conosciuto in soli dodici posti sul pianeta, di cui questo è il secondo per importanza. Così cita la Lonely Planet e ne diamo atto per potercene vantare! Il tutto non è niente di più che un alto e potente spruzzo dell’oceano, il quale fuoriesce prepotentemente da una crepa sugli scogli (un vero e proprio buco) con la forte pressione che si crea a seconda delle onde e della corrente oceanica. Pare che nei periodi migliori possa raggiungere i 25 metri di altezza, che sono un palazzo di dodici piani!
Parcheggiamo nei pressi del villaggio e veniamo immediatamente circondati dai bambini, mentre i singalesi dietro le innumerevoli bancarelle invitano a comprare ogni genere di cosa. C’è molta sporcizia per terra ed il terreno è un po’ fangoso. Seguiamo a piedi la strada principale che porta fuori dal paese verso la costa mentre inizia nuovamente a piovere, per fortuna solo per qualche minuto.
Una salita a gradoni, caratteristica per il colore rosso della terra che stacca nettamente con tutto il verde circostante della prepotente e fitta vegetazione, porta in cima ad un promontorio, con la costa a strapiombo sull’oceano. Il paesaggio è molto bello e affascinante. Una folla di persone attende con ansia che il soffione spruzzi via dal buco. Mi sorprende che in realtà siano tutti singalesi. Non vi sono stranieri neanche qua e ho la chiara certezza ormai, dopo appena un giorno, che il turismo in questa zona all’estremo sud dello Sri Lanka, soprattutto in questo periodo, è una rarità quanto il Blow Hole stesso.
Il mare calmo e la corrente trasversale rendono l’attesa più lunga del previsto. Lascio la fotocamera digitale a Stefania e mi dedico alle riprese della costa, rimanendo stupito dalla vista in lontananza di un pavone solitario tra gli scogli. Finalmente arriva il soffione tra la gioia e le urla di tutti! E’ davvero emozionante, con lo spruzzo alto e bianchissimo, preceduto da un fragoroso boato. Se ne susseguono diversi uno dietro l’altro, aumentando la nostra gratificazione per l’attesa.
Non resta che tornare al Dickwella, a pochi chilometri di strada da Mawella. Durante la passeggiata per rientrare al pulmino, ammiriamo in qualche bancarella incuriositi i souvenir e la cucina del pesce. Scattiamo delle foto ai bambini locali, che appaiono estasiati mentre mostro loro un attimo dopo nel display l’immagine nella fotocamera digitale. Chissà quale diavoleria tecnologica penseranno che sia! Eppure rimango io stesso stupito, subito dopo, dal fatto che anche loro sono molto più organizzati del previsto! Arriva un bambino che consegna a me e Franca, anche lei con una videocamera digitale che scatta foto, il suo indirizzo in singalese per spedirgliele! Quasi commossi dal suo sorriso, promettiamo senz’altro di mandargliele una volta rientrati in Italia. Gianfranco suggerisce tra l’altro, se vogliamo donare loro qualcosa, di dare caramelle o penne per scuola, ma non soldi. Sono perfettamente d’accordo: dare soldi abitua la gente a chiedere e a vivere di elemosina. E già molti lo fanno. Mi viene in mente lo stipendio di venti dollari di un povero pescatore, e penso che se ogni turista lasciasse pochi centesimi di euro a testa a chi chiede l’elemosina, questi camperebbero senza far nulla a dispetto di chi invece suda per guadagnarsi da vivere. Questo non è un paese che ha carenza di risorse primarie come ne può avere uno africano in Etiopia che vive nel deserto, tanto per fare un esempio. Qui c’è acqua, terra fertile da coltivare, mare ricco di pesci. La loro povertà è assai diversa, e in ogni caso quello intendiamo per “povertà” è alquanto soggettivo. Non si può negare che il loro stile di vita sia per molti del tutto essenziale e talvolta carente, ma questa gente vive comunque in modo molto più naturale e semplice del nostro. Quei bambini che ridono e giocano sulla spiaggia del Dickwella tutto il giorno, per esempio, sono immersi in quella che per noi è la tipica immagine di un paradiso tropicale da cartolina e, per quanto si possano vedere “poveri”, credo fermamente allo stesso tempo che siano felici. Lo si legge nei loro volti. Chi dice e chi può assicurare che l’arrivo del progresso, della tecnologia, dei soldi e dell’influenza occidentale, porti davvero maggiore benestare e serenità da queste parti? Ma conosco ancora troppo poco di questo posto per poter dare giudizi: meglio aspettare ai prossimi giorni!
Rientriamo al Dickwella alle 18:30, giusto in tempo per riposare un’ora, prima di una succulenta cena a base di aragosta e pesce, per la modica cifra di venti euro a persona. Dopo gli antipasti di mare, viene servito un bel piatto di spaghetti ai granchi. E che granchi! Me ne ritrovo quasi uno intero sul piatto con delle enormi chele più grandi di una cesoia! Poi arrivano in sequenza metà aragosta bollita, il sorbetto e l’altra metà aragosta arrosto con sughi speziati. Dopodiché il nostro stomaco si arrende!
Soddisfatti dalla cena andiamo a vedere al teatrino lo simpatico spettacolo di cabaret, che vede stavolta gli animatori impegnati in alcuni sketch e barzellette.
25/10/2003 – Mercatino locale. Tempio buddista di Wewurukannala Vihara. Tour: Weligama (visita fabbrica gemme), Matara (visita fabbrica batik).
Oggi è il mio compleanno ed essere in viaggio è senza dubbio il miglior modo di festeggiarlo! Dopo la colazione, andiamo in spiaggia con il resto del gruppo e passeggiamo fino al mercato locale che si svolge settimanalmente. Veniamo accompagnati, anche oggi, da Gian e Upal, che troviamo appostati appena messo piede fuori dal Dickwella. Il mercato è, come prevedibile, pittoresco e caotico e soprattutto, a differenza di molti tailandesi, vero. Intendo dire che è realmente un mercato della gente del luogo senza nessuna influenza per turisti i quali, come di consueto, a parte noi sono inesistenti!
Camminiamo tra una miriade di bancarelle di frutta, verdure, pesce e vari generi di cibo sistemate per terra o su dei banconi, tra le urla dei venditori e il chiasso assordante della folla. L’area del mercato è piccolina e concentrata, quindi sembra che ci sia tantissima gente! Siamo colpiti dalle quantità industriali di banane, le quali sono molto più piccole delle nostre e più tozze. Parlo con Upal di questo fatto e spiega che ce ne sono cinque tipi nello Sri Lanka: le più buone paiono essere quelle rosa o rosse. Quelle lunghe che conosciamo noi per loro non sono neanche banane, non le considerano molto buone e sono assai meno saporite. E’ simpatico anche vedere un signore che vende il cocco fresco, come l’abbiamo visto fare pure in Tailandia: si taglia la parte superiore, si infila una cannuccia all’interno ed eccolo pronto per essere bevuto! Tra tutta questa confusione viene difficile riprendere e fotografare, così riesco a fare solo qualche scatto al volo delle banane e del peperoncino nelle sue diverse specie, ammassato a chili sui banconi.
Attraversiamo il reparto abbigliamento, altrettanto vivace e colorato come quello della frutta. Un tuk-tuk, dopo avermi quasi investito, fa sorridere passando in mezzo alla folla e strombazzando il buffo clacson! Siamo arrivati alla fine del mercato e al di là della strada vediamo il paese del Dickwella, intravisto ieri di passaggio rientrando da Mawella con il pulmino.
Chiediamo a Gian e Upal di accompagnarci per comprare dei rullini, così lasciamo il resto del gruppo e passeggiamo per la prima volta nel piccolo paese. Come prevedibile siamo visti alla stregua di due alieni: così diversi dalla popolazione locale in tutto e per tutto e unici due turisti nel raggio di chilometri non possiamo davvero passare inosservati! Nella via principale troviamo un piccolo e spartano Internet Point e ne approfittiamo per scrivere un’email a casa.
Mentre torniamo indietro, Gian propone di andare a vedere un tempio buddista, affermando che è il più alto dello Sri Lanka con una statua di 50 metri. Dista solo cinque minuti a piedi. Abbiamo letto in effetti sulla Lonely Planet di un bel tempio in questa zona, e tra le escursioni del Dickwella non è compreso per cui, anche se non ancora perfettamente convinti al cento per cento, accettiamo. Del resto, lui e Upal dicono di non volere neanche i soldi e chiedono solo una eventuale mancia alla fine del soggiorno, se rimaniamo soddisfatti.
Vediamo il resto del gruppo all’altezza del mercato e invitiamo anche loro, ma vengono soltanto Franca e Doriana: almeno saremo in quattro. Attraversiamo un ponte e ci urlano di guardare giù: un grosso varano che sembra un coccodrillo passeggia tranquillamente nell’acqua fangosa del fiume! Proseguiamo lungo una strada asfaltata e piena di buche che porta fuori dal paese, ammirando il paesaggio della campagna singalese. Sulla nostra destra costeggiamo un vasto campo di fiori di loto, simile ad una palude, mentre in lontananza vi sono alcune case sparse tra la fitta vegetazione di palme. Il percorso si dimostra bello ma comunque molto più lungo del previsto e fa un caldo tremendo: altro che cinque minuti! Dopo una mezzora finalmente scorgiamo in lontananza la statua del Budda e, devo darne atto, è proprio alta e maestosa.
Il tempio si chiama Wewurukannala Vihara, ed ha influenze miste tra il buddismo e l’induismo, che qui sembrano convivere e fondersi in sincera armonia. Il biglietto d’ingresso costa una cifra irrisoria, qualcosa in più per chi ha la macchina fotografica e la videocamera, ma Gian e Upal ci permettono di pagare a forfait solo l’ingresso. Bisogna ovviamente togliersi le scarpe. Entriamo io e Ste nella parte buddista, rimanendo molto colpiti dalla pace e dall’atmosfera del luogo. I nostri improvvisati accompagnatori spiegano il significato di varie statue: la reincarnazione per esempio, rappresentata in fila da oltre 50 budda uno dietro l’altro, oppure la differenza tra la posizione del budda morto e quello dormiente, che si percepisce solo per l’allineamento o meno delle dita dei piedi.
Usciamo da questa prima parte del tempio ed entriamo a lato in un’altra sezione, quella dedicata all’inferno. Rimango un po’ sconcertato: non pensavo esistesse il concetto di inferno anche per i buddisti! (a meno che non si tratti di un’influenza induista). Le religioni non sono il mio forte. La Lonely Planet cita questa parte come una sorta di disneyland fumettistica e in effetti non è molto lontana dalla realtà. All’ingresso una serie di statue terrificanti ma allo stesso buffe nella loro realizzazione, rappresentano una atroce tortura di un uomo capovolto mentre viene segato in due, ad iniziare dalle parti basse (ahi che male, diamine!) e del diavolo con tanto di corna. Da qua in poi si susseguono dei corridoi, tutti minuziosamente dipinti da entrambe le pareti, dove nella parte superiore vi sono le malefatte compiute nella vita terrestre, e nella parte inferiore le corrispettive torture infernali. Una sorta di gigantesco inferno di Dante con qualche centinaio di gironi! Purtroppo c’è molto buio e si le pitture sono un po’ lasciate andare all’usura senza alcuna protezione e manutenzione, come del resto praticamente tutto qua intorno. E’ un grandissimo peccato!
Finita la singolare e interessantissima visita, saliamo le scale nel vasto spazio all’aperto che prosegue verso la gigantesca e colorata statua del Budda, ed entriamo alla sua base. Una lunga serie di gradini, spezzati a tappe da diversi stanzoni con pareti anch’esse dipinte, salgono verso la cima. Arriviamo in una prima terrazza panoramica proprio dietro la testa della statua e saliamo l’ultima rampa di scale. La vista è stupenda e merita la fatica! Osserviamo per diversi minuti la struttura del tempio, le persone piccole sotto di noi, e tutta la fitta foresta di palme fino all’orizzonte. Si vede benissimo persino tutta la strada che abbiamo fatto per venire qua ed il campo di fiori di loto. Gian indica degli alberi in lontananza spiegando che là vivono tantissimi pipistrelli e può portarci a vederli. Interessante! Però adesso non c’è tempo, così promettiamo di tornare domani.
Per rientrare velocemente al Dickwella per pranzo velocizziamo i tempi fermando un tuk-tuk. L’autista chiede appena 50 rupie (0,50 euro) per questo tragitto e non sembra sia il caso di trattare visto che siamo in quattro…! Quanto viene a testa? Salire in questo piccolo mezzo a tre ruote è un’impresa divertente quanto incosciente ma va provato. Il tuk-tuk è del tutto identico a quello omonimo tailandese. Sperimentiamo anche, meno piacevolmente, le buche della strada!
Dopo pranzo l’appuntamento è alle 14:30 alla reception per il tour a Matara, che risulta compreso nel nostro pacchetto viaggio. Stavolta il pulmino è puntuale e ne arrivano addirittura due per essere più comodi. La prima tappa è a Weligama: più o meno tre quarti d’ora di viaggio caratterizzata da continui sorpassi e guida sportiva del nostro autista che sembra gareggiare con il suo rivale, partito in anticipo. Le scommesse sono fatte, tra le simpatiche battute di Mauro, Luca e Marzia insieme con noi nello stesso pulmino: chi arriverà primo? Superati in extremis i nostri compagni sul Mercedes sembra ormai cosa fatta, ma il nostro autista si scompone all’ultimo sbagliando vicolo una volta arrivati a Weligama! Ritrovata la strada siamo dunque ormai ultimi: scommessa persa.
Gianfranco accompagna all’interno di una abitazione, che è in realtà una vera e propria fabbrica artigianale di gemme. Viene offerto qualcosa da bere in un salone, per poi iniziare la visita nel laboratorio retrostante. Assistiamo qui alla lavorazione materiale delle pietre. Diverse persone maneggiano sapientemente precisi strumenti e pazientemente, una ad una, producono le gemme passo per passo in una mini catena di montaggio. Il prodotto finale viene poi portato in un salone più bello e rifinito, dove si svolgono le contrattazioni e le vendite. Rimaniamo ad ammirare qua questi piccoli e preziosi oggetti esposti in vetrine protette, mentre qualcuno del gruppo prova a contrattare e a concludere qualche acquisto.
Risaliamo nel pulmino spostandoci verso Matara, a pochi chilometri di distanza. Qua entriamo in un’altra casa-laboratorio artigianale, stavolta di batik. In un piccolo cortile all’aperto troviamo alcune donne che lavorano il tessuto, anche loro con una invidiabile pazienza e precisione, ricoprendo di cera la parte di un determinato colore del disegno, che poi va bagnato e asciugato, togliendone la cera e rimettendola sulla parte del disegno che presenta un altro colore. E’ un lavoro incredibile: non avrei mai pensato che potesse esserci tutto questo dietro quei quadri e parei di stoffa appesi al muro! Alcuni sono bellissimi anche se sono ancora incerati e quindi non conclusi. E’ evidente, come viene delucidato, che i batik più costosi sono quelli che presentano più colori, perché ogni colore in più comporta una ulteriore “passata” nel giro della lavorazione. E ancora, fondamentale, il vero batik è solo quello che presenta lo stesso disegno a specchio girando la stoffa da una parte all’altra. Se così non è, si tratta “soltanto” di stoffa lavorata, ma non di batik originale. Quante cose si imparano! Il prodotto finale viene esposto in un’apposita sala dove si svolge la vendita tra le più accese contrattazioni. Vediamo qualcosa di carino ma la folla e il prezzo, intorno ai venticinque euro, ci inducono a desistere per il momento dall’acquisto.
Terminata la visita veniamo condotti al centro di Matara, in prossimità di un colle dove sorge un forte portoghese. Abbiamo un’oretta per passeggiare liberamente per le vie della città. Da qua notiamo subito che Matara è un centro abbastanza grosso: le strade sono molto animate, piene di tuk-tuk che svolgono la funzione di veri e propri taxi. Si sentono continuamente i clacson e vi sono persino paradossalmente mucche che attraversano indifferenti, bloccando il traffico. Iniziamo camminando sull’orlo del fossato del forte, dove notiamo una biscia marina nuotare nelle sue acque. Qualcuno vede anche una tartaruga su un ramo gettarsi in acqua alla nostra vista. Dall’altra parte in un grande campo a prato verde si svolge qualche manifestazione sportiva con la musica singalese che accompagna in sottofondo. Terminato il periplo del forte, camminiamo per le strade di Matara, passando un tempio e perdendoci tra bancarelle di ogni genere. Compriamo delle penne e delle caramelle da dare ai bambini alla prossima occasione, che sicuramente non tarderà a presentarsi.
Raggiungiamo nuovamente il pulmino ormai quasi buio, e torniamo al Dickwella per le 19:00. Approfittiamo del tempo che rimane prima di cena per un bel bagno notturno in piscina, estremamente rilassante dopo una giornata calda e caotica come quella di oggi!
Dopo cena, lo spettacolo che viene presentato oggi è dedicato a Michael Jackson. Gli animatori stupiscono il pubblico con i loro balletti perfettamente studiati, a ritmo dei più grandi successi della famosa star, e confermano quella gran forma fisica che già abbiamo notato i precedenti giorni. Più tardi, finito lo show, sediamo in un tavolino tutti insieme di fronte alla piscina, complimentandoci con loro per l’ottimo risultato ottenuto. Siamo in un atmosfera ormai familiare: dieci turisti italiani e otto ragazzi del Dickwella, una guardia e qualche cagnolino che si intrufola abusivamente nel villaggio deserto: questo è il popolo del Dickwella Village! L’animatore fianco a me racconta del suo modo di vivere, del suo lavorare di notte, dormire la mattina, studiare e prepararsi il pomeriggio guardando anche delle videocassette. Gli piace quello che fa e si impegna: i risultati infatti si vedono. Un altro animatore racconta invece di suoi amici che sono venuti in Italia a cercare lavoro. Per loro l’Italia è un mito: sinonimo di ricchezza, benestare, vita invidiabile piena di tante cose che qui possono solo sognare. Gli spieghiamo che adesso, con le nuove riforme, non è più tanto semplice entrare facilmente come una volta nel nostro paese, e tanto meno trovare un lavoro per un emigrato che sia ben retribuito. Quelli che a loro appaiono stipendi clamorosi sono anche da rapportare purtroppo al nostro costo della vita, per cui rischiano di passare da una vita essenziale ma dignitosa e con attorno un paradiso tropicale, un clima invidiabile etc.etc., ad una povertà squallida vissuta in un buco nell’inquinamento di una fredda città indifferente a qualunque loro problema. Siamo sicuri che ne vale la pena? Io non ne sono affatto convinto. Eppure narrano addirittura di alcuni loro amici, imbarcati dallo Sri Lanka per arrivare sulle nostre coste dopo mesi, che hanno passato disavventure pazzesche, avuto fregature da persone disoneste con traffici illegali. Vado a letto riflettendo su quanto sia davvero forte, per questi ragazzi, il sogno italiano, ma non sono ancora per niente convinto che ne valga la pena. Abbiamo tentato un po’ tutti di spiegarglielo stanotte, ma non è per niente facile cancellare dei miti a dei giovani ragazzi che vedono soltanto la bella Italia dai racconti dei turisti.
26/10/2003 – Pipistrelli. Lavorazione artigianale del legno. Massaggio Ayurveda. Visita casa locale. Tramonto in spiaggia. Spettacolo di danze tradizionali
Abbiamo appuntamento con Gian e Upal in spiaggia per andare a vedere i pipistrelli. Trovare i Beach Boys è un gioco da ragazzi, anzi, sono loro che trovano sempre noi. Mi viene in mente che se anche volessimo cercare di staccare un po’ e stare da soli, sarebbe ormai cosa impossibile. Gli abbiamo dato confidenza e adesso sono i nostri accompagnatori personali. Agli altri del gruppo non è successo, non a tutti per lo meno. Loro sono stati più indifferenti e all’interno dell’hotel, mentre io e Ste non riusciamo a stare fermi un attimo. Non siamo neanche abbronzati e non abbiamo preso ancora sole sdraiati comodamente sulla spiaggia. Ma per questo aspettiamo le Maldive. Meglio approfondire ora la conoscenza di questo popolo singalese visto che ne abbiamo l’opportunità!
Passiamo dal retro del Dickwella fino a raggiungere la strada principale dove Gian e Upal contrattano con un tuk-tuk. Il conducente è un po’ buffo con uno strano modo di parlare nasale e un po’ sdentato, ma sembra una persona per bene. Saliamo stavolta solo noi con Gian, perché c’è pericolo di controlli in paese e in quattro avremmo una multa salata! Prendiamo una strada secondaria e infine un vero e proprio viottolo sterrato, fangoso, pieno zeppo di buche profonde. Il tuk-tuk si improvvisa una vera e propria jeep!
Parcheggiamo all’ingresso della fitta foresta, vicino ad una casa rurale, appena meglio di una baracca. Un bambino esce dalla porta e ci guarda incuriosito, timido. Gian fa cenno di osservare sulla cima degli alberi, che sono alti almeno una ventina di metri, dove si notano decine di pipistrelli dormienti a testa giù appesi ai rami. Rimaniamo a bocca aperta, ma il bello deve ancora venire. Arriva anche il conducente, parla un po’ con Gian e accennano di andare a scoppiare qualche sorta di petardo per farli volare. I loro visi si illuminano come quelli di due bambini pronti a compiere la marachella, ma io e Ste non siamo d’accordo, nel rispetto di quei poveri animali sonnecchianti. Spiegano allora che non sono botti pericolosi e non fanno neanche rumore. Sono innocui fumogeni che li svegliano per qualche minuto ma torna subito tutto come prima. Si imbarcano nella loro impresa e scompaiono dietro gli alberi della foresta. Io e Ste, attoniti e incuriositi, sorridiamo nel frattempo a quel bambino che continua a uscire per pochi secondi dalla porta della sua modesta casa. Sentiamo un brusio in lontananza e vediamo il fumo, mentre in contemporanea centinaia di pipistrelli enormi iniziano a volare e strillare sopra le nostre teste girando in tondo! Rimaniamo a bocca aperta: ce ne sono una quantità incalcolabile, molto più di quelli che si vedevano a occhio nudo! Per fortuna volano là ad alta quota e non si avvicinano. Riprendo tutto con la mia videocamera che ancora una volta si rivela un binocolo utilissimo grazie al suo potente zoom. Dopo qualche minuto, lentamente, ad uno ad uno i pipistrelli si riposano sugli alberi a riprendere il sonno spezzato. E’ stata una grande emozione! Prima di andar via vediamo uscir fuori dalla casetta anche la mamma e un’altra figlia. Le chiediamo se possiamo scattarle una foto ma fa un cenno negativo timidamente con testa. E’ la prima volta che accade e rispettiamo ovviamente la sua volontà.
Il conducente fa una divertente inversione tra il prato e il piccolissimo viottolo, dopodiché risaliamo sorbendo nuovamente le voragini del terreno. Ripassiamo di fronte al Dickwella e Gian chiede se vogliamo andare a vedere una casa dove lavorano artigianalmente le statuette in legno. Ma sì, ormai siamo in ballo e balliamo! Raccogliamo anche Upal visto che andiamo dalla parte opposta al centro del paese priva di controlli. Dopo pochi minuti arriviamo di fronte ad un’altra tipica abitazione locale. Questa è assai più accogliente di quella vista prima, ma sempre molto modesta. Entriamo nel salone dove salutiamo un bambino. C’è un televisore e l’arredamento non è male. Dietro si trova il laboratorio, chiamiamolo così, del proprietario che adesso è fuori. Mi sorprende come qua siano tutti una famiglia: si entra così facilmente nelle case altrui senza porsi alcun tipo di problema. Io e Ste in realtà siamo un po’ imbarazzati e ci sentiamo dei perfetti estranei. Usciamo in cortile mentre arriva la signora di casa. Saluta, parla un po’ con i ragazzi (non capiamo una parola) e ci lascia. Appare evidente che l’artigiano in questo momento è fuori e così Gian e Upal pensano loro a mostrare il funzionamento e gli attrezzi del mestiere! Prendono tanto di martello e scalpello, fatti rigorosamente in legno in maniera del tutto semplice e primitiva, e mimano il gesto dello scolpire il tronco ancora grezzo, prima che diventi una piccola opera d’arte. Vediamo alcuni modelli non ancora terminati che fanno intuire i vari passaggi della lavorazione. E’ incredibile come sia tutto fatto a mano, statuetta per statuetta! Non ce ne sarà mai una uguale perché non esistono strumenti meccanici e industriali: qua si parla di lavoro artigianale puro al cento per cento!
Dopo la dimostrazione entriamo in una stanza per l’esposizione del prodotto finale. Funziona da tutte le parti allo stesso modo. I lavori sono artigianali, che si tratti di souvenir, di gemme preziose, di legno, di abiti e così via e il concetto di fabbrica e produzione di massa non esiste. Si lavora nella propria abitazione che allo stesso tempo è divisa in laboratorio e sala per l’esposizione e la vendita. Rimaniamo ad ammirare vari oggetti e contrattiamo su alcune cose dalle quali siamo più attratti. Alla fine raggiungiamo un accordo per una statuetta di un pescatore di Galle, appeso al suo trampolo con tanto di lenza: un ricordo carino e particolare. Lo paghiamo 950 rupie, non sapendo in realtà se sia o meno un prezzo davvero buono visto che sono i primi che vediamo. Aveva ragione Gianfranco però, devo ammetterlo, quando a Colombo, in quel negozio di souvenir, diceva di dare uno sguardo veloce a tutti i prezzi.
Salutiamo e torniamo al tuk-tuk. Chiediamo di lasciarci in paese all’Internet Point di ieri, dal quale con 80 rupie, che sono esattamente 80 centesimi di euro, mandiamo una email a casa, senz’altro più economica di qualsiasi telefonata. Rientriamo poi al Dickwella passando per la spiaggia: una piacevole passeggiata fatta in compagnia, tanto per cambiare, dei soliti bambini che sono ovunque! Sostiamo nella piazza dove si svolge il mercato, oggi deserta. C’è solo qualche mucca sdraiata che si riposa. Il sole è caldo ma per fortuna smorzato dal costante vento. Barattiamo qualche penna e caramella in cambio di qualche bel primo piano, con il trucco di mostrare subito la foto digitale ai bambini per stupirli che funziona sempre.
Arrivati in hotel troviamo i nostri compagni in spiaggia intenti nelle contrattazioni con i venditori ambulanti: parei, asciugamani, batik, magliette, un po’ di tutto. Stefania si aggrega immediatamente per acquistare qualche pareo mentre riprendo la scena con la videocamera. Poi vedo anche io una maglietta con davanti il disegno di un elefante visto frontalmente e sul retro il disegno del suo posteriore. La spuntiamo al prezzo di 850 rupie (8,5 euro) insieme a due splendidi parei colorati: non male!
Torniamo in stanza che si è già fatta ora di pranzo. Il pomeriggio optiamo per un massaggio Ayurveda serio e non di prova come l’altro giorno. Stefania sceglie lo Shirodara, un trattamento alla testa con olio caldo, ed io uno classico alla schiena. Durano entrambi più o meno un’ora. Ne usciamo completamente rilassati: ne è valsa la pena!
Poco dopo scendiamo in spiaggia dove ancora una volta troviamo Gian e Upal (ma non sono anche pescatori? E quando pescano se sono sempre con noi?), che chiamano i bambini per mostrarci qualche danza tradizionale. Si riunisce così il solito gruppetto di quattro ragazzini, che iniziano un po’ timidamente a ballare e cantare in gruppo, senza nessun aiuto, incalzando grazie al nostro incitamento. Sono divertenti e spontanei, così tanto che Stefania si fa coinvolgere provando i movimenti insieme a loro!
Terminato lo spettacolo camminiamo insieme dall’altra parte degli scogli, dove tramonta il sole, verso l’arco di spiaggia che finora non abbiamo ancora visto. Vi sono molti pescatori in mare su quelle strane e strette barchette che assomigliano a catamarani. Qualcuno simpaticamente saluta anche col braccio al nostro passaggio. La sabbia d’orata, le alte palme e la fitta vegetazione si susseguono esattamente come in tutta la costa vista finora. Alla fine della spiaggia il paesaggio è stupendo. Alle nostre spalle si vede il Dickwella mentre di fronte il sole sta tramontando colorando di giallo e rosso fuoco il cielo. Siamo attrezzati di cavalletto apposta e lo piazziamo per scattare qualche indimenticabile foto. Ne faccio una a due bambini sulla nostra destra, seduti vicino ad un edificio diroccato senza tetto. Uno abbandonato come tanti altri penso, ma Gian e Upal affermano che in realtà quella è la scuola! Il sole scende rapidamente non deludendo le nostre asp

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