U.S.A. – Florida + Las Vegas & Grand Canyon On the Road

Diario di viaggio

20/10/2004 – Volo Cagliari – Roma – Newark (New York) – Orlando (Florida).
Io e Stefania abbiamo concepito questa vacanza già dall’estate, quando Erika, una nostra carissima amica, ci ha invitati ad andare a trovarla negli Stati Uniti in Florida, dove sta lavorando nel parco Disney di Epcot da quasi un anno. Dopo varie telefonate e prenotazioni, il nostro viaggio inizia oggi, di buon mattino, con il volo Cagliari – Roma delle 6.55. E’ l’unico motivo per il quale siamo entrati in un’agenzia di viaggio perché il volo principale Roma – Newark – Orlando è stato prenotato da Internet tramite Expedia.it. Sono rimasto colpito dal tempismo con cui ci sono arrivati i biglietti aerei a casa e dal prezzo pagato di soli € 477 a/r.
Arriviamo a Roma alle 8.00 ma dobbiamo aspettare fino alle 14.30 per imbarcarci sul volo 43 della Continental Airlines. I posti sono il 28L e 28K vicino al finestrino. Ci attendono ‘appena’ 6888 Km per arrivare a Newark, aeroporto poco distante da Manhattan, in pieno centro di New York, che il nostro Boeing 767-200 percorrerà in circa 9 ore di lunga attesa. Nel frattempo, approfittiamo almeno per guardarci un bel film sullo schermo: “The terminal” con Tom Hanks e Catherine Zeta Jones, per fortuna tradotto anche in Italiano. Lo trovo molto carino, al di là delle previsioni, tant’è che provo poi a riguardarmelo anche in inglese per cominciare a masticare un pò di accento americano. Del resto, non c’è molto altro da fare…
Poco prima di atterrare a Newark ci viene consegnato il modulo d’ingresso per gli States. Avevo letto e sentito della stupidità delle domande a cui bisogna rispondere, ma non credevo di tale livello. E’ piuttosto deludente credere che gli americani pensino che un terrorista possa rispondere affermativamente alla domanda: “sei un delinquente o un terrorista?” oppure “sei venuto in America per compiere atti criminali?” o ancora “hai sottratto qualche minore ad un cittadino americano?” e via andando… Con la precisazione, alla fine di queste dieci geniali domande, che rispondendo anche solamente con un “sì” ad una di queste, è il caso di presentarsi all’autorità appena sbarcati all’aeroporto, che potrebbe rifiutarsi di apporre il visto d’ingresso nel paese. No comment.
Atterriamo che è già buio pesto e tra le mille luci di New York non riesco ad orientarmi e a riconoscere alcun monumento famoso. Abbiamo più o meno un’ora e mezzo di tempo per la coincidenza col volo per Orlando. Ne perdiamo intanto parecchio al controllo dei passaporti, dove ci fanno un pò di storie, nonostante il mio sia a lettura ottica come obbligatorio da questo settembre. In più, ci schedano da capo a piedi, prendendo le impronte digitali, scattando una foto, e controllando tutto, persino le scarpe. Gli stranieri non sanno tanto di benvenuti a quanto sembra, almeno ultimamente…
Porto indietro l’orologio di 6 ore, tale è qui il fuso rispetto all’Italia, e alle 19.25 l’aereo decolla per Orlando. Altri 1510 Km con il volo Continental 1692 su un Boeing 737-800, e finalmente mettiamo piede in Florida alle 22.15.
Dopo aver preso le valigie, troviamo subito con sorpresa Erika che è venuta a prenderci insieme a Francesca. Da qui andiamo all’hotel Pop Century, all’interno dell’area Disney, che lei cortesemente ci ha prenotato per due notti. Per distrarci un pochino e iniziare ad entrare nell’atmosfera, ci porta poi in una steak-house a mangiare una bella bisteccona New York Strip da 16 once (piatto molto diffuso) con il mezzo litrone di coca-cola ricaricabile. In americano, si chiama “refill”, ovvero paghi la prima bevanda e poi la riempi quante volte vuoi. Il locale è molto carino ed esagitato. C’è qualche partita di rugby e si sentono urla indistinte di ragazzi e ragazze come da noi ai bei tempi della finale ai mondiali. Molto pittoresco e americano, è proprio un ottimo modo per iniziare ad assaporare gli U.S.A.!
21/10/2004 – Disney World e i parchi a tema: Pop Century hotel; Magic Kingdom; Epcot
Dopo una dormita non molto lunga, il nostro obbiettivo di oggi è sfruttare al meglio i due biglietti gratis procurati da Erika per entrare nei parchi Disney. Sono due tesserine e valgono per tutti e quattro i parchi a tema: Magic Kingdom, Epcot, Animal Kingdom, MGM studios. L’unico cruccio è che valgono solo un giorno, ed essendo chiaramente impossibile visitarli tutti, scegliamo a preferenza i primi due. Osserviamo intanto il Pop Century di giorno mentre andiamo verso le navette che portano ai parchi. E’ davvero grazioso e buffo, con tante statue enormi di animali in stile completamente fumettistico, come classico della Disney. E’ diviso in tre sezioni, ognuna delle quali a tema con una decade degli ultimi decenni. Anche la camera è confortevole, pulita e spaziosa, pagata 66 dollari per notte.
Passiamo per un finto biliardino da calcio (quello con le stecche e i giocatori rossi e blu tanto per intenderci, ognuno dei quali è alto tre volte me!), facciamo una foto con Pippo e usciamo all’esterno dove passano i bus per i parchi. Impossibile sbagliare, ognuno ha il nome del parco a cui porta.
Prendiamo quindi il “Magic Kindom” verso le 9.30 e arriviamo all’ingresso del primo e più famoso parco Disney dopo una ventina di minuti. La tessera funziona davvero ed entriamo senza fare neanche tanta fila, ma come al solito perdiamo tempo nei controlli, anche qui perentori. Bisogna aprire lo zainetto, tirare fuori le macchine fotografiche, le borse, etc.etc. Le bombe possono essere nascoste ovunque mettiamocelo in testa… Preleviamo una mappa dagli appositi contenitori e iniziamo in tranquillità prendendo il trenino panoramico e facendo il periplo del parco, poi torniamo alla Main Street e passeggiamo tra i negozietti fino al castello di cenerentola, dove escono i personaggi di topolino e cricca Disney in parata. Per la prima attrazione andiamo a Tomorrowland sulle Space Mountain, montagne russe totalmente al buio e un pò claustrofobiche. Un pò traumatizzati torniamo sul rilassante a Fantasyland vedendo il Philar’s Magic, nuovo spettacolo 3D di paperino al cinema molto realistico e divertentissimo, con spruzzi d’acqua, vento e gran finale di effetti speciali. A Frontierland ci fermiamo un pò di più entrando nella Haunted Mansion, la classica casa dell’orrore con discreti effetti speciali (è praticamente identica a quella di Eurodisney), prendendo il battello a vapore che fa il giro del lago, visitando la Tom Saywer Island e urlando sulle Big Thunder Mountain. Una nota di merito per le Splash Mountain, montagne russe sull’acqua divertentissime e realizzate nei particolari, con un gran tuffo finale nel vuoto in cui ci si bagna a volontà! Bello anche Pirate & Caribbean ad Adventureland. Terminiamo in gloria con le Mad T-cup, le classiche tazze rotanti dove si sale romanticamente in due per soffrire altruisticamente insieme i capogiri finali a go-go…
E’ già pomeriggio ed è ora di prendere la monorail che collega i diversi parchi: destinazione Epcot. Solito ingresso con controlli, cartina e via per altri divertimenti. Prendiamo i vagoncini che entrano sull’enorme sfera che caratterizza l’ingresso di questo parco futuristico, compiendo un giro epico tra salita e discesa sulla storia della Terra. Poi commettiamo l’errore, almeno per me, di andare alla Mission Space, simulatore di una missione spaziale verso marte. L’attrazione è pompatissima e realizzata molto bene, ma adatta ai più forti di stomaco… Si impiega un sacco di tempo per entrare nel vivo tra spiegazioni del comandante, obbiettivo della missione, etc.etc. Poi si entra nella cabina e qui inizia il massacro. Uno schermo visivo mostra le immagini. Si parte dentro un razzo provando l’accelerazione gravitazionale degli astronauti: in poche parole, un senso di oppressione e compressione fisica tremenda! Fin qui eccitante. I veri dolori iniziano quando si supera l’atmosfera e si entra nello spazio, con sbalzi gravitazionali paragonabili ai peggiori vuoti d’aria mai passati fino ad adesso in aereo. Conclusione: la Disney deve ringraziarmi di non aver macchiato i preziosi sedili dell’astronave col pranzo dell’Hot Dog fatto qualche ora prima…
Optiamo per qualcosa di più tranquillo entrando nel “The Living Seas”, una sorta di acquario con varie specie animali tipiche della Florida. Vediamo per la prima volta i delfini e i possenti e docili lamantini. A questo punto cominciano ad approssimarsi le 19.00, ora di chiusura del parco, e dobbiamo scegliere un’altra attrazione nelle vicinanze. Quasi per caso la finiamo su un altro spettacolo 3d intitolato “Honey I shrunk the audience”, dedicato al film “Mamma mi si sono ristretti i ragazzi”, anche questo ricco di effetti speciali e molto esilarante, considerato che stavolta a restringersi è il pubblico…
Finiti i divertimenti ci dirigiamo nella seconda zona del parco (Showcase) che chiude alle 21.00, dedicata a diversi padiglioni di diverse nazioni. In questi giorni sono particolarmente animati per la festa “Food & Wine”. Attraversiamo le bancarelle e i ristoranti messicani, norvegesi, cinesi e tedeschi, ognuno a tema con decorazioni, forme e prodotti tipici dei luoghi di provenienza. Arriviamo dunque a metà strada, mentre costeggiamo l’enorme lago al centro del parco, al ristorante “Da Alfredo”, chiaramente del padiglione italiano, caratterizzato da una riproduzione della Piazza San Marco di Venezia. Questi americani sono proprio bravi a copiare diamine! Qui incontriamo Erika e Francesca, che ci dicono di aspettare la chiusura per vedere i fuochi artificiali. Come perderli!? Passeggiamo ancora un pò tra i padiglioni americano e giapponese, e ci imbattiamo in un palco all’aperto dove assistiamo ad un bel concertino dal vivo di qualche gruppo famoso di vecchia annata: una bella atmosfera! Arriva l’ora dei fuochi d’artificio, un vero e proprio spettacolo narrato intitolato “Illumination: Reflection of the Earth”, con una sfera terrestre che naviga al centro del lago, luci da urlo e fuochi stupendi: bellissimo! Una degna conclusione alla visita dei parchi Disney.
Per uscire, prendiamo una strada alternativa: quella dei dipendenti (come Erika), che a fine lavoro si dileguano dalle porte secondarie degli addetti ai lavori. Visto da questa prospettiva, sparisce tutta la magia del parco, prendendo le somiglianze di qualunque altro posto dove si caricano e scaricano merci, si corre di fretta tra corridoi banali, magazzini, etc.etc.
Torniamo al nostro Pop Century con Erika e Francesca, che stanotte ci fanno compagnia in modo da essere già pronti, domani mattina alle 4, per prendere il taxi che ci condurrà all’aeroporto di Orlando in attesa del volo per Las Vegas. Ci aspetta un viaggio nell’Ovest di cinque giorni!

IL MITO DELL’OVEST
22/10/2004 – Volo Orlando – Dallas (Texas) – Las Vegas (Nevada); giro per Hotel: Aladdin; Paris; Bellagio; New York New York; Excalibur; 95 south fino a Searchlight
Sveglia alle 4 del mattino in punto. Preparativi veloci e via sul taxi prenotato da ieri notte per l’aeroporto di Orlando. E dire che c’eravamo appena l’altro ieri… Il nostro volo parte alle 6.55 verso Las Vegas con scalo a Dallas. All’aeroporto di questa mitica metropoli del Texas, di cui non si può non ricordare l’omonimo telefilm, sostiamo diverse ore prima di ripartire all’1.30. Il fuso orario qui è di meno un’ora rispetto alla costa Est. Nella nostra attesa, abbiamo modo di osservare una consistente differenza nei personaggi americani, rispetto a quelli visti ieri in Florida. Senza neanche dover andare in città, abbiamo numerosi e valorosi esempi del texano ‘tipico’ di fronte ai nostri occhi: cappello da cowboy, camicia a quadri a maniche lunghe rigorosamente dentro i jeans, stivaloni a punta luccicanti, camminata larga tipica di uno che, oltre ad essere americano, passa la maggior parte del suo tempo a cavallo. A proposito di scarpe luccicanti, pare una moda da queste parti farsele lustrare per benino seduti su una sedia. Esiste proprio questo mestiere: il lucidatore di scarpe… Tra i vari texani qualcuno si distingue anche per l’atteggiamento ricorrente da “sputo”. Va e viene a intervalli regolari di fronte a noi seduti nelle poltroncine e lascia il suo ricordino nel cestino dei rifiuti. Lo fa con classe, bisogna ammettere che almeno non sporca per terra…
Il volo da Dallas a Las Vegas dura due ore e mezza, e qui nel Nevada ci sono altre due ore di fuso orario in meno da considerare. Ormai non ci capiamo più niente, è già il quarto che cambiamo in tre giorni… Poco prima di atterrare, abbiamo modo di ammirare dal finestrino lo spettacolare panorama che il deserto ci offre. All’aeroporto, notiamo invece che si vedono benissimo i mega hotel a tema dello Strip (la via più importante) di Las Vegas, che paiono proprio vicinissimi. Recuperiamo i bagagli e ci dirigiamo con apposita navetta verso la Alamo per affittare l’auto. L’autista è a dir poco un esaltato, già solo a guardarlo in faccia. Durante il tragitto intrattiene poi un colloquio da classico film di un marine in missione. Purtroppo per lui, sta trasportando solo passeggeri comuni e non il presidente… La fila per prenotare l’auto è lunga, ed Erika e Francesca aspettano un bel pò prima di arrivare alle trattative, mentre io e Ste ci riposiamo e cerchiamo di procurare qualche depliant e cartina stradale. Una volta tornate, ci dirigiamo verso i parcheggi all’aperto eccitati come bambini, con Erika che salta fuori con la notiziona del fuoristrada al posto della berlina: costa solo 10 dollari in più, ne vale la pena! Purtroppo per noi, dopo aver controllato il contratto e il prezzo finale, i conti non tornano: ci sono 100 dollari in più del previsto! A questo punto spulciamo le varie clausole, e scopriamo che la differenza di prezzo è data dal secondo guidatore, cioè Erika, che ha età inferiore ai 25 anni. Questo però non è stato precisato, visto che l’offerta presa comprende un secondo guidatore gratuito. Torniamo dunque all’ufficio per un bel complain (ci siamo già molto americanizzati!), e dopo accurate spiegazioni viene sistemato tutto, facendo il cambio del secondo guidatore con il mio nominativo. Adesso il prezzo finale è di 256 dollari per cinque giorni con assicurazioni, chilometraggio illimitato e secondo guidatore. Così va meglio: bisogna sempre controllare ogni virgola del contratto! Usciamo nuovamente che si son fatte le 16.00, molto più tardi del previsto. Scegliamo la nostra Chevrolet Trail Blazer bianca 4×4. Proprio un bel fuori strada, comodo, spazioso per i bagagli e ben accessoriato. A Francesca l’onore di svezzarlo e condurci per le vie di Las Vegas!
In men che non si dica raggiungiamo lo Strip ed iniziamo ad assaporare le meraviglie di questa città: passiamo da Sud verso Nord incrociando la piramidona nera del Luxor, dove alloggeremo l’ultima notte di questa tappa nell’Ovest degli States. Uno dietro l’altro si susseguono una serie di personaggi quali il leggendario motociclista in pelle nera sulla Harley Davidson che scorrazza con la sua banda, e i vari hotel a tema come l’Excalibur con il suo fiabesco castello, il Tropicana, l’MGM (ad oggi il più grande con ben 5.000 camere!), il New York New York con l’inconfondibile profilo di Manhattan in miniatura (si fa per dire), e l’Aladdin con il suo stile persiano, dove decidiamo di fermarci. Lasciamo l’auto negli sconfinati parcheggi multipiano e proseguiamo a piedi.
Iniziamo con l’entrare all’interno dell’hotel, che si rivela un vero e proprio villaggio con strade e negozi creati a tema. Non solo, persino il cielo azzurro con le nuvole è finto e si rimane a bocca aperta da quanto appare realistico! Questa sì è una vera americanata… Scendiamo al piano terra al nostro primo casinò, dove giochiamo qualche puntata con le slot machine senza vincere nulla. Capita giusto di vincere qualche credito in più per tirare ancora un paio di volte la manovella. Mi trovo sorpreso per il fatto che nella maggior parte delle slot hanno ormai sostituito la classica leva tanto divertente con un noioso tasto da premere: che gusto c’è così? Ovviamente è più comodo e più veloce, si può premere a ripetizione come fanno molti senza stancarti il braccio, ma si finiscono anche prima i soldi e senza suspance: non hanno insegnato agli americani che le cose troppo comode sono anche piatte? Per fortuna alcune slot utilizzano ancora entrambi i metodi, per cui opto senza indugiare sulla manovella! Ci sono anche molti tavoli con roulette e giochi con le carte, ma li lasciamo ai più esperti.
Usciamo dall’Aladdin e ci dirigiamo più a nord verso il Paris, passando sotto la perfetta copia della Torre Eiffel a grandezza naturale, che inizia ad illuminarsi. Una veloce toccata e fuga anche in questo casinò e poi dritti al Bellagio, dove assistiamo alla fine dello spettacolo delle fontane. Niente paura, lo ripetono ogni mezzora. Ne approfittiamo così per visitare anche questo hotel, che presenta un lusso sfrenato in ogni angolo in cui si guardi intorno. Torniamo alle fontane e prendiamo i posti in prima fila. Lo spettacolo è diverso dal precedente, poiché cambia la colonna sonora e gli zampilli delle fontane vanno appunto a ritmo di musica. E’ davvero suggestivo e ben realizzato, anche se, avendo visto quello della Fontana Magica a Barcellona a febbraio, devo dare qualche punto in più a quest’ultimo per fascino e colori.
Scendiamo a sud costeggiando il New York New York e scorgiamo l’incredibile montagna russa che passa attraverso i grattacieli: wow che panorama ci deve essere da lassù in corsa! Entriamo nei meandri di questo hotel, scoprendo un’altro mini villaggio con le tipiche strade interne della metropoli, proprio come si vede nei film! C’è anche il teatro dove si esibisce il Cirque du soleil in Zumanity: quanto mi piacerebbe vederlo ma non c’è proprio il tempo!! E chissà quanto andava prenotato in anticipo…
Proseguiamo verso l’Excalibur, dove approfittiamo del buffet da 15 dollari per consumare una deliziosa e abbondante cena. Funziona proprio come ho letto in tutti i racconti: si paga un tot fisso e si mangia a volontà, con piatti e cucine di varie nazionalità. Ovviamente, c’è il refill dove andare a riempirsi il bicchiere delle più svariate bevande.
E’ ora di tornare all’auto nel parcheggio dell’Aladdin de iniziare il tragitto verso il Grand Canyon. Percorrere lo Strip è proprio come entrare in un film, ma va ben oltre. Il fascino di tutte le luci, i cartelloni pubblicitari, i casinò e questi mega hotel: è tutto fatto ad hoc per confondere lo sguardo e la mente, e far entrare il visitatore in una sorta di estasi compiaciuta. E non si riesce a resisterne. Qualcuno dice persino che nei casinò aumentino l’ossigenazione dell’aria per provocare euforia, e non mi stupirebbe affatto: questi americani sono capaci di tutto!
Lasciamo Las Vegas prendendo la 95 south verso Needles, che si congiunge alla Interstate 40. Ma, considerata la stanchezza, preferiamo fermarci più o meno a metà tragitto in uno sperduto motel alla Psycho nella cittadina di Searchlight (che forse è poco più di un paesino visto che non è segnata neanche nella cartina…). La camera è bella spaziosa ma un pò fredda. La temperatura in Nevada non è certo quella della Florida! Accendiamo un’antica e tradizionale stufetta e ci prepariamo per il lungo viaggio di domani…
23/10/2004 – 95 south per Needles (California); Interstate 40 east (ex Route 66, Arizona); Grand Canyon South Rim: Mother Point; Hopi Point; Tusayan
Partiamo verso le 9 proseguendo per la 95 south fino a Needles. Alla luce del giorno le cose appaiono tutte meravigliose e si scorgono i tipici paesaggi da film western con villaggi sperduti di pochi abitanti, circondati dal deserto di terra del tipico colore che va dal giallo al marrone al rosso, ricoperto di cespuglietti verdi. Mancano solo i cactus per completare il quadretto. La strada è ad una sola corsia per senso di marcia e prosegue per molti tratti drittissima per lande desolate.
Sconfiniamo dal Nevada e, anche se per un breve tratto, siamo ora sul suolo della California, dove si trova appunto Needles. Sostiamo per la colazione in un rustico locale del luogo, con gli immancabili camionisti dei giganteschi Tir di Terminator e gente di passaggio. E’ una cittadina strategica visto che qui passa la leggendaria Route 66, oggi ribattezzata per un tratto Interstate 40. Sembra ancora tutto finto e non riesco a credere di trovarmi in questi posti che rappresentano il mito dell’Ovest degli States. Rileggo il racconto del caro Leandro di http://www.nospam.it, anche lui partito da qui per arrivare al Grand Canyon: sono oltre 400 nostri Km di bella strada che vanno fatti, la meta non è affatto vicina come sembra dalla cartina!
Imbocchiamo senza indugi la I 40 east a due corsie per senso di marcia che entra dopo poche miglia in Arizona. Osservo emozionato come un bambino il panorama dal finestrino, fotografando e riprendendo tutto nei tratti salienti. Nonostante la I 40 sia una strada grossa e trafficata (ci sono tir da tutte le parti!), sempre dritta, e il paesaggio possa essere considerato a tratti molto uguale, per turisti come noi che lo osservano per la prima volta è una grande dose di adrenalina! Tutto è così nuovo e diverso dai luoghi che abbiamo visto finora nei nostri viaggi in Europa e nell’Est asiatico. Una scena da non dimenticare è quella che capita di frequente percorrendo in auto la strada parallela a quella dei binari qualche centinaio di metri a lato: quando passa il treno merci, corre quasi alla stessa velocità e appare fermo sullo sfondo dei monti mentre il deserto scorre sottostante a 75 mph. Se ci fosse la locomotiva a vapore, sarebbe davvero come tornare indietro nel tempo di qualche secolo.
Dopo aver superato Kingman e Seligman, paesini quasi inesistenti, ci fermiamo per la benzina a Williams, che appare un dimenticato villaggio western. Come in tutti i distributori negli States, si entra dentro il market, si paga il tanto che si vuole mettere alla pompa, e ci si arrangia in self-service. Erika e Francesca ci spiegano i trucchi per non fare figuracce nelle stazioni di servizio americane, tipo come si aziona la pompa (che non è sempre uguale o scontato come sembra), come usare eventualmente la carta di credito, quanta benzina calcolare.
Da Williams lasciamo la I 40 e svoltiamo sulla 64 north, dove iniziano ad apparire i cartelli del Grand Canyon – South Rim, che ne indica la parte che rimane a Sud. Esiste infatti anche la parte Nord, ad una quota più elevata e difficile da raggiungere, praticamente dall’altra parte del “grande buco”. Nonostante in linea d’aria sia a soli una ventina di Km più a nord del South Rim, ci vuole un giro ad anello di oltre 350 Km per raggiungerlo in auto e possibilmente avere un fuoristrada. In alternativa, si può attraversare il canyon da parte a parte con uno dei trekking più belli al mondo (il Bright Angel trail) che scende a valle sul Colorado e poi risale. Un vero sogno per tutti i grandi camminatori, che richiede discreta preparazione per i forti dislivelli, la lunghezza (diversi giorni di camminata), le asprezze del terreno e del clima. Peri più pigri, si può scendere anche a dorso di mulo, pagando ovviamente una cifra non da poco (oltre $ 200). Il vero problema poi è che per trovare i posti per dormire a valle, che sono pochi, bisogna prenotare molti mesi in anticipo.
Continuiamo il nostro tragitto salendo di quota per entrare nella Kaibab National Forest in un paesaggio completamente modificato, con la bellissima foresta di alberi ad alto fusto in alcuni tratti parzialmente ricoperta con spruzzi di neve: fa freddo! Sorpassiamo anche Tusayan, cittadina nevralgica vicinissima all’ingresso del parco, il quale raggiungiamo in pochi minuti. Essendo già le 15.00, diamo per scontato di tornare anche domani e quindi siamo ‘costretti’ a comprare la tessera annuale dal costo di $ 40 per auto, esattamente il doppio di una giornaliera da $ 20. E pensare che con $ 50 si può fare la tessera per ingresso illimitato a tutti i parchi nazionali degli States! Percorriamo qualche miglia ed ecco spuntare il classico panorama da cartolina di fronte a noi: talmente incredibile da sembrare finto, quasi un fotomontaggio… Parcheggiamo poco a lato del Mother Point, il primo e quindi più gettonato punto panoramico di osservazione, e scendiamo ad ammirare attoniti questa maestosità della natura. E’ tutto sproporzionato in misure e grandezza ed iniziano a spuntare macchine fotografiche e videocamere a più non posso! Mi sforzo di riflettere e ricordare gli appunti del corso di fotografia i quali dicono che questa è la classica situazione davvero difficile per fare realmente delle belle foto. Dico così perché a primo istinto si inizia a premere a caso il pulsante di scatto presi dall’eccitazione, tanto sembra tutto bello. Poi a casa ci si accorge di avere 50 foto tutte uguali che non rendono affatto ciò che si è visto. Cerco allora di concentrarmi su soggetti che diano le dimensioni tipo umani e piante, con una giusta luce e ombre particolari, oppure scattare dei bei primi piani con i quali un giorno potrò davvero dire: io ci sono stato ed ero là!!!
Raggiungiamo il balcone di Mother Point costeggiando l’orlo del burrone. E’ piuttosto frequentato ma mi aspettavo in realtà molta più gente. Non mi aspettavo invece tutto questo freddo ma, del resto, siamo a oltre 2.200 metri di altitudine! Un’altra cosa che mi spiazza del tutto è il trovarmi la foresta che arriva fino all’orlo del Canyon e scende anche giù fin dove è possibile arrampicarsi: chissà perché, pensavo che la parte Sud del Grand Canyon fosse un’area desertica….
Mentre guardo a bocca aperta l’immenso panorama, accentuato dai 1.800 metri di dislivello tra me e qualche metro più avanti, metto a fuoco il fatto che in realtà ciò che sto ora osservando è una briciola di tutto l’insieme. Ripenso ancora al Bright Angel che attraversa il Grand Canyon da Sud a Nord, quindi nel tratto in cui la larghezza varia dai 6 ai 30 Km, mentre la vera estensione di questo monumento millenario è da Ovest a Est per qualcosa come 450 Km: due volte la Sardegna, pazzesco!
Il tempo passa velocissimo e dobbiamo affrettarci. Proseguiamo in auto per il Grand Canyon village e sostiamo in un punto di ristorazione all’interno, che pare una baita di montagna, per un pranzo veloce. Poi scendiamo un tratto a piedi fino al punto di partenza del bus che porta verso Hermits Rest a ovest, a visitare una serie di punti panoramici chiusi al traffico delle auto. Facciamo in tempo a salire proprio sull’ultimo autobus, molto spartano e con ammortizzatori inesistenti, che si arrampica in una stretta stradina asfaltata costeggiando l’orlo del Grand Canyon. Per una bella vista del tramonto, l’autista consiglia di fermarsi ad Hopi Point, dove infatti scendono tutti i turisti, tra cui anche noi. Il calar del sole colora da una parte le pareti di un magico rosso, mentre dall’altra crea un suggestivo controluce con un’atmosfera di foschia. E’ un evento meraviglioso alquanto difficile da spiegare o descrivere. Scattiamo le nostre foto a volontà e prendiamo il pulmino di rientro, prima di arrivare allo stato di congelamento fisico!
Una volta raggiunta l’auto usciamo dal Grand Canyon village a buio fatto scorrendo con stupore un enorme alce che attraversa tranquillo la strada. Dopo pochi minuti di strada siamo a Tusayan per cercare alloggio. Senza pensarci troppo la nostra scelta ricade sull’Holiday Inn, una discreta catena di motel presente in tutti gli U.S.A., che alla cifra di $ 120 offre una bella quadrupla spaziosa e confortevole. Non è un prezzo basso ma neanche esagerato, considerato la tale vicinanza ad una delle meraviglie naturali del mondo.
Per la cena facciamo un giro in auto per il paese fino a trovare una steak house molto carina e dai prezzi accettabili. All’interno c’è anche un bello shop con articoli artigianali e locali. C’è da attendere troppo per il tavolo e così ci spostiamo da un’altra parte. Un altro bel localino tipico e carino, dove consumiamo uno squisito aperitivo e un lauto pasto.
Rientrati al motel, la brillante idea di alzarsi all’alba, considerata uno dei momenti più belli insieme al tramonto per vedere il Grand Canyon, viene automaticamente scartata per la stanchezza e il gelo della notte, per il quale non siamo adeguatamente attrezzati…
24/10/2004 – Grand Canyon South Rim: Hermits Rest; trail da Hopi Point a Mohave Point; Navajo point; Desert View; 89 North per Page
Una bella colazione continentale al motel, dove consultiamo le decine di depliant che possono interessare, e via di volata nuovamente al casello di ingresso del Grand Canyon. Il ranger all’ingresso non ci chiede neanche la tessera appena ci guarda in faccia: si ricorda di noi da ieri… gli dobbiamo aver fatto una bella impressione da italiani simpaticoni!
Parcheggiamo l’auto ed entriamo nel Market plaza per le prime necessità alimentari e di shopping: dobbiamo fare la collezione di cartoline e magneti! Poi scendiamo come ieri a prendere il bus percorrendo diverse miglia sull’orlo del canyon fino al punto estremo di Hermits Rest. Da qui si gode un altro stupendo panorama nel punto più ad Ovest visitabile turisticamente del Grand Canyon – South Rim. Una bella passeggiata per respirare appieno l’aria limpida e frizzante di montagna e per fare altri acquisti in una vera e propria baita adibita a punto di ristoro. Riprendiamo il bus che al rientro sosta solamente in due punti, tra cui la nostra fermata al Mohave Point. Da qui, seguendo i consigli del viaggio di Leandro, ci incamminiamo a piedi verso il primo punto più a est dove abbiamo assistito ieri al tramonto: l’Hopi Point. Vale la pena farsi questa passeggiata per tantissimi motivi. Innanzitutto, già solo camminando a piedi sull’orlo del Grand Canyon si aprono paesaggi incredibili visti da una prospettiva diversa dei soliti punti panoramici e in modo molto più isolato. Sembra infatti strano, ma basta fare pochi passi e la gente si volatilizza nel nulla, dando finalmente un senso di maggiore intimità nell’osservare questo spettacolo della natura. Il sentiero è lungo appena 1,3 Km e non presenta dislivelli, per cui si percorre con calma in 30 minuti, fermandosi spesso e volentieri per scattare le doverose foto. Inoltre, è uno dei pochi punti dove si riesce a scorgere molto bene il verde fiume del Colorado, artefice primario della millenaria erosione di questa roccia arenaria. In ogni caso, tutto l’orlo del Grand Canyon può essere percorso a piedi con i trail segnati e son sicuro che meritano tutti di essere visti. Ci vorrebbe solo un bel pò di giorni per percorrere tutte queste distanze.
Una volta all’Hopi Point, riprendiamo l’autobus fino al village dove sostiamo per il pranzo. Mentre stiamo ordinando i nostri cheesburger, Erika ha un leggero senso di mancamento con nausea e capogiri. In pochi minuti una americanata da vero e proprio film si inscena davanti ai nostri occhi. Arriva la signora col bicchiere d’acqua e zucchero; arriva il paramedico con due braccia alla Swarzy che porta due borsoni giganteschi di attrezzatura medica e inizia a tempestare di domande la povera Erika, con tanto di taccuino per prendere appunti; arrivano i veri medici che sembrano più che altro ranger con tanto di fodera e pistola, pronti a portarla in elicottero al pronto soccorso più vicino… un’esagerazione tremenda! Tant’è che dopo aver preso il bicchiere d’acqua Erika stava già molto meglio, ma come dirlo a questi annoiati che non aspettano altro tutto il giorno che un occasione per esaltarsi a fare gli eroi?? parte gli scherzi, tanto di cappello per efficienza e tempismo…
Possiamo finalmente lasciarci andare al pranzo alle 15.00 passate, dopodiché ci spostiamo in auto verso Mother Point, da dove parte la deviazione della 64 east che porta a Desert View. Sono parecchie miglia che si possono percorre verso l’altro lato del Grand Canyon – South rim, in un bellissimo paesaggio che scorre tra la foresta di Kaibab sulla destra e l’orlo dell’abisso rosso sulla sinistra. Sostiamo al Navajo Point per ammirare il panorama che presenta una grandiosità totalmente diversa dai punti panoramici più a ovest. Qui il canyon si allarga e lascia ampio spazio al Colorado. Poco più in là arriviamo a Desert View, ultimo punto prima che la strada lasci il parco. Ultimo e per me più bello, perché del tutto inaspettato. Mentre il paesaggio ‘classico’ di Mother Point lo si vede in tutte le riviste, cartoline e documentari vari, questo di Desert View è molto meno ‘scontato’ ma altrettanto affascinante e mozzafiato. Entriamo a visitare la torre, che rappresenta il punto più alto del South Rim, e assistiamo al stupefacente tramonto, molto più bello di quello visto ieri ad Hopi Point. L’intera parete verticale si colora prima di un giallo acceso e poi di un rosso fuoco: magnifico! Finito lo spettacolo ci diamo dentro con qualche acquisto nel solito negozietto di shopping all’interno della torre stessa.
Infine, torniamo all’auto e proseguiamo per la 64 verso Cameron a 30 miglia di distanza. Nel mentre che usciamo dal parco, paesaggi bellissimi scorrono sotto i nostri occhi. Dopo diverse miglia, quasi a buio fatto, troviamo una artigianale e sperduta bancarella ad un lato della strada deserta. Siamo entrati infatti all’interno della riserva indiana. Ci fermiamo subito a curiosare e via ancora con altro shopping! Gli oggetti sono molto carini, originali e ben fatti, come non portarne qualcuno a casa comprato dagli indiani stessi? Mentre le ragazze proseguono i loro acquisti sfrenati in questa bancarella a lume di candela, io osservo attonito il panorama durante il calar dell’oscurità. C’è un’atmosfera magica intorno a tutto questo indescrivibile… Oltre la bancarella si estende una prateria semi-desertica e alcune crepe ‘secondarie’ del Grand Canyon. Mi viene voglia di correre ed andare là per vedere quanto siano profonde!
Una volta a Cameron, la strada devia per la 89 nord scenic byway, che è per l’appunto una strada considerata dagli americani stessi panoramica. Purtroppo per noi è già buio e ne perdiamo lo splendore, per lo meno fino al tratto per Page dove giungiamo verso le 20.00. Nonostante sia questa una cittadina di passaggio obbligatoria per arrivare a luoghi che nulla hanno da invidiare al Grand Canyon per bellezza e maestosità, ci rendiamo presto conto che di turisti se ne vedono ben pochi. Per essere più precisi, le strade sono deserte e sembra di essere a Twin Peaks… Troviamo alloggio al Travel Lodge, altra catena di motel molto diffusa negli U.S.A. a prezzi vantaggiosi e con ottime camere. La nostra costa addirittura $ 45 in tutto, che diviso in quattro viene un’inezia…
Alla reception approfittiamo per chiedere informazioni sul depliant che cita il tour per l’Antelope Canyon. Io e Stefania sappiamo che è bellissimo perché l’abbiamo visto in più riviste di viaggi e foto, leggendo anche diversi racconti. Ce n’è uno domani mattina dalle 9.30 alle 11.00 e lo prenotiamo subito!
Usciamo quindi per andare a cenare che sono le 21:15. Ahi Ahi, già troppo tardi per trovare qualcosa! Alla prima steak house ci dicono che è tutto chiuso. Andiamo allora in un altro pub dove il barman, vestito da cowboy con cappello, stivali e cinturone, ci conferma che anche la sua cucina è già chiusa. Nel giro di pochi minuti facciamo il giro per le strade deserte di Page e rimane una sola unica alternativa: il Mc Donald’s! Che tra l’altro è ugualmente deserto e chiude fra un quarto d’ora, cioè alle 22:00 in punto! Una signora un pò ansiosa ci serve e si ingarbuglia un pò con le ordinazioni. Stiamo chiedendo solo 4 panini del resto… e in più ne esce fuori con la storia che i panini sono solo 3 perché il quarto, che è anche l’ultimo, è ‘damaged’. A questo punto non possiamo che sorridere provando a pensare le varie condizioni e possibilità per il quale un panino possa essere considerato ‘damaged’!!? Alla fine riusciamo a cenare e la signora ci regala anche 4 apple pie per scusarsi, mentre la cameriera delle pulizie appare ogni tanto all’angolo con aria indifferente per vedere se abbiamo finito. Lo vogliamo capire che sono le 22:00 ed è tardissimo?? è ora di andare a letto!! Che serata indimenticabile…
25/10/2004 – Antelope Canyon tour; Lake Powell (Utah); 89 per Kanab; 9 west e Zion N.P.; Interstate 15 south per Las Vegas (Nevada) hotel: Stratosphere Tower, Luxor, Venetian
Dopo una continental breakfast al Travel Lodge, ci spostiamo di pochi metri sulla strada principale che attraversa Page per raggiungere la sede dell’Antelope Canyon tours. Arriviamo alle 9:15 e abbiamo un quarto d’ora di tempo per saldare il conto (in tutto la gita viene $ 28 a persona) e comprare qualche cartolina. Alcune sono vere e proprie foto su carta lucida che paiono inverosimili e fiabesche. Possibile che sia davvero così bello? Credo proprio di sì, perché foto simili le abbiamo viste anche in una rivista di viaggi poco prima di partire.
Di fronte alla sede ci sono diversi mezzi parcheggiati per i tour. La nostra guida indiana ci fa accomodare su un enorme giant truck, alto con delle gigantesche ruote e aperto sul retro con i sedili al centro. Durante il tragitto fa un freddo cane ma è divertentissimo! Il paesaggio è straordinario. La cittadina di Page è posta in una conca ai piedi dell’immenso Glen Canyon da cui è stato creato artificialmente il Lake Powell, mentre dall’altra parte si estende il territorio desertico, oggi riserva indiana, con bizzarre forme di rocce rosse che fuoriescono dai cespugli della piana circostante. Questa è la vera Arizona come l’ho sempre immaginata! Il giant truck entra in una strada sterrata e il paese scompare alle nostre spalle per dare il meglio di questo paesaggio. Le uniche cose che stonano tremendamente sono quelle tre enormi alte fumarole che appartengono a qualche industria e non certo alle capanne degli indiani…
Ci fermiamo per il pass del canyon e proseguiamo il tragitto ancora per qualche minuto, mentre il panorama diventa sempre più singolare. Qua la roccia ha la consistenza della sabbia, che vuol dire fango alle prime piogge, piccoli e grandi canyon creati da un giorno all’altro dal nulla, erosione frenetica che modella ogni cosa. E così è stato infatti anche per l’Antelope Canyon, il cui ingresso appare stretto e per niente maestoso. La guida fa un veloce discorso in inglese, raccomandando di non perdere il gruppo, di stare attenti ai serpenti e altre cosuccie del genere…
All’interno, questo stretto canyon rivela il meglio di sé stesso e di ciò che madre natura possa genialmente creare dalla friabilità del terreno. Le forme sono davvero irreali, tondeggianti, con colori incredibili delle pareti appena qualche raggio di luce oltrepassa la stretta fessura, lassù molto più in alto delle nostre teste. Qualche tratto risulta molto buio, qualche altro meglio illuminato, sempre e solo esclusivamente da luce esterna. Non c’è alcun artefatto umano per fortuna, il canyon è lasciato interamente al naturale senza alcuna modificazione per agevolare i turisti. Il tragitto è più lungo di quel che pensassi e molto tortuoso, ma sempre semplice perché il terreno è del tutto pianeggiante. Non ci sono sassi, né pietre o rocce, né piante o forme di vita: solo le pareti dell’Antelope. Bellissimo ed emozionante, è davvero da rimanere a bocca aperta.
Si esce dall’altra parte in un ambiente ancora estremamente desertico, con alcuni cespugli sulla roccia rossa che regalano un contrasto forte e magnifico col cielo azzurro e limpidissimo dell’Arizona. La guida ci lascia una mezz’oretta per passeggiare liberamente e poi torniamo indietro nuovamente per il canyon. Possiamo dunque risalire nel nostro giant truck e tornare a Page alle 11:00 in punto.
Passiamo una mezzora per una passeggiata tra i caratteristici negozietti locali, poi prendiamo l’auto per dirigerci all’uscita del paese verso il Lake Powell. Attraversiamo quasi subito il ponte che dà sull’imponente diga con cui è stato possibile creare questo che è il lago artificiale più grande al mondo. Il fatto di aver riempito un canyon che nulla ha da invidiare per dimensioni a quello più “grande” e famoso che tutti conosciamo, rende questa opera metà naturale e metà umana, ma di sicuro estremamente notevole e stupefacente. Il colore della roccia desertica gialla contrasta nettamente con quello azzurro dell’acqua e le dimensioni sono da capogiro: migliaia di chilometri di coste frastagliate che si possono raggiungere in barca in pieno deserto….!
Dopo alcune foto in prossimità della diga, prendiamo una deviazione della 89 che costeggia il lago e seguiamo per diverse miglia questo tragitto costellato di paesaggi indimenticabili e superbi, sostando in alcuni punti panoramici. Ci sono alcuni resort e pontili per le imbarcazioni che dimostrano che in alta stagione questo è un posto molto turistico e frequentato. Alcune cartoline mostrano tra l’altro posti bellissimi raggiungibili solo in barca, tra cui il Rainbow Bridge, il più grande arco naturale al mondo di roccia. Sono disponibili anche tour di una giornata intera che devono essere stupendi, ma noi non abbiamo tempo a sufficienza, anzi, siamo già in ritardo per rientrare a Las Vegas entro stasera.
Archiviamo dunque anche il Lake Powell come una delle più belle meraviglie naturali mai viste finora, e proseguiamo sulla 89 scenic byway attraversando subito il confine tra Arizona e Utah. Raggiungiamo la cittadina di Kanab alle 14:00, giusto per uno spuntino veloce in un Pizza Hut.
Ancora un lungo tratto della 89 nord e poi una sosta per la benzina in un agglomerato di case sperdute tra i monti, dove troviamo un caratteristico e singolare negozietto artigianale da far west, con tanto di cinturoni, cappelli da cowboy, stivali, fodere per le pistole e artefatti indiani.
Deviamo per la 9 ovest che porta alla Zion, percorrendo una strada con varietà e bellezza di panorami da far venire la pelle d’oca. Mentre guido mi rendo davvero conto che questo è il tipo di viaggio e di paesaggi grandiosi che mi aspettavo di vedere negli States. Ci sarebbe da fermarsi in mille punti per fare fotografie e godere di questo spettacolo, ma il tempo stringe ed è diventato il nemico più brutto e fastidioso che si possa avere in vacanza. Costeggiamo per lungo tempo una catena montuosa ancora dalla classica roccia rossa fino ad arrivare all’ingresso dello Zion National Park alle 17:00 in punto. In realtà siamo notevolmente spiazzati dal trovarci i caselli di fronte, poiché dalla cartina stradale sembra che la 9 costeggi il parco ma non che ci entri proprio dentro! Chiediamo informazioni alla sbarra della biglietteria dicendo che il nostro scopo era arrivare a Las Vegas e non entrare allo Zion, ma l’alternativa è davvero poca: pagare i $ 20 per attraversare 10 miglia dello Zion, o ritornare a Kanab perdendo un sacco di tempo e prendere la parallela della 9 verso Sud (la 59) che ce ne costerebbe, arrivati a questo punto, forse anche di più di benzina! Non ci pensiamo due volte e sganciamo i $ 20 di ingresso (per auto) che, in fin dei conti, sono appena $ 5 a testa. Il problema non sono i soldi ma il fatto che abbiamo fretta e la visita allo Zion non era preventivata e, come da manuale, non si può non attraversare una meraviglia della natura senza fermarsi a fare delle foto. La serata di baldoria a Las Vegas inizia ad allontanarsi a scapito dello Zion…
Ma mai decisione migliore potevamo prendere obbligata dal destino. Questo parco va molto oltre le aspettative in ciò che ho visto in foto o descrizioni al suo riguardo. La strada stretta che lo percorre è semplicemente un gioiello. Si districa tortuosa tra paesaggi ancora una volta strabilianti, totalmente diversi da quelli visti nel Grand Canyon, nell’Antelope Canyon, nel Lake Powell e nell’Arizona in genere. Il particolare che risulta più incredibile è la concentrazione di bellezza e diversità di ambienti che si susseguono curva dopo curva senza interruzione: non c’è un solo metro che può apparire piatto o noioso e viene da fermarsi ovunque con l’adrenalina a mille per fare foto ed esplorare meglio anfratti, piccoli canyon, rocce colorate con forme arrotondate e fiabesche, a tratti deserte e a tratti ricoperte da foresta. Ovviamente la strada stretta permette di fermarsi solo in apposite piazzole, altrettanto piccole e massimo per un paio di auto. L’unica cosa che possiamo fare è andare il più piano possibile per poter rimanere a bocca aperta il più tempo possibile…
Più o meno a metà strada imbocchiamo un singolare tunnel lungo tre quarti di miglio, totalmente buio con alcune finestre laterali che danno sullo strapiombo della montagna. All’uscita si scende velocemente su un vallone con vertiginosi tornanti, in uno dei quali ci fermiamo per ammirare il panorama dalla piazzola. Si vedono tutti i finestroni che abbiamo percorso nel tunnel e l’imponente parete del monte, mentre un enorme uccello nero simile ad un corvo osserva curioso la nostra auto. Proseguiamo ancora a valle in un paesaggio nuovamente stravolto, che pare si modifichi con la stessa facilità con cui si clicca un tasto sul computer per cambiare da una foto all’altra, e arriviamo in prossimità di un ponticello a tramonto quasi fatto.
Sostiamo anche qui, incuriositi da ben 5 fotografi appostati e pronti a scattare con un’attrezzatura da capogiro: macchine professionali digitali e non, un cavalletto che deve pesare più di me e una borsa grande quanto la mia valigia piena di obbiettivi e roba varia… urka questi sono professionisti seri! In confronto la mia Canon Eos 300D, reflex da 6 Mpx appena uscita, mi sembra un giocattolino! Restiamo ancora più incuriositi nel cercare di capire il perché di tanta attenzione poiché, seppur vero che il panorama da entrambi i lati del ponte è puramente da cartolina, con gli alberi in foglie dai tipici colori autunnali e il fiume che scorre in mezzo ad una natura rigogliosa, è pur vero che i colori sono ormai spariti del tutto col sole nascosto dietro i monti sovrastanti. E poi perché tutti rivolti nella stessa direzione? Mentre facciamo le nostre di foto, arriva la risposta chiara e limpida. Poco prima del tramonto, il sole raggiunge un’altezza particolare colorando di un magnifico rosso le pareti verticali dei monti sullo sfondo: semplicemente indescrivibile lo scenario che si presenta di fronte ai nostri occhi e l’emozione dei dieci minuti successivi in cui avviene tutto ciò.
Arriviamo all’uscita del parco, di fronte ad una torre con la scritta “Zion N.P.” in un’area dove si campeggia, con l’ultima cartolina mozzafiato ancora regalata dai colori accesi delle montagne. Costeggiamo un recinto di bufali grandi, ciascuno, due volte una nostra mucca, e proseguiamo finalmente al buio, liberi da tentazioni di altre meraviglie da vedere, verso Las Vegas.
La vista della cittadina St. Gorge, tra le luci della notte dall’alto della strada mentre scendiamo velocemente di altitudine, appare come una metropoli dopo aver visto i villaggi far west del deserto. Da qui la Interstate 15 lascia lo Utah e rientra in Nevada, conducendo dritti a Las Vegas in circa un’ora. Tra i giganteschi svincoli della rete stradale (proprio come si vede nei film) entriamo nello Strip, stavolta dalla parte nord, che non abbiamo visto al nostro arrivo pochi giorni fa. Anche se siamo stanchissimi, ci fermiamo subito per questioni logistiche alla Stratosphere Tower, hotel che offre con questo monumento una visione stupenda della città dall’alto e della vallata desertica dove sorge. Non abbiamo considerato però la fila da fare per salire sulla torre, che fa perdere un bel pò di tempo. L’ascensore che sale in alto è talmente veloce da far invidia, per il vuoto che si sente sullo stomaco, alle montagne russe più disperate… c’è quasi da stare male! Il panorama che si gode è il migliore della città, con le accecanti luci che si estendono a perdita d’occhio. Più di tutte merita chiaramente la visione dello Strip con i pacchiani e singolari hotel a tema, che visti da quassù sembrano quasi piccoli….
Torniamo sullo strip che dobbiamo attraversare per intero dove il Luxor, dalla parte opposta a Sud, ci aspetta con una camera quadrupla prenotata per $ 140. Nonostante siano solo cinque miglia, ci vuole una bella mezzora buona per camminare con tutto questo traffico. Quasi quasi si fa prima a piedi…. Inoltre risulta difficoltoso arrivare al parcheggio, dal momento che bisogna fare uno strano giro per il Mandala Bay. Dopo un altro quarto d’ora, per portare le valigie dal parcheggio alla reception, passando tra l’altro all’interno del labirintico casinò, (le distanze sono enormi anche negli hotel!!!) abbiamo finalmente le chiavi della nostra camera ma non abbiamo invece più tempo per riposare. Sono le 23:00 passate e dobbiamo affrettarci a cenare. La nostra stanza è al quarto piano della piramidona nera, la quale è costruita in maniera da accogliere le camere su tutto il perimetro e le pareti (quelle al vertice sono le suites), mentre all’interno si trovano il casinò, il cinema, i ristoranti, le attrazioni, le statue con tanto di palme, la reception e tutto ciò che fa sembrare questo, come tutti gli altri hotel, una città nella città. Non possiamo neanche provare l’inclinator, l’ascensore trasversale che porta ai piani superiori, perché funziona solo per le camere sopra i primi piani: che delusione!
L’orario ci tradisce e i buffet, a quest’ora, sono tutti chiusi. Rimediamo perciò in una steak-house all’interno del Luxor stesso. Una cena discreta ma niente di eccezionale paragonata ad altre steak dove siamo stati.
Ci spostiamo in auto ai parcheggi del Venetian, più o meno a metà altezza dello Strip, ma anche qui le attrazioni sono già finite: non possiamo vedere che una piccola parte di Piazza San Marco con le gondole vuote. Tocca passare il tempo nei rovinosi casinò di rito nella speranza di una vincita! Cosa che avviene raramente e per cifre ridicole. Non è serata fortunata al gioco oggi… i pochi crediti che si aggiungono comunque permettono di prolungare il tempo di gioco e divertirsi un pò di più.
Una volta esausti, torniamo al Luxor a riposare, dopo una giornata intensissima. Tra l’altro, oggi è anche il mio compleanno: 30 anni festeggiati in maniera indimenticabile tra paesaggi mozzafiato e questa leggendaria città unica al mondo!
26/10/2004 – Las Vegas – Dallas (Texas)- Orlando (Florida)
Una veloce colazione al Luxor, identico sia di giorno che di notte visto che all’interno non entra uno spiraglio di luce dalle vetrate nere (ma forse è fatto apposta per perdere la concezione del tempo) e via al lontanissimo parcheggio multipiano con le valigie.
Un paio di miglia e siamo già all’aeroporto dove riconsegniamo l’auto alla Alamo alle 11:00. Il volo parte alle 15:50 percorrendo lo stesso tragitto dell’andata, con scalo a Dallas. Per via delle tre ore di fuso orario, atterriamo ad Orlando alle 23:00 passate.

FLORIDA ON THE ROAD
26/10/2004 – Kissimme
Affittiamo un’auto per me e Stefania per tutti i giorni rimanenti del viaggio, dove faremo il giro ad anello della Florida. Scegliamo sempre la Alamo, ma rimaniamo un pò sorpresi per il prezzo. Nonostante grazie ad Erika e Francesca, ormai esperte delle procedure, riusciamo ad avere un buono sconto sul totale iniziale, mi sembra comunque molto più caro del prezzo che mi ero immaginato provando a prenotare da internet con Expedia prima di partire. In ogni caso, prendiamo una Chevrolet Cavalier, considerata in categoria standard, a due porte, con un bagaglio giusto per le nostre valigie e zaini vari, discretamente accessoriata e confortevole. L’importante è che ci sia l’autoradio col Cd per la musica!
Alloggiamo a Kissimme al Comfort Inn in una camera da $ 66 a notte, riaccompagniamo Erika e Francesca nei loro alloggi dei resort Disney, e possiamo finalmente andare a dormire pensando al nostro nuovo viaggio: Florida on the road!
27/10/2004 – Interstate 4 north per St. Augustine; Castillo de San Marco; St. George street; 95 south per Daytona
Dopo una continental breakfast del motel, passiamo a prendere in auto Erika al suo alloggio e andiamo in banca a cambiare euro in dollari. Più che una banca, sembra un parco: all’ingresso si estende un bel giardino con palme, acqua che scorre ovunque, in un’atmosfera di relax e bel fresco, che fa davvero piacere in una giornata di sole torrida come questa. Per noi, ancora più calda visto che fino a ieri stavamo congelando nell’Ovest degli States! Erika fa qualche operazione sul suo conto e converte i soldi, al cambio attuale di 1,21 dollari per 1 euro; non male in questo periodo.
La salutiamo al parcheggio e dopo qualche svolta imbocchiamo la Interstate 4 nord verso Daytona. Da qui proseguiamo sulla costa per la 95 fermandoci, poco prima di St. Augustine, in una spiaggia qualunque, giusto per togliere lo sfizio di vedere l’oceano. Non c’è quasi nessuno in giro, parcheggiamo vicino ad una struttura in legno isolata (che sembra tipo uno dei nostri lidi) e raggiungiamo la spiaggia attraversando una passerella in legno. Il posto è bello e suggestivo, ma c’è troppo vento per restare, così torniamo in auto e arriviamo a St. Augustine nel nord-est della Florida verso le 15:00, prima tappa del nostro giro ad anello per la penisola! Iniziamo con la visita del forte, il Castillo de San Marcos, costruito dagli spagnoli alla fine del 1600 e mai espugnato. E’ stato usato dai militari americani fino al 1900 e infine reso Monumento Nazionale nel 1924. Paghiamo il parcheggio, l’ingresso dove ci viene dato un depliant in italiano con tutte le informazioni, e iniziamo la visita. Si passa il ponte levatoio sul fossato e si entra dentro la struttura, che preserva le murature perfettamente solide e intatte. Varie stanze descrivono la dura vita dei tempi e dei soldati che si rinchiudevano nel forte nei periodi di guerra. Delle scale portano poi al terrazzo, con l’esibizione dei cannoni e il bel panorama suggestivo sul mare da un lato del forte, e sulla cittadina di St. Augustine dall’altra.
Terminata la visita prendiamo l’auto e raggiungiamo il Visitor Center poco più avanti. Vediamo alcuni simpatici scoiattoli arrampicarsi sui tetti e un gatto enorme che assomiglia a quello di Stefania, due volte più grande e con un faccione che ricorda quello di una tigre: ma perché in America è tutto così esagerato?.
Dal visitor center si raggiunge immediatamente a piedi il centro di St. Augustine, con alcune strade pedonali come la St. George Street, carinissima con tutti i negozietti artigianali e di souvenir, le case in stile coloniale, la scuola più antica della Florida ancora in piedi e cosette del genere. Una passeggiata che merita, e che non può non concludersi con l’assaggiare una delle tante prelibatezze delle numerose pasticcerie di dolci, pane e cioccolato. Noi optiamo per la mela col caramello, che Erika ha consigliato come una vera chicca! Un pò difficile da gustare per strada a dire il vero, con tutto il caramello che fila e si appiccica ai denti e la mela bella tosta da morsicare… troppo dolce per i nostri gusti! Sta già facendo buio verso le 17.30 e si inizia a chiudere anche i battenti, così torniamo all’auto e facciamo un giro per le strade della cittadina. Arriviamo al porto e subito dietro attraversiamo un quartiere davvero bello delle tipiche case residenziali in legno americane: direi vere e proprie ville immerse nel verde e nel relax totale.
Torniamo indietro a Daytona seguendo la litoranea A1A, scorgendo una dietro l’altra splendide casette, resort (adesso deserti, ma sicuramente molto animati in alta stagione), ville da ricchi e tante barche sui moli. Niente palazzi e niente cemento, tutte case singole e in legno. E’ proprio come nei film dunque. Nonostante la strada sia la più esterna verso la costa, si vedono fiumi, laghetti ma mai l’oceano, nascosto dai resort, dalla vegetazione o semplicemente da dune di sabbia. Sono costretto a parcheggiare un attimo e attraversare di nuovo le passerelle in legno per vederlo!
Una volta a Daytona, rimaniamo sempre sulla A1A, che la attraversa per intero, trovando senza difficoltà vari motel in fila uno dietro l’altro. Scegliamo il Budget Inn con camera a $ 40 per notte. Avendo il microonde e il frigo, per cena compriamo qualcosa di veloce in un supermarket e andiamo a riposare.
28/10/2004 – Ponce Inlet Lightouse; Kennedy Space Center; A1A south per West Palm Beach
Usciamo da Daytona seguendo la A1A sud per un bel tratto, fino a raggiungere il Ponce Inlet Lightouse. Il biglietto d’ingresso costa $ 5 e permette di visitare sia il faro sia il parco intorno, che comprende alcune strutture adibite a museo. Per prima cosa arriviamo in cima salendo per gli interminabili scalini a chiocciola del faro, dove dall’alto si gode un notevole panorama sulla costa e di Daytona. Anche qui, rimango stupito dal fatto che gli unici edifici a più piani che noi chiamiamo comunemente palazzi o condomini, sono esclusivamente al centro della rinomata città delle corse automobilistiche (e sono per lo più hotel e resort); per il resto, si vedono solo le solite case singole in legno con giardino a prato intorno e tetto spiovente, distribuite spaziosamente nella pianura circostante. Bella vita fanno sti americani qua! E’ curioso come il faro sia così lontano dalla costa e risulti qualche centinaio di metri in linea d’aria verso l’interno. Visitiamo velocemente il museo, con reperti archeologici, subacquei e descrizioni storiche, e passeggiamo un pò per il sentiero intorno al recinto del parco. Dieci metri dopo l’imbocco, sparisce ogni segno di civiltà e sembra di essere in piena giungla tropicale!
Torniamo all’auto, cerchiamo l’imbocco per la 95 sud trovando un pò di traffico, comunque sempre scorrevole, e cerchiamo di accelerare per giungere allo Kennedy Space Center a mezzogiorno in punto. E’ in effetti tardi per visitare un’attrazione come questa che richiede una giornata intera, ma proviamo lo stesso. L’ingresso costa ben $ 36 a testa (ed è il biglietto base, non quello che comprende il simulatore spaziale), e in aggiunta regalano gratis anche una sana dose di nervoso per i soliti controlli minuziosi da effettuare. Stavolta, cosa che non era ancora successa, oltre ad aprire gli zaini ci fanno accendere tutti gli apparecchi elettronici per essere sicuri che funzionino (e quindi che siano veri e non ci siano bombe atomiche all’interno), tipo ad esempio i cellulari, le macchine fotografiche e persino la videocamera. Non solo: avendo diverse ottiche per la mia reflex digitale, mi fanno persino aprire l’obbiettivo per mostrare che la lente si veda da parte a parte, e scattare una foto a caso per essere sicuri che si veda nell’LCD sul retro, e magari non ci sia invece una molotov truccata…. E meno male che Stefy è riuscita ad accendere il cellulare per un istante, che ha la batteria scarica da ieri visto che il nostro caricatore non funziona con le prese americane, altrimenti l’avrebbero sequestrato all’istante… quando è troppo è troppo dai! Dopo venti minuti persi per i controlli, finalmente possiamo entrare nel centro spaziale che si è fatta già ora di pranzo.
Sostiamo subito ad uno dei tavoli all’aperto, dove decine di uccelli simili a corvi neri salgono sfacciatamente per pizzicare qualche briciola da mangiare, e prendiamo due hot dog e una coca cola. Sembra incredibile, ma sono i panini più cari e piccoli che abbia visto finora non solo negli States, ma in tutta la mia vita! Ma due panini così sono insignificanti per uno stomaco italiano, figuriamoci per uno americano! E’ molto deludente tutto ciò, mi cade un mito….
La prima parte da visitare è senza dubbio quella raggiungibile solo con gli appositi autobus che fanno un lungo giro all’interno dell’area spaziale. Stiamo in coda in una discreta fila, assistendo ancora una volta al senso di civiltà americano e organizzazione perfetta nel rispettare ordine e quiete, e persino nell’avanguardia di dare piena assistenza ai portatori di handicap con file di precedenza, sedie a rotelle apposite che salgono sul bus con un sistema dedicato, aiutati dal conducente e dagli addetti. Inizia così il nostro tour per le lunghe strade del Kennedy Space Center, animato dalle spiegazioni del conducente e dal video riprodotto sui piccoli schermi dell’autobus, che spiegano come sui canali ai lati della strada si possano ammirare flora e fauna di una stupenda oasi naturalistica quale è Cape Canaveral (compresi gli alligatori che scorrazzano dappertutto!). Giriamo in tondo per l’enorme costruzione del Vehicle Assembly Building, e poi proseguiamo fino all’LC 39, un centro di osservazione panoramico che permette di ammirare da lontano entrambe le postazioni di decollo degli shuttle LC-39A e LC-39B.
Stiamo una decina di minuti e saliamo sul successivo autobus, che prosegue il tour fino all’Apollo Saturn V Center. Qui rimaniamo invece molto di più, prima per seguire l’emozionante presentazione che simula la partenza dell’Apollo vista dal centro di controllo (bellissima per gli appassionati, quasi commovente il momento del decollo!), poi per vedere con i propri occhi quello che è il vero missile Apollo V con i suoi diversi stadi, in un immenso hangar. E’ davvero enorme, alto e lunghissimo!
Torniamo al Visitor Complex che sono già le 16.00. Abbiamo pochissimo tempo prima della chiusura, così scegliamo velocemente di dare un’occhiatina da vicino allo Shuttle ormai in pensione, visitabile all’interno, entrare al volo in uno shopping per avere qualche ricordo, e assistere all’ultimo esaltante spettacolo IMAX 3D delle 17.00. All’uscita del cinema sta già chiudendo tutto, e ci avviamo verso i parcheggi passando per il Rocket garden, un grande piazzale convertito a museo a cielo aperto di missili.
Alle 18.00 lasciamo il Kennedy Space Center prendendo la 95 sud per un lunghissimo tratto. Vogliamo cercare di avvicinarci il più possibile a Fort Lauderdale per domani mattina, ma la strada sembra non finire davvero mai. Alle 22.00, sfiniti da 4 ore di guida, svoltiamo per l’uscita 808 e prendiamo la A1A sud, la costiera, dove mettiamo benzina e cerchiamo un motel per la notte. Non sappiamo nemmeno di preciso dove siamo, visto che la segnaletica americana incentra la sua attenzione molto su numeri e direzione delle strade, ma non sui nomi dei paesi o cittadine dove si sta entrando o uscendo. Di sicuro, siamo nei pressi di Boca Raton a vedere la nostra cartina stradale. Troviamo un buon alloggio all’Ashley Brooke Motel per $ 65. La stanza è praticamente un appartamento, con un letto matrimoniale enorme, moquette sul pavimento, tantissimo spazio, cucina con tavolo, frigo, microonde, posate e pentole, e ovviamente il bagno. Inoltre siamo al secondo piano con una bella vista verso la piscina interna del motel: sembra davvero un peccato rimanere solo per una notte!
29/10/2004 – Fort Lauderdale; Miami: South Beach, Collins Avenue, Ocean Drive
Riprendiamo la marcia per la A1A sud litoranea verso le 10.00. Il traffico e i semafori ci fanno perdere un pò di tempo, anche se abbiamo modo di assaporare da vicino la realtà della vita da spiaggia americana. A mezzogiorno sostiamo nel litorale di Fort Lauderdale. C’è un bel pò di vento ma la temperatura è calda, anche se non abbastanza da ispirare un bagno nell’oceano mosso. Finalmente un pò di relax dopo tanti chilometri! La spiaggia è discreta ma non eccezionale, mi aspettavo un posto migliore dai racconti letti sulla Florida. C’è da precisare però che siamo in un punto a caso di un litorale talmente lungo che sembra non avere fine, per cui in mancanza di indicazioni potremmo essere capitati certamente in uno dei tratti meno belli.
Alle 13.00 riprendiamo la litoranea verso sud, raggiungendo in breve Miami. Iniziano a vedersi ponti e grattacieli e le strade si allargano a 4 e 5 corsie: entriamo nuovamente in uno dei tanti film di Hollywood, stavolta in maniera ancora più eclatante perché, a Miami, ne sono stati girati un numero incalcolabile, a partire da quelli polizieschi in primo piano. Ci fermiamo nel nostro primo Mall (centro commerciale) americano, per cercare un internet point e contattare la nostra amica Erika e anche per mangiare. C’è da prendere seriamente in considerazione la possibilità di perdersi nei meandri e girare a vuoto per una giornata intera, così la prima cosa da fare è affidarsi al tabellone guida dei negozi e servizi. E non è vero che ci sia un internet point, possibile? Qui negli USA, a Miami, in un Mall dove si sono 100 negozi, 10 ristoranti, 20 cabine telefoniche? Mi avvicino in una vetrina di apparecchiature elettroniche a chiedere informazioni e mi confermano che effettivamente non c’è. Credo di aver dato troppo per scontato di trovarne dappertutto ma non è così! Diamoci dentro allora almeno con il pranzo: di fronte a noi c’è un seducente buffet italiano a cui non possiamo resistere! Si paga a peso e quindi si riempie il piatto con tutto quello che si vuole, pagando alla cassa solo in relazione al peso effettivo e non alla tipologia della portata. Troviamo delle cose davvero interessanti e consumiamo un pranzo coi fiocchi spendendo in due neanche $ 20.
Riprendiamo la litoranea e ci ritroviamo sulla Collins Avenue (la famosa strada dei grattacieli sulla spiaggia) senza neanche accorgercene. La percorriamo tutta da Nord fino a raggiungere la parte più in voga di questi anni: South Beach e Ocean Drive, dove troviamo l’Haddon Hotel, di cui avevo una pagina stampata da internet, che è situato proprio di fronte all’incrocio tr

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