Cuba: Come riuscire a fare tutto (o quasi) in una settimana

Cuba 2006: un viaggio di quelli che “prima o poi farò nella vita”, ma senza mai decidermi davvero. Poi, forse spinta dall’ipotesi che presto le cose potrebbero cambiare ecco che tra le mille alternative mi ritrovo a prenotare la mia vacanza per la Isla Grande. In molti mi avevano parlato delle sue spiagge da sogno e del mare, ma questa è solo l’ultima delle sue prerogative più seducenti.
C’è da dire che le premesse non erano tra le migliori.
Inizialmente sarei dovuta partire sola, avendo le ferie in un periodo non comune a molti, non era facile trovare una compagnia.
Poi un giorno, parlando con una mia grandissima amica di Marsiglia, Céline, le propongo quasi per scherzo di partire con me. Non ci ha pensato su nemmeno un attimo e mi ha risposto “Perché no?!”, così il giorno dopo la singola prevista è diventata una doppia! Avendo previsto una vacanza “in solitudine” avevo prenotato il classico pacchetto volo + villaggio 5 stelle All Inclusive a Varadero. Ma dal momento in cui Céline ne è entrata a far parte, ho potuto realizzare il progetto di girare e vivere l’isola, rinunciando quindi fin da subito all’idea di vegetare nel villaggio e rosolarsi al sole!
Abbiamo comperato guide e visitato siti (soprattutto questo che ci è stato più utile di ogni altra cosa); una volta buttato giù il programma mi sono resa conto che era davvero ambizioso come mi confermavano tutte le persone che ci erano già state. Pur avendo eliminato quasi interamente il soggiorno al villaggio, le mete a cui non volevamo rinunciare erano davvero tante.
Così, nonostante i numerosi “non ce la farete mai”, abbiamo deciso almeno di provarci: nella peggiore delle ipotesi avevamo sempre il nostro hotel prenotato e pagato dove tornare.
E mentre i preparativi fervono, la partenza è imminente e l’attesa quasi insopportabile, ecco che la stampa italiana, non avendo niente di meglio di cui parlare, tira fuori “Cuba messa in ginocchio dalla zanzara killer”. Leggendo gli articoli, sentendo i pericoli di cui ogni tg parlava, mettendo in guardia e sconsigliando chiunque fosse in procinto di partire, l’entusiasmo un po’ si è affievolito. Si parlava di una febbre emorragica che colpisce alle ossa fino alla loro distruzione e che aveva già fatto 2000 morti. Informandomi un po’, chiedendo anche ad alcune persone che abitano a Cuba, ho saputo che si tratta di una zanzara che Cuba ha sempre combattuto, che le probabilità di contagio sono bassissime e sono favorite da condizioni igieniche inadeguate. Insomma, si trattava dell’ennesimo tentativo dei giornalisti italiani di creare un po’ di panico. Anche perché, la “mia cugina d’oltralpe” mi diceva che in Francia a malapena se ne parlava. Alla fine ho messo in valigia dell’Autan e passa la paura: del resto le zanzare non hanno mai apprezzato granché il mio sangue, possibile che proprio questa abbia gusti differenti?!?!
E così l’8 ottobre io ho preso il treno da casa, Céline da Marsiglia e alle 18 eravamo entrambe a Milano Centrale. Che bello rivedersi: ci conosciamo da 5 anni, da quando cioè lavoravamo insieme a bordo delle navi da crociera. Nonostante la distanza che ci separa, una volta a terra, ci siamo costantemente tenute in contatto ed ogni volta che possiamo ci incontriamo. L’ultima volta è stato un anno fa esatto quando è stata a casa mia per una settimana.
Con il Malpensa Express abbiamo raggiunto Malpensa dove abbiamo dormito la prima notte, dal momento che la convocazione per il volo era alle 5.45 del mattino seguente. Volo Blu Panorama via Roma. Vi risparmio l’elenco degli aspetti negativi di questa compagni, sarebbero infiniti: dovrebbero lasciarla fallire insieme all’Alitalia! Ma se per qualcuno di voi la comodità e la cortesia sono delle prerogative irrinunciabili allora fareste meglio a farvi consigliare bene!
Vi dico solo che il viaggio è durato la bellezza di quasi 16 ore (siamo passati sopra al Labrador…sotto la Groenlandia!!!). Siamo atterrati all’aeroporto Josè Martì alle 18.45. I controlli doganali non sono stati così severi come annunciato: nel box della dogana una signora truccatissima con le unghie laccate e dall’aria truce come da contratto, scruta la corrispondenza tra la foto della ragazza bionda sul passaporto e la mora che si trova davanti poi preme il fatidico bottone che apre la porta di accesso alla Repubblica Cubana! Ma i controlli non finiscono qua e l’attesa per i bagagli è davvero estenuante.
Riusciamo ad uscire dall’aeroporto, dopo aver cambiato dei soldi in Pesos Convertibili (1€ = 1,12CUC praticamente non c’è alcun risparmio!).
All’uscita c’era il gruppo della Eden Viaggi ad attendere i partecipanti per accompagnarli al Villaggio. Mi avvicino a loro dicendo che non avremmo raggiunto subito il villaggio, ma solo a fine settimana e che avevamo deciso di visitare Cuba in libertà. La perplessità era notevole: non riuscivano a capire cosa potesse spingere due ragazze con due valigie più pesanti di loro, ad abbandonare le comodità di un club all inclusive ed avventurarsi senza guida e prenotazioni alla scoperta di un isola a loro finora sconosciuta. Hanno tentato di convincerci dicendo che avremmo potuto vedere le stesse cose prendendo parte alle comodissime (e carissime) escursioni proposte dal villaggio, ma non c’è stato niente da fare.
E così inizia la nostra avventura. Al di fuori dell’aeroporto ci assale il caldo umido tropicale che toglie il fiato, misto all’odore del petrolio e le zaffate dei gas di scarico che sembrano penetrare nella pelle. Si dà il via alle trattative: con il taxi e l’abbiamo spuntata per 20CUC. Nonostante il caldo e l’evidente fatica, il tragitto verso il centro dell’Havana ci affascina e ci rapisce; con il naso incollato al finestrino del taxi approfittiamo di questo primo scorcio che la città ci offre: deve aver piovuto da poco, infatti il cielo è ancora nuvoloso; sulle strade ci sono “voragini” piene d’acqua dove passano mezzi di ogni sorta: auto, biciclette, calessi, sidecar, tricicli a motore o a pedali, vetusti autobus stracolmi di gente, trainati dalla motrice di un camion (i famosi “cammelli”), o i ragazzini che pedalano sui bici-taxi portando anche tre persone alla volta come se niente fosse.
Attraversiamo palazzi fatiscenti, macerie, fino ad arrivare al centro, inconfondibile per il “cupolone cubano”, il Capitolio. Ad ogni angolo di strada ci sono gruppi di persone, che scopriremo poi ad aspettare un passaggio che prima o poi arriverà, ed attendono come se non avessero orari ed il tempo è irrilevante; ogni volta che ci fermiamo ad un semaforo, veniamo accolte con gran entusiasmo dalle macchine accanto che ci salutano a gran gesti; le strade sono chiassose, ai lati ci sono auto ferme con il cofano aperto e degli improvvisati meccanici tentano riparazioni improbabili.
Ci facciamo accompagnare all’indirizzo di una casa particular (privata) che mi è stata consigliata da Enrico. Siamo alla fine del Prado, oggi chiamato Paseo Martì. Entriamo in una via senza illuminazione, di palazzi alti e diroccati, piena di gente per strada. Ma non ci lasciamo scoraggiare dalla prima impressione. Così scendo dal taxi per cercare la casa di Elena Lafuente. Chi viene ad aprirmi…un napoletano, ospite della casa. Poi incontro Tony, marito di Elena, un omone grande e grosso, nero e con i baffi che rimarrà uno dei nostri migliori incontri del viaggio! Purtroppo mi dice che non hanno posto a casa loro, ma non mi da nemmeno il tempo di inquietarmi perché aveva già scaricato le valigie dal taxi per portarci al primo piano del palazzo di fronte, a casa di Roly. Ci accordiamo che dormiremo 2 notti lì, e mangeremo da Tony. Conosciamo un po’ la famiglia: Roly e Yeni sono una giovane coppia con il figlioletto di 6 anni, Ronaldo che ha appena iniziato la scuola e che passa il tempo ad imparare a scrivere e disegnare. La casa è davvero bella, dotata di ogni comodità (persino internet, cosa quasi impossibile nelle case private); i mobili sono decisamente nuovi e la nostra stanza è in fondo al corridoio: è spaziosa, con un letto matrimoniale, un grande frigo, ventilatore a pale, aria condizionata e persino una cyclette (nel caso in cui questi giorni non facessimo abbastanza movimento…). A differenza delle altre case che visiteremo il bagno è in comune, e come mio solito non poteva mancarmi l’incontro con il proprietario all’uscita dalla doccia!
Siamo affamate dal momento che i pasti della Blu Panorama non sono di certo pantagruelici, così lasciate le valigie usciamo subito alla ricerca di un posto dove mangiare. Non dobbiamo cercare molto, visto che siamo in una vietta laterale del Prado. Ci fermiamo alla Bodeguita del Prado un ristorantino su una terrazza al primo piano. Ordiniamo pollo, riso con le verdure e decidiamo di assaggiare il famoso platano fritto. Purtroppo durante l’attesa è emersa tutta la stanchezza accumulata (secondo il nostro fuso erano le 4 di notte) e ci è mancato poco che non cadessimo con la faccia nel riso.
Rientriamo a casa e sveniamo letteralmente a letto! Per me il sonno è durato ben poco, ma questo non ha niente a che fare con il fuso orario: dalla strada veniva una musica assordante che, nonostante le finestre chiuse ed i tappi alle orecchie non mi ha lasciato tregua fino alle 3!!! Beata Céline che dormirebbe nonostante tutto!

10 Ottobre
Alla fine beata Céline nemmeno tanto…si sveglia con una brutta sorpresa: 38 e mezzo di febbre, grazie alle temperature siberiane della Blu Panorama! Conoscendola non ha valutato nemmeno per un momento l’ipotesi di rimanere a riposare aspettando che la temperatura scendesse: ha ingoiato un paio di analgesici, doccia e pronte per uscire. Siamo andate a fare colazione come previsto da Tony. Abbiamo conosciuto Enrique (che parla un po’ italiano), figlio di Elena e Tony, e Marisa, sua moglie, un’altra splendida persona che ci ha colpite davvero! Marisa ci ha preparato una colazione sensazionale, la migliore di quelle che avremmo poi avuto in seguito, ricca ed abbondante, una vera riserva di energia indispensabile per la giornata che ci attende: un grosso piatto di frutta fresca a pezzi, ananas, papaia, banane e guayabo (un frutto tipico locale che utilizzano molto); e poi latte, caffé (buonissimo, fatto con la moka!) ed uno squisito frullato di guayabo; pane, burro e marmellata di guayabo, e per chi ne volesse, frittata e cetrioli.
A colazione abbiamo conosciuto i napoletani che stavano partendo per la regione di Villa Clara ed una coppia di Milano, anche loro arrivati da poco, ma con 2 settimane davanti. Abbiamo scoperto avere all’incirca lo stesso itinerario, con la differenza che per ragioni di tempo, loro l’avrebbero fatto con molta più calma. Iniziamo così il nostro giro per le vie dell’Havana.
L’Havana, come diceva qualcuno è l’ombellico del mondo: qui ogni epoca ha lasciato il segno e nella sua architettura convivono armonicamente lo stile coloniale con il barocco, il libery con l’Art Déco ed il neoclassico; le decorazioni eclettiche di vetrate, finestre ad arco, intonaci variopinti, intarsi, grate in legno, cariatidi agli ingressi, inferriate e piastrelle. Palazzi coloniali perfettamente restaurati si alternano e si amalgamano con naturalezza agli edifici diroccati, con i vetri rotti e le mura scrostate, lussuosi balconi in ferro battuto finemente decorati si contrappongono a quelli diroccati ed ammuffiti dove ora si stende la biancheria. Si amalgamano vite fatte di stenti e rassegnazione con quelle ricche di orgoglio, inventiva e dignità.
L’impresa dell’ Havana di apparire impeccabile assomiglia a quella disperata e tragica di un’attrice oramai passata, ma di indiscutibile fascino che ha vissuto anni gloriosi e splendenti, ha ammaliato scrittori, poeti, mafiosi, uomini illustri ed avventurieri, ma che è invecchiata malissimo, si è lasciata andare all’abbandono e alla decadenza.
La vivono più di due milioni di abitanti ed è sicuramente la città cubana più affascinante, con i suoi palazzi che creano scenari di altri tempi.
E’ un museo all’aria aperta che conserva il suo pezzo migliore nella città vecchia, ma girovagando per la città ci si rende conto di come il tempo stia inesorabilmente consumando il suo patrimonio artistico.
Partiamo alla scoperta di questa città munite di guide ed appunti presi prima della partenza, per poi scoprire che girare l’Havana, sebbene sia una città molto grande, è facilissima da girare lasciandosi guidare dall’istinto. Così riponiamo nelle borse le guide, tiriamo fuori le macchinette ed iniziamo a girare con il naso per aria come se sapessimo già esattamente dove andare. Prima tappa il Prado (oggi è dedicato all’eroe nazionale con il nome di Paseo Martì), il viale alberato, un lungo viale alberato rialzato con viabilità laterale, punto di unione tra la città vecchia, il centro e la baia. Lì comperiamo una copia del Granma, quotidiano locale insieme al Rebelde. Proseguiamo verso il Museo della Revolucion, il Memorial al Granma, che ospita lo yacht sul quale Fidel Castro entrò a Cuba e nella storia; sul Paseo Marti passiamo di fronte all’ Hotel Inglaterra, uno dei più affascinanti grandi alberghi dell’Havana, il sontuoso edificio neo barocco Gran Teatro de la Habana, il Parque Central, per arrivare finalmente all’imponente Capitolio, simile al palazzo del Campidoglio di Washington, con la sua monumentale scalinata, alla base della quale ci sono i fotografi con le loro macchine d’epoca fatte in ferro e cartone, pronti ad immortalare i turisti con le loro foto ad acqua in bianco e nero.
Il 10 ottobre a Cuba è festa nazionale, anniversario della prima guerra d’indipendenza, così per strada incontriamo manifestanti su furgoncini con bandiere ed altoparlanti, che invitano ad un mondo migliore, alla collaborazione tra Cina e Cuba e via dicendo. Al loro seguito gente con ogni mezzo: motorini, biciclette, podisti, sidecar, carretti…
E poi per strada le rinomate auto americane degli anni ’50 come Chrysler, Buick, Plymouth, Pontiac, Cadillac, Ford, Studebaker, da sembrare una continua sfilata d’auto d’epoca. Sono enormi, coloratissime ed ancora funzionanti, ma purtroppo anche molto inquinanti, con la scia di fumo denso e nero che lasciano al loro passaggio rendendo l’aria irrespirabile, anche grazie alla totale assenza di leggi contro l’inquinamento.
Ci addentriamo nella Città Vecchia, l’antico quartiere coloniale dell’ Havana ed inizia la scoperta di questa parte della città, patrimonio dell’Unesco. Negli ultimi anni numerosi edifici sono stati restaurati e riportati agli antichi splendori; l’itinerario è meraviglioso ed irripetibile capace di catapultarti in tempi remoti. Di questo passato rimane un patrimonio architettonico unico al mondo che si è cercato di mantenere, ma rimane ancora tanto da risanare, a causa della mancanza di fondi.
Ci aggiriamo per le stradine di san pietrini dove si affacciamo case dai colori pastello con i loro patii interni arricchiti da piante verdi, piccole piazze e giardinetti, spazi polverosi dove dei ragazzi giocano a baseball tra le macerie e con dei mezzi di fortuna, gruppi di uomini in disparte appassionati al domino, negozietti brulicanti di gente che schiamazza, coppiette che passeggiano.
Al di fuori del classico circuito turistico casermoni grigi e disfatti prendono il posto dei bei palazzi coloniali, ma nonostante lo scenario sia diverso, la gente ha sempre lo stesso sorriso, come a dire “a noi basta poco”, come se gli ideali che guidarono il loro nonni durante la Rivoluzione, siano sempre lì a ricordargli quanto debbano essere fieri della loro terra; sebbene le condizioni attuali non siano tutte rose e fiori è come se niente potesse intaccare quello che si sono guadagnati.
Alla Plaza Vieja avremmo voluto visitare la Camara Oscura, ma la troviamo chiusa in quanto giorno festivo. Nella piazza de San Francisco de Asis (sconsacrata) incontriamo due ragazze bellissime nel giorno del loro matrimonio, intente a farsi fotografare. Poi all’improvviso si sente una musica e si vedono dei trampolieri, giocolieri, acrobati e ballerini ad animare le strade.
Queste viuzze sono piene dei famosi jineteros, o procacciatori di affari. Sono ragazzi che avvicinano il turista con una scusa qualsiasi “Italia? Io ho un amico a Milano…” sperando di potersi improvvisare guide e riuscire a racimolare qualcosa, oppure insistono per vendere sigari contraffati, cambiare euro con pesos cubani invece dei convertibles, percepire commissioni su case particolar, negozi e paladar. Sono davvero tanti e a volte è estenuante dire di no a tutti. E’ come se dovessimo stare sempre all’erta perché la fregatura può essere dietro l’angolo. E questo a volte crea una certa diffidenza e avversione verso chiunque tenti di avvicinarsi con un apparentemente innocuo “Non vuoi parlare con un amico cubano?” facendo addirittura passare i turisti dalla parte dei razzisti. Noi ce la siamo cavata abbastanza bene dicendo che eravamo a Cuba per la terza volta, non avendo le guide in mano che sapevamo esattamente dove andare e che veniamo da Napoli (ottimo deterrente!). Comunque, per chi non parlasse spagnolo o avesse problemi a toglierseli di torno, basta dire lo “no moleste” oppure avvicinarsi ad uno degli onnipresenti poliziotti ad ogni angolo della città, vedrete che scompariranno quasi per magia! Però, quando abbiamo incontrato Louis, un giardiniere dei parchi della città vecchia, abbiamo passato un po’ di tempo insieme: infondo aveva la tuta da lavoro e stava aspettando che la sua bambina si preparasse per uscire (non correvamo quindi il rischio che ci si appiccicasse per tutta la giornata). Inizialmente ci ha dato delle dritte per dei localini dove festeggiare, poi, incontrandolo nuovamente, abbiamo deciso di passeggiare e chiacchierare un po’ con lui. Ci ha fatte entrare nel cortile interno di un palazzo dove ci ha detto vivono più di 200 persone che in ricorrenza di feste particolari, escono tutte nel patio, ognuno porta qualcosa da mangiare, si arrostisce un grosso maiale, poi si balla per tutto il giorno. Ci ha mostrato quali sono le case del governo, ovvero le abitazioni che lo stato mette a disposizione per i meno fortunati, dove non si paga nulla per l’affitto. Camminavamo sotto un sole cocente: era ora di rinfrescarsi un po’. Siamo andati al locale di Compay Segundo, dove hanno girato il film Buena Vista Social Club. Abbiamo assaggiato l’omonimo cocktail dopo aver lasciato le nostre firme sui muri. Lì abbiamo dovuto salutare la nostra guida Louis perché all’uscita del bar c’erano dei poliziotti e a Cuba parlare con i turisti è considerato reato: vengono spesso fermati, portati in caserma e segnalati. A volte è addirittura previsto l’arresto. Questo serve principalmente per tenere sotto controllo la prostituzione, ma anche per evitare che la gente del posto si lamenti troppo della loro situazione con il turista, fornendo un’immagine negativa dell’isola; allo stesso tempo noi turisti, con i nostri occhiali firmati ed i racconti di una vita diversa, non facciamo che incrementare questa voglia di evasione nei ragazzi cubani.
Continuiamo la vistita attraverso Calle Obispo, Obrapia e Mercaderes, tutte vie piene di localini e ristoranti, ma con pochi negozi e dove le insegne e la pubblicità sono quasi assenti. Passiamo l’Hotel Ambos Mundi, dove alloggiò Ernest Hemingway, e l’Hotel il Florida. Arriviamo a Plaza de Armas con il suo giradino incorniciato da altissime palme reali che ci danno un po’ di sollievo dal sole. In Plaza de la Catedral giunge musica dai bar con i tavolini all’aperto. Sulle scalinate si siedono le Avanere, ovvero le donne che indossano i tradizionale abiti bianco candido e gonfio e con l’immancabile sigaro aspettano che le punti un obiettivo per racimolare qualche CUC.
Qui 2 giovani donne con dei neonati in braccio provano invano a chiederci di accompagnarle in un market per comprare loro del latte, che poi si sarebbe trasformato nella spesa settimanale una volta arrivati, per far sganciare al turista di turno 50 CUC. Poi ovviamente il sacchetto rimane lì aspettando il prossimo turista intenerito dai bébé!
Cerchiamo la famigerata Bodeguita del Medio, locale di Hemingway ed è impossibile non notarla: basta attraversare il folto gruppo di turisti che si accalcano davanti. Riusciamo ad entrare: il localino è su due piani, davvero turistico, ma da vedere anche solo per le foto dei personaggi che l’hanno visitato, le firme sui muri (da ora anche le nostre!), l’odore di sigaro ed il gruppetto che suona “Hasta siempre comandate!”
Terminiamo la visita alla Città Vecchia, sono ormai le 14, ci accorgiamo di non aver ancora mangiato nulla, ma la voglia di continuare a girare nonostante il caldo opprimente è troppa. Così dopo un caffé ed una bottiglietta d’acqua sul Paseo Martì raggiungiamo l’incrocio tra la fine del Paseo e l’inizio del Malecon, il lungomare di 8km delimitato da un lato dalla muraglia dove nelle giornate di burrasca si infrangono le onde rovesciandosi su auto e passanti, dall’altro dagli edifici coloniali ormai scoloriti dalla salsedine, dove la gente si affaccia dalle finestre o dall’uscio per chiacchierare o guardare il mare.
La costa crea delle insenature dove si sono formate delle piscine naturali dove la gente ne approfitta per fare il bagno, tuffarsi, giocare con i cani, prendere il sole. Che spettacolo queste scene di vita quotidiana con sfondo il Castello della Punta e la Fortaleza de l’Havana.
Abbiamo deciso di prendere un coco taxi, una specie di apetta a forma di guscio di cocco giallo. Contratto per 3CUC la corsa fino al centro del quartiere Vedado, la Las Vegas Cubana, luogo di incontro nel passato dei pezzo grossi della mafia americana negli anni ’50. A metà della Rampa, strada brulicante di negozi e persone, c’è l’Hotel Habana Libre (conquistato dai ribelli dopo la rivoluzione del ’59) dove siamo scese. Dall’altra parte della strada si trova la rinomata gelateria Coppelia (resa celebre dal film “Fragole e Cioccolato”) e non abbiamo potuto tirarci indietro di fronte ad una grossa coppa di gelato davvero ottimo! Abbiamo così riacquistato le forze per affrontare una lunga passeggiata fino a Plaza de la Révolucion. Dal centro del Vedano la Piazza non è vicinissima. Chiediamo indicazioni ad una buffa vecchietta che passeggiava sola riparandosi dal sole con un ombrellino rosa. Si offre di farci compagnia per un pezzo di strada: la sua compagnia rallenta notevolmente il nostro ritmo, ma la chiacchierata con l’arzilla signora ne è valsa davvero la pena. Dopo aver attraversato diversi monumenti ci ritroviamo alla Plaza de la Revolucion. Che emozione trovarsi in questa piazza, simbolo della rivoluzione cubana e dedicata agli eroi nazionali: Josè Martì, inspiratore e combattente per la liberazione dal colonialismo nel 1898; Fidel Castro, attuale presidente della Repubblica che ha scelto questa piazza come sede del suo ufficio; Che Guevara che con Castro cambiò la storia del paese. In questa piazza Castro tiene i suoi discorsi di fronte a centinaia di migliaia di persone ed al Memorial Josè Martì, una statua alta 17mt, oggi però chiusa. Ma ancor più emozionante è il grande murale di Ernesto Che Guevara con lo slogan “Hasta la Victoria Siempre” sul Ministero dell’ Interno.
Scendiamo di nuovo al centro del Vedado ed andiamo all’Hotel Nacional, sontuoso ed aristocratico, che trasmette l’atmosfera di un’epoca ormai lontana. Entriamo nell’hotel, attraversiamo la lobby ed usciamo nei giardini dell’albergo dove ci rilassiamo con qualcosa da bere sui tavolini affacciati sul mare e sul Malecon. Da li si vede anche l’ Ambascita Americana: abbiamo la fortuna di vederla incorniciata da numerosissime bandiere cubane, eccezione in quanto giorno di festa nazionale, quando di solito le bandiere bianche rosse e blu, sono sostituite da quelle nere con una stella bianca, altra iniziativa di Castro per sottolineare l’avversione verso questo Stato ed a ricordo dei caduti cubani. Ancora un altro giretto nel Vedado prima di ricontrattare altri 3CUC e farci riaccompagnare a casa.
Céline è stravolta dalla febbre, io sono tormentata da un ginocchio che in questi anni mi ha fatto penare come non mai, ma non ci perdiamo d’animo: una volta a casa, dopo una bella doccia ed un paio di analgesici, siamo pronte a ripartire. Sono le 20 ed abbiamo deciso di andare alla Fortaleza de San Carlo de la Cabaña per assistere alla cerimonia del cañonazo. Arriviamo a piedi all’incrocio tra la fine del Prado e l’inizio del Malecon per prendere un Coco Taxi, senza sapere che solo le auto possono passare sotto al tunnel unico accesso al Parque Historico. Così attendiamo un taxi e contrattiamo la corsa per 5CUC. L’ingresso al Parque è di 5CUC e comprende anche la visita al Museo. La cerimonia si svolge ogni giorno, inizia alle 20.30 (consigliamo di arrivare prima per prendere posto!), si spengono le luci, un ragazzo con abiti d’epoca accende una serie di fiaccole; poi esce un drappello di soldati in uniforme ottocentesca a ritmo di tamburi. Si avvicinano al cannone ed iniziano a caricarlo. Alle 21 esatte si spara il colpo in direzione del porto, così come facevano gli spagnoli per annunciare l’imminente chiusura delle porte cittadine. La cerimonia è davvero suggestiva ed attira ogni sera molti turisti. Ancora frastornate dal botto, aspettiamo che la gente si allontani per scattare delle splendide foto sulla baia dell’ Havana.
Facciamo un giro al museo, al mercatino poi usciamo dalla Fortaleza dove una lunga fila di taxi aspettano clienti. Ormai stanca di contrattare al primo che si offre dico “abbiamo già il taxi dell’andata ad aspettarci fuori per 5CUC (lui ne voleva dieci). Se mi fai un prezzo migliore vengo con te!”. Affare fatto! Se capiscono che non abbiamo alternative se non accettare la loro proposta, non scenderanno mai di prezzo, ma quando vedono che, o accettano il nostro prezzo o ne facciamo a meno, non rifiuteranno mai! E’ un taxi particular, talmente particular che a bordo c’è suo fratello ad aspettare, non tanto per far da navigatore, ma per spingere la vecchia Lada per farla partire! Che risate quando si è fermata tra 2 macchine che gli bloccavano entrambi gli sportelli, e per farla ripartire uno ha aperto il cofano ed ha iniziato a dare un pugno qua ed uno là, mentre l’altro cercava di mettere in moto! Però alla fine ci hanno portate a destinazione.
Siamo andate a casa di Tony, dove Enrique ci aveva promessi i camarones. Sono quasi le 22 e, a parte il gelato, siamo solo con la colazione…io che sono abituata a ben altro!!! Così facciamo razzia di camarones, moros i christianos, patate arrosto, insalata ed avocado. Questa sera è Enrique a cucinare. Mentre ceniamo chiacchieriamo con Enrique, Tony ed Elena; arrivano dei loro amici che portano del pesce appena pescato, i 2 ragazzi di Milano, insomma c’è tanta gente ed una bella atmosfera! Enrique ci parla di sua figlia che ha 16 anni ed ora vive a Miami con la sua prima moglie. Una pratica comune qui a Cuba è quella di sposarsi molto giovani avere bambini e spesso accade che i mariti tradiscono le proprie mogli fino ad abbandonarle. Non so se sia questo quello che è realmente accaduto in tutte le case che visiteremo anche in seguito, ma sta di fatto che qui tutti i ragazzi hanno figli e mogli da qualche parte! Dopo cena decidiamo di fare un giro dell’Havana by night (rigorosamente a piedi!) ed andare alla Casa della Musica Galliano Centro Habana. L’ingresso costa 5CUC, senza cocktail inclusi. Il locale è molto grande e c’è già tanta gente, ma riusciamo a trovare un tavolino a bordo pista, da cui ci alzeremo solo per andarcene. Qui abbiamo la conferma di uno dei tanti motivi che attirano a Cuba tanti turisti di ogni età, compresi attempati sessantenni che con una t-shirt Ralph Lauren conquistano cubane ventenni e le sfoggiano in questi locali dove non corrono rischi con la polizia.
La serata inizia con una specie di sciamano che intervalla la sua danza tribale con uno spettacolo in cui mangia pezzi di vetro, ci cammina sopra, ci struscia il petto; accende una fiaccola e si passa il fuoco ardente su tutto il corpo…davvero impressionante! Dopo di lui si esibisce un cantante di fama non specificata che ha proposto alcuni suoi pezzi di musica melodica e decisamente stucchevole! Poi inizia la musica vera e si aprono le danze. La pista si popola di giovanissime su tacchi vertiginosi in abiti succinti, attillati e dai colori sgargianti. La nostra intenzione era quella di trascorrere una serata all’insegna del ballo, ma quando questi ragazzi iniziano a muovere la “ceintura”, a dimenarsi a suon di salsa e raggaeton con naturalezza ed eleganza nei movimenti, con sensualità, passione e divertimento volteggiando a ritmo, non possiamo far altro che sprofondare sulle nostre sedie e restare ad ammirarli, evitandoci così la figura di due tronchi in pista. Impossibile reggere il confronto! Comunque lo spettacolo merita davvero! Fanno anche dei giochi divertenti dove un presentatore invita dei concorrenti a partecipare. Verso le 2.30 c’incamminiamo verso casa. Le strade sono buie, per strada l’unica illuminazione è quella della luna e le vie che attraversiamo non sono propriamente centrali. Se avessi visto quello scenario prima di arrivare a Cuba mi sarei detta che solo uno sconsiderato si sarebbe avventurato per quelle strade, ma a Cuba è diverso: forse sarò incosciente, ma qui non si avverte il timore che qualcuno possa disturbarti. E come ad avvalorare la mia ipotesi, l’unica persona che ci ha avvicinate è stata una ragazza (anche lei sola) che, pur andando in un’altra direzione, si è offerta di riaccompagnarci a casa! Non è incredibile? Ha pensato che due turiste potessero essere intimorite da quelle vie desolate. Abbiamo rifiutato ringraziando e siamo arrivate a casa sane e salve!

11 Ottobre
Sveglia alle 7.30. Solita colazione abbondante e gustosissima di Marisa con i 2 ragazzi di Milano, anche loro in partenza dall’Havana.
L’unica cosa che ho prenotato dall’Italia è stata l’auto, dal momento che il prezzo era davvero conveniente: 45euro al giorno assicurazione inclusa!
Abbiamo salutato tutti e lasciato loro qualche pensierino: Marisa era al settimo cielo per una gonna!
Un taxi è venuto a prenderci e ci ha accompagnate all’autonoleggio che avevamo nell’indirizzo sul voucher, vicino all’Hotel Nacional. Ci attende una Atos grigia con il pieno già fatto. Gli addetti sono un po’ lenti, ma estremamente gentili. Controlliamo l’auto centimetro per centimetro, sebbene fosse in buone condizioni e ci accertiamo soprattutto che ci siano ruota di scorta e crick. Alle 10 siamo in direzione Pinar del Rio. Abbiamo deciso di visitare la zona ovest dell’isola, un itinerario ancora poco battuto dal turismo, ma per questo ancora integro e genuino.
Avevamo letto che uscire dall’Havana fosse come orientarsi nella savana: è vero che non ci sono indicazioni, ma con la cartina e le indicazioni che ci hanno lasciato all’autonoleggio, tenendoci il mare sempre a destra, ecco raggiunta la famigerata Autopista. E’ la più grande arteria stradale del paese, una sorta di autostrada a 3 corsie per senso di marcia, dove circolano liberamente mezzi di ogni tipo: auto, camion strapieni di gente, trattori, calessi e carretti trainati da buoi o cavalli, biciclette contromano, pedoni; animali di ogni razza: cani, galline, asini. Il manto stradale non è granché, meno peggio di quanto immaginavo, di sicuro niente da invidiare la nostra Salerno-Reggio Calabria! Ma il pericolo è più che altro che da un momento all’altro potresti rischiare di mettere sotto un autostoppista che si getta in mezzo sventolando una banconota per chiedere un passaggio, oppure un venditore di aglio o formaggio. Sull’ Autopista, come nel resto del paese non esistono indicazioni stradali, ma in compenso è attraversata dai binari del treno!!!
Comunque la strada è larghissima e vi circolano pochissime auto: non mi sembra vero poter guidare così!
Attraversiamo Mariel, la cittadina portuale testimone di numerosi esodi più o meno fortunati da parte di Cubani che salparono dalla sua costa per tentare di approdare in Florida. Vedendola mi è venuto lo stesso desiderio di fuga…non ci sono che industrie ed è una delle città più inquinate dell’isola: passiamo ciminiere fumanti di industrie produttrici di rom, centrali termoelettriche e cantieri navali. Lungo la strada si nota l’assenza di cartelloni pubblicitari e commerciali, sostituita da quelli a ricordo degli eroi nazionali o frasi che inneggiano ai valori dell’unità e del socialismo come “Uniti si vince”, “Patria o Muerte”, “Un mondo mejor es posible”, “Patria es Humanidad”.
Dal momento che tutto sembra filare liscio, a circa 95km dall’Havana, nella regione di Pinar del Rio, ci concediamo un fuori percorso ed imbocchiamo l’uscita per Soroa: è una località di villeggiatura montana, facile da raggiungere in quanto la strada è unica ed obbligatoria! Arriviamo ad un parcheggio (1CUC come ovunque d’altronde) dove apriamo le valigie per tirare fuori costumi ed asciugamani: ci aspetta un bel bagnetto rinfrescante sotto ad una cascata! Nell’euforia dell’idea, Céline chiude il lucchetto della valigia e si rende conto di aver lasciato le chiavi dentro…Sarà la nostra tendenza a sdrammatizzare, ma appena abbiamo realizzato la cosa siamo scoppiate a ridere. Il parcheggiatore, nel vederci piegate in due dalle risa, si avvicina. Gli spieghiamo l’accaduto e dice di avere la soluzione. Torna con una tenaglia mentre Céline, forse per imitare il suo connazionale Arsenio Lupin, stava cercando di infilare una forcina nella serratura, immaginate con quale successo. Il parcheggiatore con un gesto rapido ed assolutamente senza rompere nulla, riesce a sfilare il lucchetto dalla serratura, in modo da poter aprire la valigia, recuperare le chiavi ed aprire il lucchetto. Fantastico! Vedendo le nostre espressioni esterrefatte esclama candidamente: “Yo soy cubano!” .
Paghiamo i 3CUC per l’ingresso alla Cascata e ci incamminiamo per una stradina di sali e scendi, costeggiata da un’altissima vegetazione tropicale e fiancheggiata ruscelli, piccole cascate che si riversano nei laghetti sottostanti, fino ad arrivare alla sommità della cascata il Salto.
Scendiamo ancora fino alla pozza naturale ai suoi piedi: che spettacolo! Sulle rocce c’era una famigliola cubana e l’abbiamo subito raggiunta nell’acqua. Gelida! Abbiamo passato un’ora sotto il getto dell’acqua a nuotare nelle pozze e scattarci foto neanche facessimo un calendario! Il nostro parcheggiatore ci consiglia di proseguire il giro verso il Mirador, una specie di castello in rovina dal quale si apre un panorama unico sulla Valle di Soroa e la pianura costiera. La strada per raggiungerlo non era propriamente da Atos, anche se l’auto ha dato davvero il meglio di se su strade sterrate in salita, dove per proseguire Céline ha dovuto spostare dei rami di palme dalla strada.
Il tempo minaccia pioggia così decidiamo di ripartire in direzione Viñales. Sull’autostrada sperimentiamo la forza di un temporale tropicale: per fortuna che è durato solo una quindicina di minuti altrimenti proseguire era davvero dura! E pensare che la gente non sembra nemmeno accorgersene, anzi: nonostante il diluvio se ne stanno accovacciati nei camion, nei calessi o nei sidecar che li hanno rimorchiati, come niente fosse! Usciti dall’autostrada iniziamo a salire i tornanti costeggiati da pini marittimi, platani, banani ed alte palme. Il paesaggio cambia, qui la natura la fa da padrona: la valle circostante è ricca di campi di tabacco, parchi naturalistici sulla terra rossa; le colline si susseguono ad altre colline e quando si sale a volte si riesce a scorgere anche il mare in lontananza, si vedono i bohios (caratteristiche capanne di legno con i tetti spioventi rivestiti di palme, utilizzati per far asciugare il tabacco), le fattorie dei coltivatori di tabacco ed i rinomati mogotes, formazioni calcaree coperte di ricca vegetazione, che rendono questa valle unica!
Intanto la pioggia ha smesso e tra le nuvole s’intravede uno splendido arcobaleno: è nitido e sembra di vedere chiaramente dove inizia e finisce!
Arriviamo a Viñales, un paesino di coltivatori di tabacco, molto piccolo che sembra uscito da far west: qui tutto scorre lento e regolare e la vita sembra essere scandita dai ritmi delle stagioni. Non so spiegarne il perché, ma Viñales è il paese che più mi è rimasto nel cuore: sarà per questa tranquillità, il calore della sua gente, l’abbondanza nel paesaggio!
Cerchiamo una casa di cui mi hanno parlato molto bene: la casa particular di Miguel e Rosa: si trova nella via parallela a quella principale. Appena ci fermiamo di fronte casa escono i proprietari, due persone dolcissime ed il loro figlio Miguelito che si è operato da poco alle corde vocali. Ci mostrano la casa, un appartamentino indipendente da quello in cui vivono loro, con camera da letto, bagno, saloncino e cucina, ventilatore ed aria condizionata; ha persino il parcheggio interno. Delizioso, e poi abbiamo pagato solo 15CUC! Chiacchieriamo un po’ con i proprietari e dopo una bella doccia siamo pronte per la cena: la fame inizia a farsi sentire e Rosa deve averlo capito perché si è davvero superata! Ci prepara un ottimo spezzatino, il solito riso e fagioli neri, un bel piatto di fagiolini lessi, verdure e cetrioli; mango, patatine e banana fritti; frutta fresca, frullato di guayabo e caffé: è Rosa che prepara personalmente i succhi di frutta e tosta i chicchi del caffé, per questo sono deliziosi e non rimpiango l’aroma italiano!. Céline ha la febbre a 38 e mezzo, non c’è verso che scenda…così come non c’è verso di fermarla: dopo cena ci prepariamo ad uscire e fare un giretto della città. Non avevo letto che Viñales fosse la Rimini cubana, ma quando siamo uscite le strade erano buie e deserte a parte qualche cane. Camminiamo un po’ e ci accorgiamo che dalle case provengono le stesse voci: sbirciando all’interno (non è difficile visto che le case sono tutte al piano terra ed hanno porte e finestre spalancate!) vediamo gli abitanti tutti di fronte al televisore a seguire una telenovela. In strada sembra una stereofonia. Continuiamo a passeggiare approfittando di quella calma e dell’assenza di illuminazione che ci permette di vedere un meraviglioso cielo stellato. Terminata la telenovela la gente si riversa in strada, tra chi rimane a chiacchierare in veranda e chi affolla gli unici localini presenti.
Come se fosse programmato, chi incontriamo?! I 2 ragazzi milanesi conosciuti il primo giorno all’Havana. Ci fermiamo al Patio Decimista, un localino con patio interno dove la gente si scatena con la salsa cubana. Prendiamo un mojito mentre Céline – alla faccia della febbre – si lascia andare al ballo con un ballerino bravissimo. Che sfortuna questo ginocchio…
Restiamo fino alle 2.30 poi a nanna! La notte ho dormito meravigliosamente mentre fuori un temporale rinfrescava l’aria.

12 Ottobre
Stamattina mi sono alzata alle 7.30 e sono uscita: il paesaggio era coperto da una fitta nebbia davvero suggestiva, c’è un silenzio incredibile, interrotto solo dal canto di qualche uccello.
Rosa ci prepara una bella colazione con frittata, pane, marmellata di guayabo, burro, formaggio, pompelmo, guayabo, ananas, succo di pompelmo e delle barrette di arachidi e miele.
Terminata la colazione la nebbia si era già diradata ed usciamo a fare un giro per la città: tutte le casette sono il legno color pastello, azzurre, rosa, gialle, verdine, turchesi o glicine, ad un piano e con le immancabili sedie a dondolo in veranda. C’è un sacco di gente in giro, e per strada pochissime macchine, piuttosto companeros a cavallo o su trattori e carretti; una gallina che attraversa la strada con i suoi pulcini, un gruppetto di maialini rosa e due tacchini; un cucciolo di cane che ci salterella intorno per giocare, sembra di essere in uno scenario di Via Col Vento. Sulla via principale la gente fa fila per ogni cosa: per ritirare la razione mensile (hanno ancora la tessera mensile come una volta in Russia); per fare acquisti, al bar dove si vendono solo panini con qualcosa di molto simile alla mortadella, in farmacia, all’ufficio postale. Arriva il momento di tornare a casa e preparare le nostre cose per ripartire. Nel frattempo è arrivata anche l’altra figlia, la sorella di Miguelito. Rosa mi lascia una lettera da spedire in Italia a delle persone a cui sono molto affezionati: Miguel dice che sua moglie si affeziona spesso alla gente ospite da loro. E’ davvero difficile separarsi da loro: sono talmente gentili che a volte ci sentiamo in imbarazzo. Ci regalano delle monete con l’effige del Che ed una banconota a testa per ogni tipo, con il Che, Martì e Cienfuegos (Miguelito corre espressamente in banca per cambiarli!). Non volevano nemmeno che lasciassimo il corrispondente del valore in CUC (e credetemi che abbiamo davvero insistito!), alla fine abbiamo dovuto infilarli di trafugo sotto al centrotavola mentre stavamo uscendo. Baci, abbracci e speranza di tornare un giorno e poi via alla scoperta della Valle di Viñales. Ci siamo dirette verso il Murales della Preistoria sul Mogote de Los Dos Hermanos che Castro ha fatto deturpare negli anni ’60 con un dipinto enorme che raffigura dinosauri ed indios. Lo abbiamo visto solo da lontano ed è stato sufficiente per fare retromarcia e proseguire altrove. Abbiamo fatto sosta all’Hotel La Eremita per approfittare della vista su tutta la valle, così come all’Hotel Los Jazmines.
Sulla strada per Pinar del Rio attraversiamo villaggi pittoreschi, scolari in divisa con la camicia bianca e pantaloni o gonna bordò, che vanno a scuola con i mezzi più disparati; ci sono bancarelle e chioschi che vendono frutta, tanti calessi pieni di gente, trattori e camion stracolmi di gente.
Avevamo ancora sacchi pieni di penne, matite, colori e quaderni, così non appena vediamo una scuola ci fermiamo per lasciare queste cose. Si tratta di una costruzione in legno azzurro al piano terra, con l’ immancabile bandiera cubana ed il ritratto del fondatore, il tutto circondato da un grande giardino ed una bella vista sulla valle. Fuori hanno sistemato dei tavolini dove 3 maestre e gli allievi più piccoli con le divise a salopette rosse, la camicia bianca ed il fazzoletto rosso al collo, ripassavano le materie e correggevano i compiti. Qui mi sono davvero resa conto della diversità di questo popolo: su una ventina di bambini ce ne erano di bianchi, di neri, mulatti, con gli occhi verdi, i capelli biondo platino o scuri come il mogano, con le lentiggini o i capelli ricci. Tratti somatici enormemente differenti tra loro! Le maestre ci spiegano che fin dall’età di 6 anni, oltre alle normali materie scolastiche, insegnano agli alunni altre attività come il teatro, la musica, la recitazione (ecco il perché di quella musica proveniente dall’interno della scuola). Scherziamo un po’ con i bambini poi li lasciamo ai loro compiti.
Arriviamo a Pinar del Rio: la città non è un granché, c’è tanta gente in giro e molto più traffico che a Viñales, ma dal momento che ci era di strada per riprendere l’Autopista, decidiamo di fermarci per acquistare i sigari che ci erano stati commissionati, infatti questa è la città prima produttrice di tabacco dell’isola. Come arriviamo in centro, numerosi jineteros cercano di accompagnarci verso al fabbrica del tabacco che comunque troviamo chiusa per pausa pranzo. Come previsto, questi ragazzi si offrono di venderci loro dei sigari a prezzi ben più basso rispetto a quelli di fabbrica. Ormai eravamo lì e decidiamo di vederli. Sono in due e ci conducono in una vietta laterale; entriamo in una casupola dove una signora stava preparando il pranzo. Il tipo le chiede se ha dei sigari da vendere, ma la signora non ne ha più, così andiamo altrove. Nel frattempo l’altro ragazzo riesce a trovarli e ce ne porta 2 scatole: Cohiba e Romeo y Julieta. Io capisco meno di zero di sigari, ma mi sono informata su come dovrebbero essere per evitare di prendere delle fregature. Al tipo che s’impegnava tanto per trovarcene ho spiegato quello che cercavamo, altrimenti ne avremmo fatto a meno. Forse ha pensato che me ne intendessi sul serio. Fatto sta che una scatola da 25 l’ho pagata 40CUC (dagli 80 chiesti) e chi me li ha commissionati (intenditore doc) ha detto che sono ottimi, e non foglie di tabacco come spesso purtroppo accade. Soltanto la scatola non è originale, ma la differenza è davvero minima.
Proseguiamo il nostro viaggio ed arriviamo all’Havana dopo circa 165Km.
Prima di riconsegnare l’auto andiamo a dare un’occhiata al terminal Viazul per confermare il bus per Varadero. Si trova nei pressi del Memorial José Martì, quindi per trovarlo, facciamo riferimento alla torre del monumento. Mi fermo sulla piazza per poter consultare meglio la cartina ed un poliziotto si avvicina dicendo che la sosta in piazza è vietata. Gli faccio notare che non avevamo intenzione di parcheggiare, ma lui ci chiede i documenti e vorrebbe farci la multa. Ci mancherebbe pure: ero ancora con il motore acceso, la cinta messa ed una cartina in mano! Alla fine mi indica il terminal e ci lascia andare.
Acquisto i biglietti mentre Céline fa la ronda in macchina per evitare di pagare il solito “mirador del coche”, poi andiamo verso la Rampa, visto che abbiamo più di 2 ore prima della partenza del bus. Ritorniamo da Coppelia visto che anche oggi abbiamo saltato il pranzo. Saliamo al piano superiore suddiviso in diverse stanze e per ognuna c’è un’addetta che si occupa dell’assegnazione dei posti: sebbene il locale fosse semivuoto, è d’obbligo occupare i posti rimasti vuoti negli altri tavoli. Ci sediamo con due ragazze quindicenni dai capelli lunghissimi, ben truccate e con le unghie perfettamente pitturate: che differenza con quelle incontrate lungo la strada. Chiacchieriamo un po’ con loro e ci dicono che il loro sogno sarebbe proprio poter vivere in Italia o in Francia. Dopo la nostra coppa al cioccolato (oggi non c’era altro!) cambiamo i soldi alla Cadeca e, con gli ultimi vapori rimasti nel serbatoio (l’ultimo tratto l’abbiamo fatto in folle!), riconsegniamo la macchina. L’addetto è stato così gentile da riaccompagnarci lui stesso al terminal Viazul, invece di chiamarci un taxi.
Ringraziamo e prendiamo posto nella saletta d’attesa aspettando la “chiamata”. Facciamo conoscenza con un dee-jay di un hotel a Playa de l’Est che sta tornando a casa sua a Guardalavaca. Alle 18 un’hostess viene a chiamarci e ci dirigiamo verso il parcheggio degli autobus dove sarebbe arrivato il nostro. Chiaramente eravamo tutti stranieri, essendo il Viazul pagabile solo in pesos convertibles, al contrario dell’Astro. La persona che carica i bagagli, vedendo il nostro dice che il peso supera i 20kg e quindi avremmo dovuto pagare una sovrattassa (e dove stava scritto?). Gli dico che arriviamo dall’aeroporto (c’erano ancora le targhette) dove avevano pesato le valigie che risultavano intorno ai 18Kg. Quindi se lui non mi avesse dimostrato il contrario non gli avrei dato proprio un bel niente! Ha capito che non c’era nulla da fare e si rassegna. Ma io sapevo che superavano di qualche chilo i 20, così gli offriamo una sigaretta e gli regaliamo una saponetta che ha accettato molto volentieri!
Il bus era pieno per metà, quindi ognuno ha potuto permettersi un doppio posto. Mi avevano detto che le temperature a bordo erano glaciali, così mi ero armata di maglie e giubbetti, ma non mi è sembrato peggio dei normali bus con aria condizionata. Il viaggio è stato comodo (a parte le voragini per strada in cui ogni tanto finiva il bus), è durato 3 ore con una sosta lungo la strada. Alle 21 eravamo a Varadero. Ho come l’impressione di ritrovarmi a Rimini, ma con molta meno illuminazione lungo le strade: il paese sembra finto, di cartapesta, scaturito non dalla natura, ma dalla matita di un architetto; gli hotel assomigliano più a delle prigioni in prefabbricati posti ai lati della strada principale. Sarebbe un peccato venire a Cuba e rinchiudersi in una di queste strutture per turisti, senza vivere l’isola. E’ vero che l’acqua trasparente attira al tuffo e le spiagge di sabbia fine da cartolina invitano ad arrostirsi al sole, ma considerando le 16 ore che si impiegano per arrivare, tanto vale andare in Sardegna! Un taxi ci ha accompagnato al nostro hotel Playa Alameda, dove ovviamente il nostro arrivo non era previsto (ci davano forse per disperse?). Mentre la ragazza alla reception, il responsabile, il facchino e non so chi altro, si mettevano d’accordo, noi molliamo tutti i bagagli ed andiamo a mangiare. La sala da pranzo è immensa: c’è un tavolo per il buffet proprio al centro e dei piani cottura istantanea per primi, secondi, verdure e dolci. La scelta non manca, ma la qualità lascia davvero a desiderare. Insomma, ho capito che durante questa vacanza farò di tutto tranne che ingrassare! Intanto alla reception ci hanno trovato una stanza (come se l’hotel fosse pieno…) e ci attaccano un braccialetto al polso per distinguerci. Scopriremo poi che il nostro (lilla) non è lo stesso degli altri italiani (arancione) e questo ha fatto credere a molti che fossi straniera (anche perché con Céline si parlava in francese), creando non poche situazioni imbarazzanti!
Portiamo le valigie in camera (inutile aspettare il facchino) e finalmente ci concediamo una bella doccia con tutti i confort.
Prima di andare a letto facciamo un giro per l’hotel (deserto tra l’altro, sembrava l’Overlook Hotel di Shining!) ed andiamo a bere qualcosa al bar.

13 Ottobre
Finalmente una mattina di relax da trascorrere spaparanzate in spiaggia in dolce far niente!
La colazione non è proprio il massimo: mi mancano i succhi di Rosa! E poi mancano cose essenziali tipo la marmellata o il miele!
Comunque, in un modo o nell’altro riempiamo lo stomaco, asciugamano in spalla e via in spiaggia: non è la prima volta che metto piede in una spiaggia caraibica, però ogni volta ha un certo effetto. C’era pochissima gente, la sabbia è bianca e soffice ed il mare ha delle sfumature che vanno dal verde acqua al turchese. Lungo la spiaggia ombrelloni di paglia a fare ombra. Mancano però le tipiche palme lungo la costa, e la spiaggia da l’impressione di essere “ritoccata” di tanto in tanto per mantenere sempre i fondali bassi anche dopo parecchi metri. Immergiamo i lettini nell’acqua e ci lasciamo cullare dalle onde e dalle note di Enya, trasmesse dalle casse portate appositamente dagli animatori.
Il sole picchia e lo si sente subito. Evitiamo le ore più calde in cui ci ripariamo al ristorante ed al bar. Comunque, niente di particolarmente rilevante anche perché passiamo la giornata in spiaggia e a giocare a biliardo prima di cena. La sera incontriamo un po’ di compatrioti, i pochi che hanno deciso di partire nonostante gli avvertimenti dei giornalisti per la zanzara, al contrario delle decine di persone che hanno annullato per paura della dengue.

14 Ottobre
Oggi si va verso sud! Dopo colazione chiamiamo un taxi per farci accompagnare all’ autonoleggio dove dobbiamo ritirare la nostra auto. Che faccia la ragazza alla reception quando ci ha viste uscire con la valigia, dopo appena un giorno: si preoccupava che avessimo avuto problemi o l’hotel non fosse di nostro gradimento.
Il taxi ci accompagna all’ Hotel Las Americas: una struttura immensa piena di turisti russi. Compiliamo il solito contratto, chiediamo informazioni per la strada e l’addetto ci consegna la nostra seconda macchina: una golf di x anni fa. Non perdiamo tempo a constatare i danni alla carrozzeria, quanto a segnare le uniche parti rimaste integre, cioè ben poche: mancano i cerchioni ed è piena di ammaccature! Però cammina che è una meraviglia!
Cartina alla mano partiamo in direzione Cienfuegos. Attraversiamo Varadero, Coliseo, Jovellanos, fino a Jaguüey Grande, dove prendiamo l’Autopista. La strada è incredibile: oltre alla totale assenza di cartelli, non c’è una via principale da seguire. A volte bisogna prendere delle direzioni impensabili, magari imboccando piccole stradine tra una casa e l’altra. A volte se sbagliavamo strada c’erano dei ragazzi che ci correvano dietro in bicicletta e dallo specchietto retrovisore vedevo che mi facevano grossi cenni di seguirli. Così facevo inversione e li vedevo pedalare come pazzi per riportarci sulla giusta via (tanto si sa: i turisti vanno tutti nelle stesse direzione!). Che contentezza quando tiravamo fuori una maglietta o un cappello per ringraziarli! Però è capitato anche che ad un incrocio ci abbiano detto “a destra sempre dritto!”. Abbiamo proseguito per una cinquantina di chilometri, sempre dritto…finché non ho visto Matanzas…giusto la direzione opposta a quella di Cienfuegos! Mannaggia…
Inversione e via verso sud!
La strada è abbastanza lunga, ma “paesaggisticamente” parlando molto interessante: siamo circondati da piantagioni di banane e canne da zucchero, incrociamo pochissime auto, gruppi di gente ad aspettare un passaggio, mucche, cavalli, i soliti binari che spesso e volentieri sono ricoperti di vegetazione come a testimoniare che il treno non è di certo il mezzo di locomozione più efficiente a Cuba. Attraversiamo dei paesetti da film, con le casette di legno, basse e colorate con le inferriate in ferro battuto, le carrozze per strada e la gente per strada.
Dal momento che la Golf è decisamente più grande della Atos e che le valigie hanno trovato il loro spazio nel bagagliaio, ci siamo sbizzarrite ad offrire passaggi alla gente per strada.
Arriviamo al centro di Cienfuegos e lasciamo la macchina in una vietta vicina al corso principale e dopo aver adocchiato il nostro “mirador del coche”, ci dirigiamo verso il centro. Qui l’assalto dei jineteros è quasi insopportabile: ti chiamano “lady” o “baby”, quasi tutti parlano molto bene italiano e conoscono aneddoti per attaccar bottone tipo “Italia campione del mondo” oppure “Tottigol”, qualche battuta sulla politica o addirittura con inflessione dialettale. Visitiamo Parque José Martì, la piazza dedicata all’omonimo eroe nazionale con la sua statua al centro del giardino. Ai lati della piazza ci sono gli edifici più belli. A parte la piazza e l’Avenida principale, il centro di Cienfuegos non offre molto di più. E poi fa un caldo pazzesco e decidiamo di fermarci a magiare qualcosa in un ristorantino lungo il corso: ne scegliamo uno di quelli senza insegna, ma pieno di cubani (dovrebbe essere un buon segno). Tutti i tavoli sono occupati, ma la cameriera per farci sedere, fa alzare un tipo che occupava un tavolo vicino la cucina. Quando provo a replicare mi dice che è un suo amico. Chiedo il menù e mi elenca le portate: riso, fagioli e carne impanata. Tutto qui. Mi faccio dire i prezzi per evitare discussioni alla fine e “scegliami” di prendere riso, fagioli e carne impanata. Céline non ha toccato praticamente nulla: la carne era peggio di una soletta da scarpe. Io ho mangiato tutto il riso, mio e suo! Insomma, usciamo ancora affamate! Mentre passeggiamo cerchiamo un negozio dove poter acquistare qualunque cosa di commestibile. Entriamo in una specie di bazar che vende un po’ di tutto. Mentre scegliamo Céline tira fuori 50 pesos dal portafogli. La cassiera complotta con la collega e le dice di non avere abbastanza resto. L’altra le consiglia di darci il resto in pesos cubani “tanto sono straniere, non capiranno”. Purtroppo per loro capisco eccome! Fermo Céline prima che paghi, lasciamo i biscotti sul bancone e ce ne andiamo. Riprendiamo la macchina per andare verso il Malecon di Cienfuegos che si affaccia sul mar dei Caraibi: niente a che vedere con quello dell’Havana, ma l’architettura è davvero molto bella con le case rivestite di assicelle di legno e portici finemente decorati. La città è molto bella, pulita e ben tenuta, ecco perché la chiamano “La Perla del Sud”. Qui troviamo un bar dove fare i nostri acquisti senza essere imbrogliate. Andiamo alla spiaggia di Rancho Luna, a circa 18km da Cienfuegos. C’è uno spiazzo semideserto dove, appena spento il motore si avvicina un tipo. Ne ho abbastanza per oggi. Non scendo nemmeno, metto in moto e si riparte. Poi però non vedo perché rinunciare a causa di queste sanguisuga: parcheggiamo lungo la strada e scendiamo a piedi. Il tizio ci minaccia dicendo che ora la polizia ci farà una bella multa. Ma per favore! La spiaggietta è deliziosa: la sabbia è dorata, l’acqua azzurra trasparente, ci sono ombrelloni di paglia e tante famiglie cubane a fare pic-nic.
Al ritorno non troviamo né multa né polizia e ripartiamo verso Trinidad, dopo aver caricato un signore che aveva appena smontato dal lavoro e tornava a casa.
Lungo la strada attraversiamo ponti e viadotti che sormontano baie ed insenature in mezzo al verde. Dall’alto di uno di questi intravedo qualcosa di strano sulla riva: una scrofa enorme! Che ridere… Avremmo voluto deviare verso Topes de Collantes, una stazione termale tra Cienfuegos e Trinidad, ma preferiamo arrivare a destinazione nel pomeriggio per girare un po’ la città, una delle città cubane maggiormente visitate. All’ingresso in città veniamo assalite dai procacciatori di affari che ci propongono case particular e paladar, correndoci dietro in bici, bussandoci al finestrino e quando ci vedono con la guida in mano dicono “quella è casa mia!”. Ma noi abbiamo la nostra lista d’indirizzi ben collaudati, così entriamo in città alla ricerca di queste case. Le vie di Trinidad sono una serie di saliscendi sobbalzanti ed acciottolati, quasi impossibile girare in macchina (infatti la nostra è l’unica auto!). I ragazzi in bicicletta ancora ci perseguitano. Arriviamo di fronte alla casa che avevamo prescelto, ma la troviamo chiusa: essendo bassa stagione i proprietari non affittano. Pazienza! Uno di questi jineteros approfitta di uno dei nostri frequenti momenti di ilarità per avvicinarci e proporci casa sua. Gli faccio presente che abbiamo altri indirizzi e che se non dovesse piacerci ce ne andremmo! Invece la casa sembra molto carina: la proprietaria si chiama Barbara ed è la compagna del padre di Elio, il ragazzo che ci ha accompagnato. Entriamo dall’ingresso principale (sempre dopo aver adocchiato il nostro mirador del coche), la casa è in perfetto stile coloniale con i mobili in legno, sedie a dondolo, centrini e merletti, vasetti di fiori e statuine di ceramica. Usciamo dal retro, nel patio ed entriamo nel nostro appartamento: una grande stanza con le tende a fiori (tende che, come in ogni altra casa in cui siamo state, non danno su finestre, ma su muri!) ed un letto matrimoniale al centro, tavolo con sedie, specchio e bagno. Ovviamente ventilatore ed aria condizionata. Concordiamo per 15CUC a notte più colazione e aragosta per cena, poi usciamo subito a fare un giro.
Trinidad è un piccolo gioiello cubano, patrimonio dell’Umanità: è la tipica cittadina spagnola in stile coloniale, perfettamente conservata ed affascinante che cattura il turista con le sue stradine lastricate, dove è più facile incrociare muli o cavalli che auto e sembrerebbe che da un momento all’altro possa spuntare un colonizzatore o un “bandido” a cavallo. Ci si sente davvero immersi nella Cuba del seicento, ance perché la struttura urbanistica della città non ha un minimo di regolarità con le sue viette che s’intrecciano apparentemente senza senso, ma con lo scopo in passato di combattere gli assalti dei pirati di un tempo.
Le case restaurate dalle tinte pastello lasciano intravedere dalle grate delle finestre momenti di vita autentica degli abitanti. Quasi ogni casa possiede una gabbia di canarini all’ingresso che gli abitanti allevano in rispetto di un’antica tradizione.
Arriviamo a Parque Céspedes dove incontriamo un gruppo di cubani simpaticissimi e parecchio allegri: cantavano e ballavano e ci fanno aggregare a loro. Quando li salutiamo è ormai buio, facciamo ancora un giro fino a Plaza Major, un vero gioiello barocco e centro cittadino, ornata da palme, giardini, chiese maestose e magnifici palazzi settecenteschi. Rientriamo a prepararci per cena. Barbara ci ha apparecchiato nel tavolino del patio sotto gli alberi. Menu: riso, fagioli, banana fritta, avocado e…l’aragosta! Da leccarsi i baffi!
Dopo cena restiamo a chiacchierare e rilassarci nel patio con Barbara ed Elio, di come in Italia si sia diffuso il panico per la notizia della zanzara killer. La sera Elio si offre di farci da guida così usciamo con lui. Indovinate chi incontriamo passeggiando per strada? Ma la coppia di Milano, claro! (P.S. Dando per scontato che ci saremmo incontrati di nuovo per caso, non ci siamo scambiati gli indirizzi: se per caso vi trovaste a leggere questo racconto scrivetemi!!!) Raggiungiamo la famosa scalinata vicino Plaza Mayor, la casa de la Musica. E’ invasa da cubani: c’è gente dappertutto, sarà che è domenica, ma sembra un girono di festa. C’è musica e tutti ballano ritmi latino americani ed africani. Lì conosciamo un maestro di salsa che fa volteggiare Céline con una maestria davvero notevole! C’è da dire che anche lei se la cava niente male!!! Continuiamo la serata in uno dei locali più suggestivi della zona, la discoteca Ayala, meglio conosciuta come la Cueva perché si trova a circa 30 metri sotto terra ed è stata ricavata da una vera grotta naturale. L’afa è unica come lo scenario che offre! Arrivarci è stata davvero un’impresa, abbiamo quasi scalato una salita ripida alle spalle del centro della città, dove l’unica illuminazione era quella della luna.
La discoteca pullulava di gente: che intrico di passi, braccia e gambe; fianchi e piedi che fremono, corpi che danzano all’unisono in modo audace, sensuale ed elegante. Comunque ci lasciamo andare nonostante la nostra rigidezza a confronto che ci tiene inchiodati. Balliamo finché ci reggono le gambe e poi torniamo a casa e raggiungiamo il letto quasi per miracolo.

15 Ottobre
Stamattina la Signora Barbara per colazione ci prepara papaia, banane e pompelmo; pane e burro, succo di pompelmo, latte e caffé…un po’ pochino in effetti, niente a che vedere con le colazioni di Marisa!
Alle 9 arriva Elio che ci accompagna in giro per la città: ritorniamo a Plaza Major dove visitiamo la Cattedrale; vogliamo vedere la città dall’alto ed Elio ci fa entrare a casa di un suo amico dove, salendo su una scaletta strettissima, si ha una vista sui tetti della città ed il panorama circostante. Continuiamo a passeggiare per stradine fuori dal centro che salgono sulla collina, incontriamo bambini che giocano per strada, le bambine con i nastri colorati nei capelli, il “panetero” che prende le soffici pagnottelle dal grosso sacco che porta sulle spalle, lo pulisce sui pantaloni e lo consegna senza carta (anche quella considerata un lusso) o lo infila nel sacchetto che fanno scendere con una corda dai terrazzi. Un signore sull’uscio di casa mi chiede di fotografarlo: magari sogna che almeno la sua foto possa raggiungere i paesi d’oltreoceano come magari anche lui ha sognato più volte. Qui a Trinidad ho la conferma che i cubani sono un popolo straordinario, povero ma ricco di spirito: la gente è sempre cordiale, allegra e dal carattere fiero ed aperto; capace di trasmettere gioia di vivere, semplicità, umanità e solidarietà, valori che contano davvero! E questa serenità e beatitudine è un’attitudine naturale, non va considerata ingenuità: è il loro modo di reagire alle insopportabili repressioni di un regime totalitario con cui sono costretti a convivere che li priva della loro liberà. E’ un popolo a cui la storia ha insegnato che uniti si vince, perché è così che hanno sconfitto il colonialismo e la dittatura militare di Batista. Oggi le persone di una certa età sono orgogliose di Fidel Castro e di quello che la Rivoluzione ha permesso loro di ottenere; i giovani invece sono attratti dalla voglia di cambiamento, ma entrambi temono di perdere ciò che di buono questo sistema può garantire. Il mondo consumistico li attrae irresistibilmente e questo crea malumore tra la gente, soprattutto tra i ragazzi che sperano in una maggiore liberà di esprimersi, di viaggiare e far fortuna all’estero.
Ma Cuba è questo: la sui può capire solo dopo aver conosciuto la sua gente!
Con Elio ci arrampichiamo in cima la collina dove si ha una vista magnifica su tutta la città, con i suoi campanili che svettano sopra i tetti, si vede l’azzurro mare delle spiagge limitrofe ed il verde smeraldo delle colline della Sierra de l’ Escambray. Prima di lasciare Trinidad facciamo scorta di souvenir al mercatino di Trinidad: è davvero carino, si vendono oggetti di ogni tipo, collanine, braccialetti, portachiavi, statuine, quadri…
Nel frattempo chiacchiero con Elio: è laureato in lingue ed è professore d’ Inglese nella scuola di Trinidad. Gli chiedo come vede la situazione del Paese e mi spiega che dopo Fidèl è probabile che Raul prenda il suo posto, ma il popolo non ne è felice, è ben più severo e repressivo di suo fratello. Anche lui, come la maggior parte delle persone con cui ho parlato, è molto critico verso il governo Castro e considera Cuba come una grande prigione, dove medici ed avvocati sono costretti ad arrotondare il loro stipendio facendo i tassisti abusivi: esercitando la loro normale professione guadagnerebbero 8 dollari al mese, contro i 15 che si possono prendere con una corsa in taxi! Ma se da un lato Fidèl ha messo sullo stesso piano medici e panettieri, dall’altro è riuscito a garantire a tutti un livello di vita minimo e degno a tutti, mantenendo un equilibrio tra salari: la libreta ovvero il paniere alimentari dei prodotti di base, viene mensilmente distribuito ad ogni cittadino e comprende latte, caffé, zucchero, riso, pane, farina, carne, ed altri beni di prima necessità che vengono distribuiti secondo l’età, ceto di appartenenza e particolari patologie.
Mantenere questo sistema di razionamento è un vero salasso per le finanze dello stato, ma senza di esso molti cubani sarebbero ridotti a condurre una vita di stenti dove la circolazione di due monete ha creato tangibili differenze di classe. Sul piano sanitario Cuba gode di una delle migliori sanità al mondo e dell’alta specializzazione dei propri medici, nonostante la carenza di macchinari e medicinali ed ogni cittadino ne ha accesso in modo totalmente gratuito (il 100% dei parti è assistito da medici altamente professionali). Non esistono barboni né povertà perché lo stato garantisce una casa a tutti (in America 2 milioni di bambini muoiono di fame. A Cuba nemmeno uno). A Cuba il tasso di analfabetismo è pari a zero perché l’istruzione è garantita per tutti ed è gratuita, fino all’università, anche nei villaggi più piccoli e sperduti (ci sono oltre 400milioni di donne analfabete in tutto il mondo, ma nessuna di loro è cubana). I problemi principale sono stati causati dall’embargo da parte degli Stati Uniti, probabilmente terrorizzati dal fatto che un sistema sociale diverso dal proprio avesse potuto essere da esempio, altrimenti non si spiega l’accanimento contro questa piccola isola inoffensiva. Ma nonostante le pressioni e le difficoltà di quasi 50 anni di isolamento Castro ancora non molla e continua a difendere con i denti i suoi ideali, chiedendo a volte al suo popolo grossi sacrifici e tanta dedizione. E la gente risponde fiera ed unita, orgogliosa del proprio paese. Che sarà dopo Castro nessuno può dirlo. Che ne sarà di quel socialismo in cui tutto è di tutti, dove solo il popolo unito può garantire la sopravvivenza del singolo. Lascerà spazio alla globalizzazione ed ai falsi valori dell’Occidente come i vestiti firmati o i bei locali a cui i giovani non vogliono rinunciare malgrado costi quanto uno stipendio medio.
Dopo aver caricato tutto in macchina, souvenir compresi, partiamo in direzione Santa Clara. Attraversiamo la Valle los Ingenios, straordinarie colline ondulate coperte di palme e canne che ondeggiano al vento: la valle è punteggiata dalle rovine di piccoli zuccherifici (gli ingenios appunto) dell’ Ottocento, resti di magazzini, macchinari, alloggi di schiavi e residenze signorili. A meno di una decina di km da Trinidad arriviamo a Manaca Iznaga, una tenuta del ‘700 con una torre alta 44mt vicino all’ hacienda che veniva usata per sorvegliare gli schiavi nella campagna, mentre la campana di fronte alla casa serviva per radunarli. Salire sulla torre è stata una vera impresa: le scale sono strettissime ed è a prova di vertigini, ma il paesaggio dall’alto è davvero mozzafiato: distese di campi di canna da zucchero, case di contadini, stalle di cavalli, il tutto immerso in una vegetazione lussureggiante. Prima di ripartire visitiamo la hacienda da dove proviene musica: nella terrazza sul retro c’è un gruppetto che suona. Ci sediamo e ci facciamo portare dei sandwich e dei cocktail alla frutta, tra cui una vera noce di cocco e dopo averne bevuto il latte ce la facciamo aprire per mangiarne la polpa.
Poi di nuovo in macchina. Lungo la strada passiamo dei paesini davvero tipici, e quando incontravamo dei bambini ci fermavamo per lasciare loro tutto quello che ci era rimasto in valigia: vestiti, penne e quaderni portati da casa. La differenza dello scorso anno in Kenya è che lì i bambini, quando ti vedono tirar fuori una caramella ti assalgono e si azzuffano tra loro per aggiudicarsela. Qui i bambini si avvicinavano alla macchina solo se li chiamavamo, si mettevano in fila e prendevano quello che c’era!
Ci sono i soliti gruppi di persone ad aspettare un passaggio, con l’ausilio del cosiddetto amarillo, un signore vestito di giallo con una lista delle persone che aspettano e le rispettive destinazioni. Egli ferma le auto e se c’è posto il conducente è tenuto a dare un passaggio ad una o più persone che ne necessitano.
Arriviamo a Santa Clara intorno alle 17. La città non offre granché, ma è una tappa obbligata. Andiamo dirette verso l’oggetto del nostro interesse: il Mausoleo del Comandante Che Guevara, il grande condottiero che con Fidel Castro guidò la rivoluzione; un idolo per i cubani che con il suo esempio ha lascito un segno indelebile nel mondo moderno e per questo i bambini cubani ancora oggi proclamano “seremos como el Che”; una delle personalità che sono diventate un esempio delle lotte rivoluzionarie del popolo fino ai giorni nostri; un uomo che ha sempre messo in primo piano le esigenze delle popolazioni povere del centro e sud America. Chissà se negli ultimi giorni della sua vita, avrebbe mai immaginato un tale sviluppo della società cubana, nonostante l’embargo massacrante imposto dagli Stati Uniti; chissà se avrebbe appoggiato il modo in cui Fidel Castro ha cercato di realizzare gli ideali rivoluzionari a cui Che Guevara ha dedicato tutta la sua vita?!?! Plaza de la Revolution è immensa e silenziosa, quasi a voler sottolineare il rispetto che regna in questo luogo per il guerrigliero eroico e l’esempio che quest’uomo ha dato ad intere generazioni, a popoli che ancora oggi lottano per affermare i propri diritti, la propria dignità e libertà. E’ davvero emozionante e commovente, come entrare in una pagina di storia. C’è un’enorme statua in bronzo che sovrasta il complesso, alti bassorilievi che ripercorrono le tappe della rivoluzione e la celebre lettera del Che a Fidel quando decise si abbandonare la sua posizione di ministro dell’Industria per proseguire la rivoluzione presso altri popoli. La seconda tappa d’obbligo è il Tren Blindato, tre dei 22 vagoni che componevano il convoglio fatto deragliare da Che Guevara in uno degli ultimi atti della guerra contro la dittatura di Fulgencio Batista ed il bulldozer usato dal guerriglieri per bloccare la linea ferroviaria. Prima di lasciare Santa Clara cerchiamo l’ospedale della città per lasciare il carico di medicinali che avevamo portato da casa. E poi via verso Varadero: sono le 19, non riusciremo mai a non guidare di notte visto che abbiamo almeno 200 km prima di arrivare!
La Golf da il meglio di se sul rettilineo dell’ Autopista deserta, tranne in quel tratto dove la nostra parte di carreggiata è interrotta e dobbiamo camminare in quella opposta senza alcun spartitraffico e con le macchine (e tutti gli altri mezzi in circolazione) contro…
In effetti guidare di notte non è il massimo: non si distingue il ciglio della strada, non ci sono strisce bianche e ovviamente nessuna segnaletica. Ho rischiato spesso di spianare qualche pazzo che ha tentato di mettersi troppo in mezzo per fare l’autostop, qualche bici contro mano o qualche cavallo che tentava di attraversare la strada…
Ma a parte questo si camminava abbastanza bene…non fosse stato per la lancetta della benzina che stava avvicinandosi inesorabilmente alla riserva, non si vedevano luci a chilometri di distanza e non avevamo idea se i distributori avessero il self service 24 ore…
Ma a parte anche questo continuavamo a camminare…non fosse che dopo un centinaio di chilometri da Santa Clara non avevamo ancora incrociato nessuna uscita…
Carichiamo in macchina una famigliola giovane con un bambino di 5 anni ed un carico immenso di cose e bagagli che si sono portati sulle ginocchia per tutto il tempo, mentre il piccolo si è subito addormentato.
Che manca alla lista della s****?! Ah si: posto di blocco. Un poliziotto mi fa cenno di fermarmi. Mi dice che stavo andando troppo veloce in prossimità di un ponte quando il limite è 60. Per il principio di “negare sempre tutto anche l’evidenza”, con il massimo candore gli chiedo “Perché a quanto andavo?”. Ma lui insiste e gli dico “Come avrei potuto vedere il ponte se non c’è un filo di luce?!?!”. Nel frattempo guarda dietro la famigliola sommersa dai bagagli: la polizia non gradisce che i cubani siano troppo a contatto con i turisti, ma questo qui fa “Visto che sono un gentiluomo ho deciso di lasciar stare due queste due donne!”. Non me lo sono fatto ripetere!
Però la serie di s**** sembra essersi esaurita e dopo un po’ s’intravedono delle luci: un autogrill!!! Si fa il pieno e si riparte.
Dopo un po’ la famigliola scende e ci spiega che la nostra uscita è 18 km più avanti: quando un cubano dice 18 km, non intende 15 o 20. Puoi scommetterci che dopo 18km esatti trovi quello che cerchi! E così imbocchiamo la tanto famigerata uscita che senza indicazioni non avremmo mai imboccato![
Il fatto è che il brutto inizia proprio ora: ripercorrere quei paesini, passare in quelle stradine senza alcuna idea di dove andare. L’unica cosa da fare è chiedere ogni volta che incrociamo qualcuno per evitare di ritrovarsi a Matanzas, come in andata! Inizialmente pensavo che a quell’ora non avremmo trovato nessuno in giro…come mi sbagliavo: anche nei paesini più piccoli la gente è fuori per strada o in veranda a chiacchierare. Ci è capitato di nuovo di sbagliare strada e trovare il ciclista di turno che ci corre dietro per accompagnarci sulla strada giusta! Insomma, alla fine raggiungiamo Varadero tranquillamente. Il difficile è stato poi trovare il nostro hotel!!!
Dopo aver posato le borse nella nostra stanza andiamo al bar dove ci facciamo cucinare pizze e panini a volontà: evviva l’ All Inclusive!
16 Ottobre

Stamattina decidiamo di alzarci relativamente presto per abbronzarci un pochettino visto che dovremmo ripartire oggi stesso! Così via in spiaggia dopo colazione: ai bagagli penseremo dopo.
E invece a metà mattinata una delle animatrici viene a dirci che il volo da Milano non è partito perché pressoché vuoto, quindi hanno raggruppato tutti i passeggeri nel volo di domani e questo significa che oggi non si parte!!! Che rammarico…via di nuovo in acqua, a rosolarci al sole, a ballare salsa e bere limonate sulla spiaggia!
Oggi pomeriggio Roberto, l’animatore si offre di accompagnarci a fare un giro di Varadero (che non avevamo ancora visto se non di passaggio) e con noi viene un altro ospite del villaggio.
Andiamo alla spiaggia dell’ Hotel Las Americas da dove si vede un magnifico tramonto! Stasera invece ci portano ad uno street bar, il Calle 62: c’è un gruppetto che suona e tanta gente a ballare per strada. Continuiamo la serata in una discoteca sulla spiaggia, di quelle dove si cerca di mettere da parte i cubani per far spazio ai turisti visto l’ingresso a pagamento. E’ proprio vero quando dicono che i cubani hanno tutto, ma non possono usufruire di niente. E lo stesso vale per certi cayo o alcune delle spiagge più famose riservate agli stranieri. Resta il fatto che la discoteca è piena, di turisti e cubani invitati dai turisti. C’è la solita coppia bravissima che si scatena al centro della pista lasciando tutti a guardare, c’è il dj che fa grande onore agli italiani presenti continuando a chiamarli “campioni del mondo” (e voglio godermelo altri 4 anni!!!), c’è uno s****to di Cesena che mi tiene un’ora a polemizzare su tutto, c’è Roberto che prova a farmi ballare la salsa, nonostante la mia repulsione…E poi si torna in hotel.

17 Ottobre

Stamattina la sveglia è stata alquanto traumatica. Per fortuna che le valigie erano state preparate la sera prima ed i souvenir imballati per bene nei giornali. Siamo in pochissimi a partire, oltre noi 2, solo altri 5 ragazzi. Il transfer passa a prenderci alla 8 per portarci in aeroporto. Ripercorrendo la strada non sentivo quella tristezza che di solito mi prende alla fine di una vacanza: mi sento pienamente soddisfatta per tutto quello che abbiamo visto e per le persone che abbiamo incontrato. Sento di tornare a casa arricchita da un’esperienza importante e, sebbene durata poco, vissuta intensamente, con la certezza che questo non sarà un addio! Ah Cuba, paese controverso che sarebbe riduttivo definirlo il paese del mare caraibico dalle spiagge bianche o abusato dai villaggi turistici o dal turismo di massa; il paese della gente cordiale e sorridente o quello dell’industria del sesso e degli incontri facili; il paese delle splendide città coloniali o quello dove i palazzi cadono in pezzi; il paese glorioso delle vittorie della Rivoluzione o quello messo in ginocchio dall’embargo. La alma de Cuba è nei visi delle persone, nei racconti dei vecchi fidelcastriani, nei giovani che sognano una nuova libertà, nel tempo che sembra essersi fermato sulle facciate dei palazzi, nella dolcezza dei suoi frutti tropicali, nel verde delle sue foreste, negli insegnamenti che la sua storia ci ha trasmesso, la magia cubana è nell’aria dell’isola. Cuba è più che un viaggio, è un’esperienza di vita! Non voglio dire che Cuba è l’alternativa la nostro dei nostri giorni o una risposta ai mille interrogativi, ma sotto tanti punti di vista rappresenta un valido esempio per la costruzione di un mondo migliore. Ora sta ad ognuno di voi decidere se credere in un sogno o nell’altro! Al check in aeroporto ci capita ancora una delle mille cose incredibili di questa vacanza: incontriamo una ragazza che lavorava con noi in nave, che non vedevamo da quando non siamo più a bordo e di cui non avevamo nessun contatto. Incredibile! Non vi dico la contentezza! Lei è una ragazza cubana che a bordo ha conosciuto un ragazzo italiano, si sono innamorati ed ora sono sposati da un anno e…vivono a Nettuno, 3 ore da casa mia! Ora lei stava tornando in Italia dopo aver fatto tutti i documenti per portare sua figlia in Italia con lei. L’aereo è orribile: scomodo, piccolo, sporco, il personale è stato selezionato in base a chi fosse il più sgarbato. Un orrore! Come se le 16 ore all’andata non fossero sufficienti, perché non fare anche uno scalo in Canada?!? Precisamente a Gander…a Terranova!!!
Arriviamo a Milano alle 8.45 del mattino dove prendiamo la navetta che ci riporta alla stazione di Milano Centrale, inizio e fine dalla mia vacanza con Céline. Ci salutiamo con la promessa di rivederci presto…tanto lo sappiamo che succederà!

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