Yemen-Soqotra

In 3 giorni abbiamo deciso: si va a Soqotra.
Una sola settimana a disposizione, ma non importa: Yemen, il ricordo di un’altra vita che probabilmente affiora e chiama.
Il tempo di contattare un’agenzia su internet, valutare il programma, controllare che il passaporto sia valido e senza timbri di Israele, e via il 20 gennaio si parte.

Il volo tranquillissimo ( 7 ore e mezza circa) Roma-San’a è quasi vuoto, arrivati al Cairo fa scalo e qui si riempie. Comincio a captare un certo imbarazzo ed evito di guardare negli occhi quelle macchie nere che sono fra i sedili. Ma ancora non capisco, solo alla fine del viaggio avvertirò la logica di tutto questo.
All’aeroporto ci mettiamo in fila per il visto (25 euro a testa), abbiamo con noi due foto, ma non ce le chiedono. Ne approfittiamo anche per cambiare un po’ di valuta: 1 euro = a 250 ryal, e mettere avanti di 2 ore l’orologio.
Le solite formalità del controllo passaporti, la novità dell’essere perquisita da una donna velata, il ritiro bagagli ed eccoci, con le facce sperdute, immersi in un mondo a noi sconosciuto.
Militari ovunque, armi in vista, l’importante è non fotografare nè loro, nè le loro postazioni.
Nel corso del viaggio impareremo che l’80% degli uomini yemeniti fa parte dell’esercito, anche perchè lo stipendio è assicurato.
Veniamo avvicinati da un uomo dalla pelle più scura degli altri, con un sorriso buono e occhi dolci.
E’ *******, la nostra guida (padre yemenita e madre somala).
Carichiamo i bagagli su una Toyota Land Cruiser (ce ne sono tantissime in questo paese e costano molto poco). Al volante c’è *******, autista bravissimo ed esperto. Sembra un ometto timido e innocuo, ma veniamo a sapere che è un maggiore dell’esercito e che sotto al suo giubbotto marrone sempre abbottonato, è armato. Bene, ci sentiamo al sicuro.
L’impatto con San’a è stupendo, già mentre si atterrava l’avevo avvertito. Si respira magia. Ma è quasi sera e questa prima sensazione è niente al confronto con quella del mattino successivo, quando aprendo le finestre della camera dell’albergo, (Movenpick troppo lussuoso, ma per 1 notte va bene) ci troviamo di fronte un paesaggio da film con una luce stupenda.

21 gennaio 2007

Alle 8 del mattino si parte verso sud alla volta di Aden.
Percorriamo in auto 450 km. Attraversiamo passi montani stupendi, le strade sono buone.
Per questo, per le scuole che stanno prolificando, e non solo, viene elogiato il loro presidente. Tutti lo amano e la sua foto è ovunque, ci dicono che è un buon presidente, se non lo fosse farebbe la fine dei suoi 2 predecessori che sono morti.
Facciamo delle soste per ammirare questi paesaggi da presepe, mangiamo frutta acquistata lungo la strada, e intanto ci togliamo tante curiosità sul popolo yemenita.
Ci sono intere vallate coltivate a qat (piccoli arbusti ad effetto stimolante di cui si masticano le foglie), lungo la strada viene venduto direttamente dalle piantagioni in una piccola sportina di plastica colorata.
Naturalmente ci fermiamo ad acquistarlo (10 euro circa a sacchetto). Gli uomini masticano giornalmente, le donne il giovedì (ècome il nostro sabato poichè il loro giorno festivo è il venerdì) .
Veniamo iniziati anche noi al rito della masticazione, ma non è facile fare la bola contro la guancia come fanno loro. L’effetto e’ molto blando.
Arriviamo ad un passo a circa 2880 mt. di altitudine. La vista è da togliere il fiato: intere pendici terrazzate fino alla cima.
Arriviamo ad IBB città che risale al 1064. Case incredibili, altissime, costruite con fango e paglia incastrate in stradine strettissime. Ci accoglie il canto del muezzin, mi sento come fossi fuori dal mondo, è una bella emozione.

Sosta per il pranzo su un altipiano che domina la città. Il loro cibo è fantastico, tutto buonissimo dalla zuppa di ceci con olio di sesamo (quello originale) al riso con uvetta, ad un pasticcio di melanzana simile alla nostra pasta al forno al loro pane, al loro pollo…..
Si riprende il cammino masticando qat.
Altra sosta per visitare Jibla, piccola cittadina nel cui cuore sorge una moschea con all’interno la tomba della regina di Arwa. Camminare per questi vicoli è problematico. Ci si accodano ragazzi che vogliono farci da guida. Entrano nella moschea (a noi è proibito farlo) con la mia digitale e scattano qualche foto alla tomba. Visitiamo la scuola del corano, scavalchiamo pietre e sassi, scattiamo foto ai bambini, sorrido davanti ad alcuni portoni colorati con due batacchi, uno in alto per gli uomini, uno in basso per le donne, con suoni diversi così che le donne all’interno capiscano chi sta per entrare e potersi poi nascondere nel caso fosse un uomo.

Guardiamo il vecchio palazzo reale di 360 stanze (Arwa ne cambiava 1 ogni notte per motivi di sicurezza) ormai lasciato andare alla deriva. Diamo una piccola mancia ai ragazzi e cominciamo a scendere verso Aden.
Il viaggio prosegue mentre il panorama cambia sorprendendoci continuamente.
Ad ogni confine di regione ci sono posti di blocco. Militari chiedono in arabo (l’inglese è conosciuto pochissimo) chi sei, da dove vieni, dove vai, dove lavori. ****** è bravissimo a rispondere: sono italiani, stanno con me, lavorano con me, andiamo ad Aden per lavoro. Piccole bugie per evitare di tirare fuori documenti. Comunque quando sentono che siamo Italiani, ci fanno tutti un gran sorriso. E intanto tutti masticano, con delle guance gonfissime.

Alle 18 circa un bellissimo tramonto ci accoglie sul mitico golfo di Aden. Sono state 10 ore intense, ma ancora la giornata non è finita.
Il tempo di una doccia e via per le strade serali di questa città rumorosa, caotica, dal traffico incontrollabile. E’ una città turistica (anche se di turisti ne abbiamo visti ben pochi) con bar dove vendono anche alcolici (in maniera molto discreta, nello yemen l’alcol è proibito) e dove puoi trovare di tutto. Noi abbiamo trovato un barbiere dove per la modica cifra di 650 ryal mio marito si è tagliato i capelli. Mi ha incuriosito il modo di disinfettare i rasoi, li intingono nell’alcool e poi gli danno fuoco con un accendino, e il modo di proteggerti il collo dai capelli che cadono: con un giro di carta igienica.
Io ne ho approfittato per acquistare un vestito nero con annesso “velo” spendendo l’equivalente di 5 euro. Poi abbiamo trovato un sarto che nel giro di 5 min. mi ha accorciato il vestito alla misura giusta. Ha chiesto per il lavoro offerta libera.
La nostra guida doveva cercare del qat buono da portare l’indomani a Soqotra, perchè nell’isola non viene coltivato e quindi può arrivare solo quando atterrano i 2 voli settimanali (il lunedì e il giovedì).
Abbiamo lasciato lui ed ***** alla loro ricerca e noi siamo andati a dormire. L’indomani sveglia alle 3.30

22/01/2007

Il portiere ha dimenticato di chiamarci, fortunatamente il mio sesto senso ha fatto da sveglia. Tutto di corsa, con il pilota dell’aereo che dobbiamo prendere e che sorprendentemente abbiamo incontrato li, che ci fa fretta.
****** tarda 5 min., ma ***** è bravissimo e li recupera subito. Arriviamo in aeroporto ad Aden in tempo. L’aereo decolla alle 5, fa scalo a Al Mukalla e atterra a Soqotra dopo circa 3 ore.
Siamo gli unici occidentali. L’aeroporto è sconvolgente, ancora per metà in costruzione. Sul nastro bagagli passa di tutto: pneumatici, biciclette, caldaie, uova, polli e pacchi non bene definiti. Ma poi ci viene spiegato che su quest’isola non c’è molto e bisogna approfittare di questi voli per fare provviste di ogni genere. Altra cosa carina, i loro saluti: alcuni si sfregano il naso, altri si baciano la guancia per almeno 3/4 volte dandosi la mano. Altri girano per manina. E’ il loro modo di manifestare l’amicizia. Qui è vera, qui ci si aiuta come potremo scoprire qualche giorno dopo.

Finalmente Soqotra, un’isola che è stata aperta al turismo circa 4 anni fa, quando è stato costruito l’aeroporto. Geograficamente è più vicina all’Africa, ma politicamente appartiene allo Yemen.
******** ci dice che gli abitanti sono 65.000 mentre nei libri c’e’ scritto 160.000, comunque è difficile saperlo con precisione, poichè essendo vissuta in quasi totale isolamento era usata in prevalenza come una grossa prigione di 3650 kmq. per condannati a morte. Ha un suo dialetto indecifrabile anche per gli yemeniti della terraferma ed una flora particolare: piante endemiche che solo qui esistono. Inoltre per quasi 7 mesi all’anno è preda dei monsoni, quindi quasi impraticabile poichè causa i forti venti gli aerei non atterrano e le imbarcazioni non approdano. Il periodo migliore per visitarla è da metà ottobre a metà marzo.

A 15 km dall’aeroporto c’e’ Hadibu la capitale (cioè strade sterrate, polverose e case/capanne), dove ci sono in tutto 3 alberghi + 1 in costruzione. La differenza fra loro è minima. In tutta l’isola non c’è altro. Dobbiamo per forza pernottare li.
Ci fermiamo al Tai Soqotra Hotel. Quello che per loro è il massimo, per noi è un ripiego, ma ne va tenuto conto prima della partenza.
Cosi ci ritroviamo in una stanza ampia, con un’enorme tappeto chiaro a terra abbastanza macchiato, due letti addossati ognuno ad una parete, con batuffoli di polvere sotto, un mobile frigorifero con sopra un televisore che non funziona, una sedia con sopra un telefono che non funziona, un tappeto per la preghiera, l’indicazione della mecca sulla parete, un antibagno con un lavabo, un secchio, uno specchio, un bagno senza acqua calda con il solo water e la doccia quasi sopra ad allagare il tutto. Niente armadi. Però c’è l’aria condizionata e una ventola a soffitto: peccato che la prima è solo troppo rumorosa e la seconda sparge nuvole di polvere. Ma non ne abbiamo avuto bisogno. La temperatura è ottimale: il giorno si sta in maglietta, la sera un pò di escursione termica ci fa dormire decentemente. C’è qualche zanzare, ma noi abbiamo provveduto portandoci da casa le piastrine antizanzare. (Non abbiamo fatto nessuna vaccinazione).
Superato il primo impatto, decidiamo che va benissimo, a parte l’acqua fredda. Dopo qualche giorno in 2 stanze arriva il boiler, per nostra fortuna una è quella della nostra guida, cosi gli ultimi 2 giorni, andiamo a prestito del suo bagno e riusciamo ad avere la doccia calda.
A parte la camera, l’albergo dà allegria, l’ambiente è familiare, ci sono ragazzi che corrono sorridendo ad ogni tua richiesta, tavolini sul cortile antistante la camera che fa da ristorante, dove la sera gli isolani fanno trebbo e dove qualche turista cena, una specie di bunker con una feritoia dove dentro si fa il pane, cortesia, semplicità, sorrisi e capre. La dannazione e la benedizione di quest’isola che ne e’ invasa. A Soqotra mancano 3 cose: i cani, i mendicanti, i ladri.
I cani perchè hanno provato di portarne uno, ma si mangiava le capre e quindi lo hanno soppresso, i mendicanti, perchè i Socotriani sono un popolo beduino (pescatori o pastori) molto orgoglioso e non chiederebbe mai l’elemosina, i ladri perchè qui non c’e’ la concezione del furto. Se non hai di che vivere, la tua tribù ti aiuta, se rubi, non vali niente come uomo e così puoi anche essere ucciso. (Questo vale un po’ in tutto lo Yemen).
Quindi, preso possesso dei nostri appartamenti, bevuto un tè al cardamomo con chiodi di garofano e cannella (una favola), si parte subito alla volta di Dihamri a est di Hadibu. Ci fermiamo a visitare il loro porto (molto piccolo) dove c’e’ una barca da scaricare con il vecchio metodo del passamano.
Fanno compagnia alle barche dei vecchi camion Fiat che da noi si usavano 40 anni fa.
Attraversando strade sterrate arriviamo alla spiaggia di Dihamri. Si riconosce da 2 pinnacoli in terra rossa. Qui si può fare snorkeling. Non c’è sabbia, ma ciotoli rossi. Io, nonostante il mio costume intero, non ho il coraggio di farmi vedere dalla guida, mi sono immedesimata un mucchio sui costumi delle loro donne e mi sembra una forma di rispetto verso tutti non ostentare nudità. Mio marito si immerge in questo pezzo di mare arabico e quando torna è la felicità in persona. A pochi metri ha avvistato una tartaruga e tantissimi pesci sia piccoli che grandi da barriera corallina. Peccato che il mare sia un pò mosso, unico neo che ci sarà per tutto il periodo della nostra vacanza.
Una costruzione in pietra, con sotto dei materassini, ci aspetta per un meritato relax e per il pranzo preparato da un pescatore che si è inventato un ristorante fra i ciotoli di questa spiaggia.
Pesce, riso e salsa di patate e pomodori accompagnati da pane arabo. Ci portano anche la forchetta, il coltello non l’ho mai visto, ma si mangia con le mani, come loro. Abbiamo come spettatori dei falchi egiziani, uccelli bellissimi quando sono in volo, ma goffi sulla terra. Aspettano qualche avanzo.
Verso le 16 torniamo, ******* ci fa conoscere una famiglia con tanti bambini che coltiva una specie di orto botanico. I bambini stanno imparando a rispettare e a conoscere l’importanza delle piante che vivono a Soqotra. Stanno nascendo piccole scuole a questo proposito.

Una doccia fredda, e io indosso il mio vestito arabo (comodissimo; donne pensate che meraviglia non dover essere soggette alle mode, a non dover indossare capi aderenti che ti fanno grassa, magra, non dover pensare ai capelli se in ordine o no…indossi questa tunica e sei bellissima).
Scendiamo ed abbiamo qualche sorpresa:
La prima e’ che di fronte al bar/ristorante adiacente all’albergo c’e’ un internet point. Magnifico per poter comunicare, anche perchè qui il cellulare non funziona. C’e’ anche Skype, incredibile.
La seconda e’ che ci troviamo attorno una ventina di italiani (ma sono proprio dappertutto!!) tutti pensionati in vena di baldoria e che pernottano nel nostro albergo. Così, nonostante avessimo chiesto per cena della capra, ci troviamo a mangiare come loro una grossa aragosta. Buonissima, ma a me non piace.
Per l’occasione viene allestito uno spettacolo, il primo sull’isola. Tutti gli uomini di Hadibu sono presenti nel cortile del nostro albergo. Arrivano 7/8 ragazzi vestiti con un pareo ed una maglietta bianca che al ritmo di qualche tamburo e delle mani si prodigano in una danza tribale accompagnata da una nenia che alla fine ti prende. Ho visto spettacoli peggiori. Alla mancanza di donne locali, sopperiscono le nostre italiane che si lanciano in contorsioni di seno e glutei che lasciano ipnotizzati gli uomini presenti.

23/1/2007

Ore 8 colazione con il loro pane caldo (e’ una specie di pizza friabile) , formaggini, miele locale, the o caffè.
Di nuovo sulla Toyota (ma l’autista ha molto da imparare o meglio, sui fuori pista è un genio, ma sull’asfalto si addormenta o si distrae…rimpiangiamo ***** ) e ci avventuriamo verso il cuore dell’isola a Daksem . Lungo il percorso della foresta di Socotra finalmente vediamo gli alberi del drago che crescono a circa 1000 mt. di altitudine. Vengono chiamati in questo modo per la resina rossa che stillano e che viene usata dagli isolani per disinfettare, colorare o come medicamenti.

Tanti piccoli villaggi appaiono dove meno te li aspetti così come tanti bambini che sembrano dispersi fra le caprette. Osserviamo anche gli alberi dell’incenso (ne esistono 8 specie), gli alberi bottiglia che diventano rose del deserto quando fioriscono, bellissimi, crescono senza avere quasi radici a strapiombo sulla roccia.
Per strada prestiamo la nostra ruota di scorta a qualcuno che ne ha bisogno. Lo spirito dell’amicizia al di là del non conoscersi. Noi non l’avremmo mai fatto. Qui il traffico è quasi inesistente e le strade sterrate molte.
Proseguiamo fino all’altra costa, quella sud dell’isola fino all’oceano indiano.
Poco prima di arrivare in vista dell’oceano dirottiamo all’interno di una grande pianura secca e polverosa dove c’è una grotta vecchia di millenni con delle stalattiti interessanti. Si dice che il presidente a volte viene qui quando deve fare consultazioni segrete. Il fuoristrada ci lascia alla base di un sentiero roccioso. Si sale faticosamente a piedi per arrivare alla grotta di Alkaf (non so come si scrive). All’interno un ragazzo aspetta le sue capre.

Eccoci sulle dune di una spiaggia fantastica, però, non siamo soli…il vociferare che sentiamo appartiene al gruppone di Italiani.
Preferiremmo la solitudine, ma ci aggreghiamo e facciamo un bel bagno tutti insieme fra le onde di quest’oceano indiano dai colori unici. Anche il pranzo è in compagnia, capiamo la nostra guida che finalmente può rilassarsi insieme ad altre guide. Naturalmente veniamo avvicinati da un quasi compaesano che abita a qualche km da casa nostra.
Stiamo con loro giusto il tempo del pranzo (pane arabo con insalata di tonno, riso e verdure), poi noi torniamo verso Hadibu. Dobbiamo vedere una cosa che a mio marito interessa molto.
Lungo la strada del ritorno veniamo salutati dai dromedari che solitari pascolano.
La colonna sonora di tutte le nostre escursioni è una piacevole musica araba che aumenta il senso di pace e di benessere.
Ecco quello che mio marito vuole vedere: carri armati russi sulla spiaggia ad ovest di Hadibu ( ne incontreremo altri un pò ovunque). E’ severamente proibito avvicinarsi e fotografarli. Se i militari lo scoprono a noi turisti sequestrano la macchina fotografica, per la guida invece ci sono 3 mesi di galera.
********* è troppo buono e vuole fare contento il suo “amico” quindi, visto che la strada è deserta, lo fa scendere al volo e, intimandogli di fare presto lo lascia curiosare per pochi minuti, guardandosi continuamente intorno.
Qualche km più avanti ci addentriamo in un’immensa spiaggia chiamata “delle tartarughe” perché qui esse vengono l’8 mese (come dice *********) a deporre le uova. La sabbia e’ delle più morbide, i piedi sprofondano. Al margine della spiaggia ci sono conchiglie bellissime di ogni dimensione, sassi, arbusti e fiori (è incredibile come in ogni posto visto finora fra la sabbia, i ciotoli, la terra arida, un fiorellino minuscolo solitario o un piccolo cespuglio di fiori, nascano). Io non riesco a prendere su niente. Secondo il mio personale punto di vista tutto deve rimanere al suo posto.

La sera dopo cena visitiamo da soli Hadibu, Dio quel richiamo del muezzin, e’ fantastico!
Giriamo fra i vicoli bui della capitale (è comoda una pila), fra i negozi poco illuminati, entriamo a curiosare, ovunque sorrisi, nessuno ci disturba, arriviamo al piccolo souk (l’immancabile mercato), un piccolo labirinto…

24/01/2007

Si parte per Qalansia, la punta ad ovest dell’isola . Facciamo piccole soste per acquistare acqua, pane, sigarette. Qui i negozianti ti servono direttamente sull’auto, servizio a domicilio.
Naturalmente si sale, la strada anche in questo tratto è nuova.
Incontriamo gli alberi dell’incenso del libano che non avevamo ancora visti, tocchiamo la loro profumata e appiccicosa resina.
Dopo 2 ore circa arriviamo al porto di Qalansia. C’è movimento, qui i bambini voglionoPasolini.
Arriviamo alla porta della città, porta che fino a qualche anno fa veniva chiusa alle 6 di sera e non era dato più a nessuno nè di entrare nè di uscire.
Ambulanti vendono immagini di Saddam Hussein ormai eletto a martire.
Torniamo all’albergo. E’ pronta la cena. Pesce, verdura, riso, ma chi è che ha fame!…Non tocchiamo quasi niente, beviamo forse l’ultimo buon the, e saliamo per una doccia e un ultimo controllo a valigia e documenti. Scendiamo di nuovo. Notiamo di fare una certa fatica per quelle scale strette. Ci dicono che siamo a 2400 mt. circa di altitudine, quindi è normale sentirsi affaticati. Cavolo, ma io soffro di altitudine e non me ne sono neanche accorta. Pensavo di essere solo un po’ stanca.

Ok.. l’ora dei saluti, gli uomini sono ancora alle prese col loro party.
Diamo una mancia a ***** che non può rifiutare anche perchè gli ho fatto promettere che una parte la userà per acquistare un regalo da parte mia alla moglie. La accetta . Ci scambiamo il num. di cell. Ci accompagna all’aeroporto per le 11 e ci lascia all’entrata. Ora lui non può entrare, non può più fare niente. Siamo soli. Un abbraccio commosso, ciao ******, ci sentiamo.

E’ stata una settimana talmente intensa da sembrare lunga 1 mese e nello stesso tempo è volata via così presto.

Il volo parte alle 2 di notte. Siamo già nel gate (una unica stanza con qualche mercanzia, sigarette e un bar), quando vediamo apparire un giubbotto marrone. E’ ****, ed è al telefono con ****** che vuole sapere se abbiamo avuto intoppi, se e’ tutto ok.
Caro, caro amico che ti preoccupi ancora per noi. Senza di te, lo Yemen avrebbe avuto un altro sapore. Grazie e a presto, Inshallah (se Dio vuole).

Ciao

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Ci sono 13 commenti su “Yemen-Soqotra

  1. ho letto il diario tutto d’un fiato…

    attraverso esso ho avvertito la magia che quei luoghi e quelle persone possono trasmettere.
    spero di poter visitare lo Yemen presto, è uno dei miei desideri più grandi

    Grazie per aver condiviso le Tue emozioni :rose:

  2. Davvero bello e coinvolgente, grazie Pina per averlo condiviso con noi
    Lo Yemen è da parecchio nella mia mente tra le mete future, spero che diventi una realtà presto anche per me
    e che splendide foto, quella duna bianca sullo sfondo della montagna è incredibile :serenata:

    g

  3. Con questo racconto mi hai fatto ricordare un mio viaggio nel Myanmar, mi complimento per il modo come hai descritto il viaggio. Io spero che fine Aprile inizio Maggio 2007 con un gruppo di amici di andare nello Yemen compreso socotra, per poter vivere le tue stesse gioie, emozioni.
    Ciao da Maurizio
    Spero che mi puoi dare qualche informazione in piu, nonostante il racconto e molto dettagliato.

  4. Vorrei ringraziare tutti per i bei commenti. :bacio:

    Per Venuti: volentieri qualsiasi cosa tu voglia sapere sono qui. Puoi scrivere sul topic Yemen Socotra…ti anticipo pero’ che il periodo che hai scelto per visitare Socotra non e’ dei migliori…ci sono i monsoni e gli aerei atterrano molto difficilmente…per la terraferma invece va benissimo.

    Un saluto e di nuovo grazie :rose:

  5. Curiosando in quà e in là, ho scoperto che questo diario, il mio primo diario in assoluto, a distanza di più di 1 anno è fra i primi 25 per i commenti ricevuti.
    Che dire, sono sorpresa, felicemente sorpresa, per questo volevo ringraziare tutti voi.
    Grazie, sono emozionata:rose:

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