Parigi insolita

Il nostro weekend inizia di sabato mattina molto presto. Ci accompagna all’aeroporto mio padre, vuole tenerci compagnia fino all’ultimo momento, ma mi dispiace avergli fatto fare un’alzataccia ingrata e lo convinco a tornare a casa a pochi passi dal check in.
Il volo AirFrance decolla alle 7,15 il che ci permette di arrivare a Parigi in tempo per goderci ancora gran parte della mattinata. E’ vero che volare con la compagnia di bandiera francese è sicuramente uno dei mezzi più costosi, ma è anche il più confortevole, puntuale e sicuro. Infatti decolliamo in perfetto orario e, dopo un volo piacevolissimo trascorso ad elaborare il nostro programma di viaggio, atterriamo in una Parigi un po’ grigia, ma sempre suggestiva. Dall’alto vediamo chiaramente la Torre Eiffel, col cuore in subbuglio. E’ la nostra terza volta a Parigi, la prima volta eravamo giovani fidanzati insieme da poco tempo, la seconda è stata una meta del nostro viaggio di nozze e ora siamo di nuovo qui con la nostalgia che ci attanagliava lo stomaco e l’ansia di scendere dall’aereo. E’ la nostra terza volta a Parigi, ma ogni volta è una riscoperta e un’emozione diversa.
Niente valigia per noi, i nostri zainetti sono sufficienti per tre giorni e, così, quasi corriamo sul tapis roulant che ci porta verso i treni della Cité.
Il nostro hotel questa volta è il Best Western, vicino a Place de la Controscarpe, a due passi dalla metro Place Monge. La stanza non è ancora pronta, appoggiamo i nostri zainetti e via, verso la prima passeggiata parigina del nostro soggiorno.
Armati di Routard, ci avventuriamo nei meandri del Quartiere Latino e la passeggiata letteraria. Strano vedere le dimore e i posti storici di artisti e autori per me che ho passato anni della mia vita con la schiena piegata sulle loro opere durante gli anni universitari. Vediamo una delle case di Ernest Hemingway, l’ultima dimora di Paul Verlaine, la casa dove Joyce ultimò l’Ulisse e dove un tempo Picasso aveva il suo atelier. Proprio lì terminò quel capolavoro immortale che è Guernica. E poi, il momento tanto atteso: l’edificio dove soggiornò e morì, soccombendo ad una lotta impari con la tappezzeria della stanza da letto, il mio idolo di tutti i tempi: Oscar Wilde. Nemmeno da dire l’emozione di trovarmi lì, dove un tempo lui visse e scrisse.
Torniamo in hotel, il tempo di un boccone veloce in un ristorantino in zona, una rinfrescata veloce e via, di nuovo fuori. Un po’ di shopping a Le Galerie Lafayette e ormai è sera e il nostro hotel, seppur ancora nel Quartiere Latino, è in una zona meno turistica del coacervo di ristoranti a tema vicino a Cluny. Usciamo in quello che sembra un tardo pomeriggio, vista la luce, mentre ormai sono già le otto passate. Ceniamo in un ristorantino intimo, coi tavoli vicini vicini per far stare più clienti. Mi abbuffo di patè de fois gras mentre mio marito osserva estasiato le lumache di terra che il nostro vicino di tavolo (spagnolo) si sta gustando con voluttà. Francamente, quello è troppo, anche per me.
Come detto è la nostra terza volta a Parigi, quindi abbiamo deciso di evitare i grandi monumenti che, seppure sempre bellissimi ed emozionanti, abbiamo già visto tante volte.
Questo viaggio sarà alla scoperta di una Parigi meno commerciale, meno turistica.
La domenica, quindi, ci avventuriamo nel ventre umido di Parigi, le catacombe. Si tratta di una lunga passeggiata con inizio vicino alla metro Denfert Rochereau.
Qui sono accatastati in ordine migliaia di teschi ed ossa umane, da secoli e secoli. Qui giacciono generazioni di parigini, sepolti in cimiteri che non esistono più, gettati nelle fosse comuni durante gli anni sanguinosi del Terrore. E’ certo che tra queste ossa riposino anche quelle della Duchessa di Lamballe, la sfortunata amica del cuore di Maria Antonietta, la cui testa venne per spregio issata su una picca nel tentativo di mostrarla alla regina, asserragliata e prigioniera. Si tratta di un percorso macabro ed affascinante, i piedi poggiano su superfici bagnate, a volte fangose, dal soffitto delle grotte gocciola acqua, il silenzio è infranto solo dai sussurri intimoriti dei visitatori.
E poi si esce, alla luce del sole, come Dante fuori dall’Inferno e un po’ di Inferno, là sotto, lo abbiamo visto anche noi…

Pranziamo in un ristorante lì vicino e, con nostra sorpresa, visitiamo un mercatino rionale. I profumi sono fortissimi e le tentazioni altrettante: granchi vivi, formaggi, salumi, fois gras, vino, fiori e ambulanti che gridano a gran voce per attirare la clientela. Le signore anziane vestite col golfino di cachemire sulle spalle con i mano grossi borsoni per la spesa, adolescenti in roller blades che sfrecciano con la più classica delle baguette sotto braccio e bellissime ragazze con le ballerine ai piedi che parlano al cellulare. E’ uno scorcio di Parigi decisamente lontano da quello che avevamo visto fino a quel momento.
Ci avventuriamo da lì ai Jardin de Luxembourg, sono curiosa di vedere le barchette di legno sul lago artificiale. E ci sono davvero, solo che questo quadretto liberty viene interrotto all’improvviso da un acquazzone che ci costringe a scappare verso la fermata della metropolitana più vicina.
Altra sera, altro ristorantino, ceniamo, dietro a mia lagnosa insistenza, alla Maison du Verlaine, ossia il ristorante che ora sorge dove un tempo aveva vissuto – ed era morto – il poeta maledetto Paul Verlaine. Finalmente Marco riesce a mangiare le escargot, dice che sono buonissime e tenta di farmele assaggiare. Non riesco nemmeno a guardarlo, il mio stomaco, in questo caso, è davvero sensibilissimo.
E’ la nostra ultima sera a Parigi e ci fermiamo in Place de La Contrescarpe ad osservare il via e vai della movida notturna. Marco prende una birra, io mi vizio con una coppa di champagne. La luce è ancora chiara, anche se ormai sono quasi le dieci di sera. Dalla piazzetta osserviamo i palazzi che la circondano, sbirciando, rubando, frammenti di vita: un ragazzo entra in un portone con uno zaino enorme, di quelli che dicono che sei stato via per mesi. Lo vedo fare le scale a piedi, nella tromba delle scale illuminata dalla luce artificiale. E poi arriva, lo vedo affacciato ad una finestra di un sottotetto, guarda in basso, sembra felice. Lo siamo anche noi.
L’ultima meta della nostra fuga parigina è Pere Lachaise e il quartiere di Belleville, dove si può vedere uno scorcio mediorientale ed etnico. Qui si mangia il miglior cous cous della città, da Chez Kiki. E’ una giornata uggiosa ed è un peccato, mi piace moltissimo questa zona. Ci aggiriamo tra le tombe dei famosissimi che hanno fatto la storia, un saluto ad Edith Piaf, un pensiero per Oscar.
Apriamo l’ombrello, inizia a piovere. E infatti, è ora di avviarci verso l’aeroporto. Decolliamo in perfetto orario, alle 16,35. Parigi, ti rivedrò presto!

Pin It
Tags:

Ci sono 1 commenti su “Parigi insolita

Lascia un commento

Commenta con Facebook