A Firenze per Masolino. No photo, please!

Siamo partiti alle 6 di venerdì mattina. Alle dieci ci stiamo ancora divincolando divertiti fra le motorine che ci fanno il pelo, frettolose.
E’ caotica. Che sorpresa. Anche in centro, dietro gli Uffizi, accanto al Battistero. Mi accorgo di un taxi, in zona pedonale, che libera placido i suoi giapponesi davanti all’albergo.

Troviamo subito il parcheggio al Piazzale della Calza, a Porta Romana. La zona è periferica, e l’indicazione ce l’hanno data all’Ufficio Turistico del Comune, per telefono.
E’ una bella passeggiatona, non mi dispiace, mi serve per acclimatarmi e poi devo sfoggiare la mia piantina con i disegni, quella da turista. Non me la cavo tanto bene con internet, ma questa è strepitosa, ci ho fatto anche gli appunti, la mie personali glosse.

Con la scusa che tanto ci saremmo passati, mi voglio subito fermare alla chiesa di Santa Maria del Carmine. Entriamo nel chiostro, sono impaziente, è una vita che aspetto la cappella Brancacci (costo 4 Euro).
Passo una mezz’oretta guardando un volta di qua ed un’altra volta di là, la Tentazione dei progenitori e la Cacciata di Adamo ed Eva. Mi sento un po’ in pellegrinaggio e Masolino e Masaccio fanno i fuochi d’artificio.

Abbiamo prenotato un alberghetto, l’hotel Medici, in via Medici appunto, una viuzza parallela alla Via dei Calzaiuoli. Pulito, a buon mercato e con vista a tu per tu su campanile e cupola. Ci siamo trovati bene.

Per arrivarci passiamo anche dalla chiesa di Santo Spirito, edificata fra il 1443 e il 1444 su progetto del Brunelleschi , in larga parte disatteso.

Riconosco il Rinascimento, quest’Italia è pazzesca.

Saltiamo Palazzo Pitti e il giardino di Boboli, non c’è tempo. Chissà se ci tornerò, mi piacerebbe, magari in primavera. Incrocio un ambulante, mi pentirò di non aver comprato uno dei suoi oli, un autentico souvenir, del tipo di quelli che fanno un po’ Grand Tour o giardino d’Europa. Gli altri sono tutti autentica paccottiglia.
Siamo quasi arrivati, mancano solamente i due passi sul Ponte Vecchio. C’è chiasso, un sacco di gente, la torre di babele. È divertente e mi fermo anch’io a pascolare e a guardare un po’ gli ori.

Alle due non ci sono storie, ho fame.
Siamo andati in un baretto che si chiama Oil Shoppe, dalle parti del Duomo.
Ci fanno i panini strani, giganteschi. È un posto allegro, ci piace, con i prosciutti che penzolano giù dal soffitto e le ragazze inglesi di un vicino collegio. Sono carine, hanno l’i-pod, le lentiggini e la vocina sottile, inglese.
Facciamo la nostra bella schifata e abbandoniamo presto l’avamposto britannico.

Il Campanile è un tesoro.
Entriamo nella Basilica, Santa Maria del Fiore, voglio vedere Vasari (e gli altri). Ma per questo non abbiamo scampo, dobbiamo salire sulla cupola (costo 6 Euro), questa volta insieme agli americani. Si passa per i cunicoli stretti e tortuosi della “costruzione a nido d’ape” del Brunelleschi e finalmente mi godo la cupola. È enorme.
Gli americani non sono interessati e proseguono.
Non c’è quasi nessuno. Meno male. Il corridoietto, sospeso su un vuoto pauroso, è piccolo, e ho bisogno del mio tempo.
Quegli affreschi sono spaventosi ed allucinati, ma quasi educati. Uno spettacolo.
Usciamo in cima alla cupola, l’aria pizzica ma ci vuole. Sto benone. Ho delle vertigini ma me ne sto per un pezzo seduta a guardare la curva delle tegole rosse e Firenze dall’alto…
Quando scendiamo il nostro Mini Tour prosegue, e visitiamo il Battistero di San Giovanni (costo 3 Euro).
In piazza il baccano consueto, cominciano a spuntare le borsine dello shopping serale, il calesse nervoso che fatica a farsi strada fra gli ombrellini gialli delle guide, un vigile afflitto che tormenta un ambulante abusivo.
Nel Battistero mi riposo sui vecchi bancali. È uno scrigno d’oro. C’è silenzio, fresco, come in chiesa, un vago odore d’incenso o forse la cenere, come in cascina dai nonni.

Prima di cena approfittiamo della bella sera invernale per passeggiare fino al porcellino, e in Piazza della Signoria facciamo qualche fotografia. Riesco a vedermi per bene il Ratto della Sabine ed il Perseo. Mi fanno peccato, sono magnifiche, in piazza, all’aperto, per tutti, ma si capisce subito che son diventate giostre turistiche. Dall’altra parte c’è Chanel, e non pare che fra le due cose ci sia molta differenza. A Firenze bisogna proprio venirci in pellegrinaggio.

Alla sera facciamo una passeggiata al Ponte Vecchio, non c’è quasi nessuno e i bugigattoli hanno chiuse le imposte di legno o abbassate le serrande. Anche posdomani mattina, presto, prima di tornare a casa, troveremo lo stesso aspetto mortificato ed amorevole, di quando la tempesta di gente e di mondi è lì ad arrivare o è appena passata.

L’indomani M. fa il pigro, ma io ho appuntamenti con certi tali, roba importante, e non possiamo attardarci…

Il Museo di San Marco (costo 7,50 Euro), presso la chiesa omonima, è il primo (da Piazza del Duomo abbiamo preso per Via Cavour).
Al piano terreno, tutte intorno al chiostro, stanno le prime sale. Il convento sa di Savonarola, inquietante. C’è una collezione, ci ritrovo anche un suo ritratto, tetro, nero, ma riconosco quel naso sulla copertina di un vecchio libro di scuola. Gironzolo un po’ da basso e incrocio la Crocifissione, antipasto dell’Angelico del piano superiore.
Si respira l’indizio di mansuetudine che riescono a confessare i posti come questo.
Ma la mia Annunciazione è di sopra, che mi aspetta. Ha il volto di bimba.
Le celle hanno piccoli affreschi spaventevoli, e invece nella stanza del Priore c’è una bellissima Madonna. Poer fra’, che marter…

La seconda tappa è la Galleria dell’Accademia (costo 6,50 Euro).
C’è un casino d’inferno, un tizio ignobile sfrega l’indice e il pollice ad una guardiana, vuole fotografare David, è rabbiosa, No photo, please! si parla a voce alta, senza ritegno, in coda una bolgia, mai più mi dico, con il paltò si suda e certi altri spintonano cafoni.
Devo riprendermi, perché a parte il baccano si rimane a bocca aperta, scimuniti . È infinito.
Qui ci si viene principalmente per vedere lui, che davvero “ruba” la scena a tutto il resto…
I Prigioni. Vogliono uscire dal marmo! Gli arazzi della genesi, le Madonne bizantine. Avevo capito che qui ci fosse solo David. La Pietà di Palestrina.
Suppongo di aver capito male. Malissimo.
Sì, a Firenze ci siamo venuti in pellegrinaggio, ed è ancora meglio di quanto ricordassi.

Anche oggi come ieri ad un certo momento non ci vedo più, ho fame.
Però ho fame di buono. C’è un buco, in un vicolo di Piazza della Signoria, in via dei Cerchi, si chiama L’Osteria i Buongustai. Finalmente. Ci trovo i crostini. Che posto. Torneremo anche per cena.
Come altri prima di noi, attacchiamo alla bacheca improvvisata un pezzetto della tovaglia di carta con i nostri più sentiti ringraziamenti.

Abbiamo voglia di passeggiare e arriviamo fino a Santa Croce. Tutta un’altra vita.

Per l’ultimo assaggio di Firenze abbiamo comperato i biglietti da casa (costo 13 Euro comprensivo della prenotazione) ed io mi sento Haudry Hepburn davanti alla vetrina di Tiffany, lo scalone di marmo, l’odore di museo, naso all’insù, mi guardo in giro, c’è di che commuoversi, e già i bagni sono fenomenali. Eccoci.
La Galleria degli Uffizi.
Faccio caso ad uno sgabello di pelle imbottita, è morbido, mi ci siedo comoda, mi inchiodo, fissa, al Botticelli. E poi al Tondo Doni. E alla Medusa. Non so più che guardare. Tutti strisciano languidi fino a Tiziano, fanno la faccia degli intenditori, e intanto sbirciano. È per la Venere di Urbino. Maliziosi. Hanno ragione.
Ci rimaniamo il pomeriggio.
Facciamo una pausa, nel bar del museo, accanto al bel terrazzo sopra la Loggia dei Lanzi, con un’insolita vista sotto – letteralmente – Palazzo Vecchio. Così, tanto per gradire.
Comincia ad imbrunire e a fare freddo. La città pian piano si scurisce. Ora il mio paltò mi fa comodo.

La sera, prima di rientrare in hotel, mi compero un centrino, in un posto che si chiama Taf, appena prima di Ponte Vecchio.
C’era già stata la mamma. I decori sono deliziosi e di gusto finissimo. Il negozio ha un sapore di antico, sa di pazienza e severità, come i suoi ricami. Ci trovo una signora con la figlia, le fa la dote, sono belle insieme. Chiamo mia madre, senza neanche pensarci.

La domenica mattina partiamo presto per il rientro a casa, e me ne vado scervellandomi su questo incredibile Paese.

Ancora una volta ho bucato le mie personali udienze con il Bargello e i Della Robbia.
E ancora ci penso.

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