Stopover a Bangkok

In realtà non è esattamente uno stop over, nel senso che non l’abbiamo concordato con la compagnia aerea ma solo tra di noi. Bangkok è stata la meta finale del volo internazionale, ma solo la prima tappa di un fantastico ritorno nel Sud Est Asiatico.

9 gennaio 2009– Fiumicino – Bangkok via Doha con Qatar (€770,00 a testa a/r preso al volo con l’ottima assistenza della Chirone Viaggi, grazie ragazzi, anche per avermi sopportata quando ho pensato di non riuscire più a partire ;)) si parte.
Questa volta non riesco a dormire più di tanto. Strano, di solito gli aerei mi fanno l’effetto di Bruno Vespa in tv: catalessi immediata. Però mi godo il film “Mamma mia” in inglese che ancora non avevo visto. Fantastica Maryl Streep. Poi vari divertentissimi polpettoni indiani. Meglio di una rassegna cinematografica a tema.
Sull’aereo solito cibo plastificato e gelo intercontinentale. La copertina notturna, tutta un ineliminabile peluzzo rosso renderà vagamente rossicci i miei jeans neri fino al primo bucato in Vietnam, ma questa è un’altra storia ;)

Impressionante il decollo da Doha: la città costeggia il mare e la baia è cannibalizzata dai palazzoni.
Spicca in tutta la sua aggressiva artificialità una penisola a forma di ramo su cui fioriranno presumibilmente altri palazzoni o forse ville esclusive. Non rimpiangiamo il non aver approfittato dello scalo per fare una sosta.


10 gennaio 2009Bangkok finalmente, il viaggio comincia.
Folli le code per il controllo passaporti al Suvarnabhumi. Guardando la struttura aeroportuale ci chiediamo come sia stato possibile per dei manifestanti occupare perfino la torre di controllo senza apparente resistenza. Le maglie gialle lo hanno violato senza contrasto, è andata peggio qualche giorno fa alle maglie rosse in centro città.

Arriviamo nel tardo pomeriggio. Vittima di scarsa raccolta informazioni e Routard datata 2005 penso di poter finire ad Ayutthaya direttamente dal Suvarnabhumi, cosa impossibile a quell’ora e senza treni, anzi senza proprio stazione. Così, nonostante avessimo deciso di saltare la capitale, finiamo a Bangkok. Avevo preso nota di alberghi che per collocazione e fascia di prezzo ci andassero bene e per fortuna troviamo posto nel primo, il Bhiman Inn[/U][/U][/U][/U][/U][/U] a Banglampu. Due passi dall’imbarcadero di Phra Athit, due in direzione opposta per Khaosan Road. Fiori e zanzare nella hall, retro con piscina affacciata su un khlong, uno dei canali che si dipartono dal fiume Chao Phraya e che costituiscono il cuore pulsante della vecchia città.

Che bello essere di nuovo in Asia, profumi, odori, caos e mercati per strada. Bangkok è una megalopoli ed arrivare dall’aereoporto ci porta via tanto tempo. Poi cena con zuppe thai piene di lemongrass e involtini primavera.

Il lungofiume di notte è tranquillissimo, traffico a parte. Ad appena cinquanta metri dal nostro albergo sorge il bianco forte di Phra Sumen costruito nel 1783 per contrastare le invasioni via fiume.




Siamo nel mezzo del Parco Santichaiprakan a Banglamphu. Ci sono coppiette, famiglie sedute sul prato, bambini in bicicletta, turisti incantati come noi, ponti illuminati, luci sull’acqua, templi e vecchi bastioni coloniali. E caldo, tanto caldo, specie per noi che arriviamo dal gennaio italiano.

La Lonely dice che “molti considerano questo il più bel quartiere di Bangkok” e che qui “ci sono ancora più alberi che grattacieli” e qualcosa che assomigli ad un centro cittadino. Di certo ne ha il fascino e il calore e siamo contenti di esserci finiti in mezzo. Insieme alle altre migliaia di squattrinati in possesso della stessa guida, è ovvio.

Accendo il cellulare un momento per controllare i messaggi e mi chiama mia mamma, temo che qualche passaggio nella frase: “non chiamarmi che costa un patrimonio, ti chiamo io” le sia sfuggito.


11 gennaio 2009
Bangkok – Colazione all’alba e via all’imbarcadero di Phra Athit. Con la considerevole cifra di 13 bath prendiamo un’express boat per il Grand Palace fiduciosi di riuscire a vederlo abbastanza presto. Magari! L’unica cosa che riusciamo a prendere subito è una bella noce di cocco fresca allo sbarco, dove c’è un mercato alimentare.
Poi veniamo catturati. :(
Ho già scritto nel liveblog della necessità di difendersi dagli agguati dei tuk tuk drivers armati di lingua biforcuta, buono benzina e occhioni lucidi ma meglio lo ripeta anche qui: diffidate.
O meglio: prendete certo i tuk tuk ma contrattate un prezzo che non comprenda la famigerata sosta shopping.
E in ogni caso tenete a mente che:

[LIST]
[*]a) i tuk tuk driver thailandesi non conoscono la parola no
[*]b) guidano come Oleg Togni quando è arrabbiato
[*] c) di norma fanno di voi quello che vogliono.
[/LIST]
I meganegozi di souvenir poi, veri campi di concentramento per comitive, pagano buone commissioni agli autisti e potreste ritrovarvi agevolmente ad essere trascinati in ben tre negozi diversi prima di trovare la forza d’animo di dire basta.
Si perché il vostro autista vi dirà che quella sosta per lui vuol dire un buono gas, che quell’altro è il suo sponsor, che quello dopo è suo nonno adottivo ecc ecc.
E naturalmente cederete per non essere cattivi e crudeli e finirete a guardare un’altra coppia di turisti rassegnati che fanno finta come voi di trovare molto interessante un bancone di rubini, magliette, piattini, dragoni, pagode in miniatura, elefanti di plastica con proboscide blu e apsaras volanti coperte di lustrini.
Negozio dopo negozio.
Contando i minuti.
Ci è capitato di trovare gli stessi francesi in tutti i centri in cui abbiamo timbrato cartellino. La via crucis deve essere standard.
Alla fine scatta un muto saluto di solidarietà reciproca tutto fatto di sguardi: “Anche voi qui eh? Coraggio!”
Nel mezzo di tanto imposto shopping il vostro driver potrebbe ritrovare un po’ di umanità e portarvi pure in qualche pagoda, ma sempre senza esagerare che i negozi chiamano.

La nostra prima mattina a Bangkok è trascorsa così, prima nelle mani di un dannatissimo ma simpatico pirata che ci ha convinti che il Palazzo Reale fosse chiuso per via delle feste e poi nelle mani di un suo degno compare che alla fine per fortuna ci ha lasciati liberi (dopo aver scoperto che dopo tutto anche il bestiame da turismo, se opportunamente esasperato, sa pronunciare un no convinto)
Siamo comunque riusciti a vedere il Wat Sakhet (Tempio della Montagna d’oro) il Wat Intharawihan (nel quale si può ammirare un Buddha in piedi davvero alto) il Wat Tepthidaram e il Wat Benhamab (ma di quest’ultimo ho certamente sbagliato il nome) collocato in un giardino bello e rilassante con tanti ponticelli rossi su un canale fiorito. In tutti i templi i fedeli offrono boccioli di loto e foglie d’oro alle statue del Buddha più venerate e in parecchi si trovano le gabbiette piene di passerotti da liberare, anche questo un business come un altro d’accordo, ma che mi guarderei dall’alimentare. Per ogni uccellino liberato a pagamento altri verranno catturati o cresciuti allo scopo.

Il Chao Phraya è la grande arteria di Bangkok e visto il traffico folle è più rapido ed economico muoversi con le express boats che lo percorrono e lo attraversano ad intervalli brevi e regolari per pochissimi bath (dai 6 ai 30 b. per le tappe classiche). Ad un imbarcadero acquistiamo anche la gita in longtail boat lungo i khlong. Deludente, turistica, troppo rapida e troppo cara: 1.500 bath in due per tutta la barca (solenne intortata, me la merito tutta e me ne prendo la colpa). Le longtail boat sono delle piroghe a motore molto rumorose e lavorano con i turisti come in una catena di montaggio.


Tutto sommato però il giro (che non so se consiglierei) offre una piccola panoramica della vecchia Bangkok sull’acqua: case su palafitte, balconi fioriti, barchette, piccoli templi coloratissimi, coltivazioni di loto. Ogni tanto un banco fiorito si stacca e comincia navigare solitario lungo il fiume. Un airone vi si posa, rifiuti vi si attaccano, tutto finisce sotto i piloni di una casa o di un pontile.
Nuove altissime costruzioni, palazzi governativi e mega alberghi punteggiano le rive. La megalopoli moderna cannibalizza la vecchia città. Ogni tanto un tempio. Spiccano l’oro del Grand Palace e, sull’altra sponda, quello del Wat Arun (ingresso 40 bath) che visitiamo a pomeriggio inoltrato.


Costruito nell’800 da Rama II e Rama III a Thomburi, la vecchia capitale, sull’altra sponda rispetto alla Bangkok originaria, questo tempio è tutto decorato da piastrelle di porcellana fiorita, delicate ed incantevoli. Incredibile il prang centrale alto 86 metri. Mi sento una scalatrice ad arrampicarmi fino alla seconda cinta (oltre non si può andare). Paolo si ferma alla prima per le vertigini. Tanti i devoti che arrivano fin su per fare il giro del prang, non so se sia per atto di devozione o come portafortuna, ma tutti sorridono cortesi. Incontro anche dei monaci che ridono gioiosamente tra loro.





Che vista da lassù, ma la discesa si fa col didietro sui gradini, equilibrio precario e una comitiva giapponese che trova simpatico scattarti tremila foto. Ridacchiando.

Chiudiamo la giornata con noodles, thai rice, singha beer e una magnifica e vagamente puzzolente insalata di papaya verde con salsa di pesce fermentato (occhio), tutto per 300 bath, a Khaosan road.
L’effetto è strano, siamo lì sulla via con la nostra singha a guardare tanti turisti che come noi guardano altri turisti fare i turisti. Sembra uno show, un po’ finto. “The beach” avrà senza dubbio contribuito. Ma tutto sommato si sta bene e l’atmosfera è divertente e rilassata. Di sera la via sembra ancora di più un enorme bar all’aperto.
Mercato fino a notte, rivendite stradali di frutta e verdura, ambulanti, paccottiglia varia, magliette, sonagli interessanti a forma di ranocchia, tanta gente, tanti ragazzi, da tutto il mondo. I recenti disordini in Thai sembra non abbiano spaventato più di tanto i viaggiatori.

Di lato a Khaosan rd è impedibile la via degli abiti da sposa, non so come si chiami ma è da vedere. Ci saranno un centinaio di negozi e sartorie. Scopro che il primato delle meringhe nuziali non appartiene all’Italia.

Al rientro, un po’ disorientati forse per la vaghezza della nostra mappa che segnala solo le vie maggiori o forse per via del secondo e terzo round di singha beer decidiamo di farci portare in albergo da un tuk tuk driver. Un artista della truffa è evidente. Ci chiede una cifra folle per un tragitto che sicuramente è cortissimo, anche perché pur non sapendo esattamente dove siamo abbiamo la chiara sensazione (come capita a tutti quelli che si perdono nelle città del mondo) di non essere poi lontani dalla meta.
E lì una venditrice senza nemmeno le scarpe e forse due denti in bocca, ritenuto che l’autista avesse esagerato un pelino, mi prende per mano e sorridendo con quella sue gengive nude mi porta sulla via giusta. Non ha accettato nulla da noi. So di aver sbagliato ad offrirle del denaro ma l’ho fatto sorridendo e stringendole le mani. Lei ci dimostrato invece che la cortesia spontanea esiste e non chiede nulla in cambio.

12 gennaio 2009 – chiusi gli zaini da lasciar pronti in albergo, paghiamo il conto al Bhiman Inn (1.600 bath a camera per notte) e prendiamo un’express boat (18 b.) per il Wat Pho (ingresso 40 b.) il tempio più antico della città. Al suo interno una delle immagini più note e venerate di Bangkok: l’enorme Buddha disteso, lungo 45 metri.


Il suo gigantesco viso sorridente e dorato domina la sala. Molto belli gli affreschi e i decori degli ambienti in cui è custodito, per non parlare delle iscrizioni in madreperla ai piedi dell’Illuminato e dei suoi capelli ricciuti.
Monetine vengono lasciate in offerta per i monaci alla fine del percorso. Una monetina per ciotola, una ciotola per monaco. Il tintinnio delle monete che cadono accompagna la visita e sembra quasi una musica rituale.


Il complesso di templi del Wat Pho è il più grande della città e comprende al suo interno anche una scuola di massaggi, centri di meditazione, indovini pronti a leggervi il destino, 394 Buddha seduti, tante aree verdi popolate da monaci e soprattutto diversi stupendi chedì ricoperti di ceramica colorata. Un giardino di pinnacoli appuntiti. I quattro più grandi rappresentano i primi re della dinastia Chakri. Un posto affascinante e calmo dove colori e forme sembrano creati per incantare.

Usciti dal Wat Pho raggiungiamo a piedi, costeggiando le mura del palazzo, l’ingresso per il Wat Phra Kaeo (o Kaew, ogni cartina riporta una dicitura diversa) e Grand Palace (biglietto complessivo 350 bath).
Entrambi i complessi stupiscono per dimensioni, dorature, tetti colorati, lustrini, specchietti e decori di tutti i generi. Specie i templi sono fatti per impressionare e lo fanno.

Il Wat Phra Kaeo conserva il venerato Buddha di smeraldo (che poi non è di smeraldo ma di giada) storicamente conteso da Laos e Thailandia. Nel tempio, ma in realtà nell’intero complesso, bisogna entrare con gambe e braccia coperti e con abbigliamento decoroso. Come in ogni tempio non bisogna mai accostarsi al Buddha allungando verso l’illuminato la punta del piede, gesto molto offensivo. Per questo i devoti avanzano in ginocchio.

Insieme al Wat Phra Kaeo uno dei soggetti più fotografati di Bangkok è il grande chedì dorato che contiene, secondo i devoti, lo sterno di Buddha. Altro soggetto molto gettonato pare sia il turista in posa da demone a testa di scimmia con a fianco moderne apsaras da noleggiare sul posto.




A differenza della calma trovata al Wat Pho qui la folla è immensa e il caos che crea, unito alla fantasmagoria di colori e scintillii dei templi e delle statue rende tutto simile ad un grande luna park, difficile percepirne la spiritualità.

Del Palazzo reale ci colpiscono in particolar modo i mille bonsai e i vasi in cui crescono, una vera meraviglia. E i giardini curatissimi. Piante che seguono la volontà del giardiniere in un modo che noi possiamo solo stentatamente provare a copiare senza mai riuscirci. L’arte degli orientali in questo è inimitabile.

Abbiamo corso e abbiamo ancora tempo così ci fermiamo sulla via a mangiare qualcosa in uno dei piccoli ristoranti sulla strada, ottima tom yam kung che darà pure l’idea di mangiare un repellente per zanzare visto che il lemongrass è uguale alla citronella, però ha tutti quei gamberetti in mezzo ed è tanto gustosa che si finisce per abituarsi.

E poi via, di corsa verso l’aereoporto. O meglio “di corsa” dopo cambio taxi e tassista a metà corsa e sosta sulla strada: “scusate ho sonno, vado a dormire ma non vi preoccupate: adesso arriva mio papà e vi porta lui”. Siamo partiti in ritardo ma arrivati in anticipo. La cosa importante è che siamo arrivati, tremanti ma siamo arrivati.
Dopo svariati cambi di gate in aeroporto a tradimento e ogni sette minuti, tutto con gli zaini in spalla, riusciamo ad imbarcarci su un volo Air Asia per Hanoi (4.550 bath in due) e salutiamo la Thailandia. Il nostro viaggio prosegue ma altrove.

E’ stato un attimo ed è già passato, ma che voglia di tornare :wink:

g

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