Büyük sermaye, Istanbul – la grande capitale

L’impatto con la città sul Bosforo è impressionante già dal casello dell’autostrada. Le propaggini orientali lambiscono il continente asiatico per cinquanta chilometri abbondanti, a poche centinaia di metri dalla pista di atterraggio. Uscito dall’aeroporto l’autobus segnala la freccia e si immette in autostrada. E’ in mezzo ad un susseguirsi immenso di edifici, baracche, strade ed enormi e sgargianti bandiere rosse con le mezzalune bianche che ci addentriamo nel cuore di Istanbul. Ciò che colpisce subito sono le moschee, tante e possenti, coi minareti svettanti severi verso il cielo. Qua e la case abusive in condizioni misere, in lontananza, sul Bosforo, ville in stile ottomano testimoni di una classe medio alta che mantiene i suoi privilegi. In generale tantissime macchine, taxi gialli un po’ ovunque e centinaia di Tir incolonnati. Questa città è tutt’ora, più di mille anni dopo il suo declino, un nodo cruciale tra due arterie, tra due continenti, tra una dozzina di nazioni. Ad ovest la passerella per l’Europa e i Paesi balcanici, ad est le sterminate distese dell’Anatolia. Istanbul sorge dal nulla e si ritaglia uno spazio sterminato. Ed è chiaro che sia stata e sia tuttora un posto inevitabile, nel bene o nel male. La gente sembra avere un ritmo di vita più rilassato in questo angolo di mondo. Sembra ancora saper prendere il tempo necessario per dedicarsi alle cose, l’approccio in generale è tranquillo, i toni pacati, gli atteggiamenti discreti. Camminare per strada, salutare un amico, fare una qualsiasi spesa ad una bancarella sono cose che seguono altri ritmi e regole, da noi ormai impensabili…Si vedono tantissimi uomini per strada. Di meno le donne. I visi e le facce sembrano tutti estremamente seri e, quasi, sostenuti. Ma non è così. In realtà è solo la nostra erronea percezione occidentale. Ciò che può apparire diffidente e oscuro, in realtà è soltanto una grande sicurezza interiore e, come detto prima, calma. La calma di chi sa ancora dare spazio ai ritmi del quartiere, a chi sa smettere di camminare e lasciare andare un sorriso mentre sosta a tirare due calci ad un pallone con alcuni ragazzini.. Vero quanto si dice sul traffico di Istanbul, e altrettanto vero ciò che mi avevano detto sulla ieraticità degli automobilisti turchi, dove calma e tranquillità lasciano spazio ad atteggiamenti decisamente più aggressivi. In una qualsiasi strada di Istanbul si potrebbe incappare in una coda anche alle tre del mattino e se chiederete agli abitanti quale sia il vero male da sconfiggere nella capitale vi sentirete rispondere “il traffico”. Anche vero però è che chiunque, anche il più tranquillo degli asceti induisti, perderebbe le staffe a guidare in città. Ma la città sul Bosforo sa contraccambiare chiunque sappia vedere oltre questo tipo di disagi. E i turchi lo sanno bene quando escono a passeggio a guardar le vetrine dei negozi su Istiklal Caddesi, aperti e con le luci accese fino a mezzanott; o magari quando colgono l’occasione di prendere una bibita alcolica in un local di Beyoglu o un po’ di pesce fresco appena pescato in una delle bancarelle lungo il Corno d’Oro, quasi che il pesce fosse saltato dall’acqua direttamente sulla griglia. E Istanbul è molto altro. Non è solo notti di allegria, balli discoteche, oltre che soporifiche e fumose chiacchierate davanti ad un narghilé..può anche essere un giro a piedi lungo i bordi di Sultanhmet, ad ammirare le luci della lontana parte asiatica, scintillanti sul mare di Marmara. Quanto potete aver sentito sulle bellezze dei tradizionali posto turistici è vero. Purtroppo il Topkapi è costantemente preso d’assalto da orde di turisti il che mi ha portato a malincuore a rinunciare, sotto una pioggia fredda e la nebbia che piano piano si diradava da Hagia Sophia. Quasi che mi avesse chiamato la comparsa improvvisa dell’enorme basilica ci siamo diretti lì. Hagia Sophia è un esempio lampante di cosa sia questa città. Prima chiesa cristiana, poi distrutta, infine riutilizzata a moschea e adesso museo, per la verità spoglio. Si presenta con quattro immensi medaglioni appesi ai colonnati, con incisa una frase in Arabo. Penso si tratti di Allah aw akbar. L’ambiente in generale trasmette una sensazione di freddo distacco. La Moschea Blu è ad un passo ed esalta invece per l’aura di calore e intimità che trasmette, sarà forse il ritrovarsi scalzi in tanti, in un ambiente tuttavia silenzioso e sacro. Ad Istanbul il rispetto per la religione è grande, ma l’atteggiamento in generale non è assolutamente paragonabile a quello di altre grandi città islamiche. Non si ha mai la sensazione di essere un Paese a maggioranza musulmana, non fosse per le onnipresenti moschee e il lontano echeggiare di un imam che invita alla preghiera. Il carattere di questa città è difficile da definire. E’ una città di passaggio e come tale…anche il carattere della sua gente ne risente. Non definirei IStanbul come una città asiatica, e tantomeno europea. E’ appunto quel che è. Ne’ l’uno ne’ l’altro. Abituati al traffico ed al passaggio di merci di questo crocevia storico per il commercio, gli abitanti sembrano avere sviluppato un innato senso degli affari, della contrattazione, per usare un termine in voga negli ultimi anni: del business.Un banale atto sociale come l’acquisto di una qualsiasi mercanzia può prendere molto più tempo che in Europa. La contrattazione non è sinonimo di maleducazione o di miseria: è un momento di socializzazione, un modo di innalzare il lavoro di chi vende e di valorizzare l’opinione di chi compra. Non si contratta soltanto nello sfavillante Gran Bazar, ma volendo, anche dal fruttivendolo o dal venditore di spremuta d’arancia. I venditori ambulanti di dolci turchi (impareggiabili) si trovano un po’ ovunque. Persino ai semafori rossi all’ingresso in tangenziale o fuori dallo stadio del Besiktas, con un cesto di vimini in mano e la barba incolta. Il calcio in Turchia è forse l’unica religione vissuta con fanatismo e anche se quando arrivo i cancelli sono chiusi e le curve deserte, sembra di sentire rimbombare da lontano l’urlo dei trentamila carsi. La vita dei turchi sembra impregnata di regole. Non ho l’impressione che sia il regime ad imporle, mi sembra che si tratti di un vero e proprio stile di vita, ben inculcato e interiormente accettato dalla stragrande maggioranza degli abitanti. A noi può sembrare contraddittorio che i turchi si sentano un popolo unito come pochi altri e che siano tutti “figli di Ataturk” salvo poi ferirsi a coltellate quando si mette di mezzo la rivalità calcistica. Il regime non tollera molto sommosse popolari o movimenti di vera opposizione politica, eppure sembra accettare come normali espressioni di violenza estrema come quelle che accadono in occasioni di partite calcistiche o di bande di quartiere. Altrettanto contraddittorio è il tema dell’omosessualità. In un Paese musulmano come la Turchia non ci si aspetterebbe nessuna forma di tolleranza, eppure, chiedendo in giro, si scopre che moltissimi uomini hanno relazioni bisessuali, vissute con discrezione e senza alcun senso di colpa o di vergogna. Istanbul non può essere capita e veramente amata se ci si avvicina con gli occhi e con lo spirito di osservazione del cittadino occidentale. Bisogna lasciare andare un po’ di bagaglio personale e svuotarsi di alcune convinzioni e usi che noi abbiamo dato per scontati e che qua invece potrebbero tranquillamente essere messi in discussione. Ciò che a noi può apparire ovvio, così non è la. L’ultima sera porta con sè un venticello caldo e piacevole da sud, e mentre ci ritroviamo a camminare verso Beyoglu, costeggiando il mare. La città scintilla sotto i raggi del tramonto che colpiscono la sponda orientale. Le casette, piccole e lontane, sembrano sorridere. Le persone camminano tranquille. Il traffico è intenso. Salendo su per i vicoli verso la parte alta della città si inizia a vedere tutto il mondo la sotto da un punto di vista più distanziato. I ponti, semiarchi futuristici sul mare, sono linee eleganti tracciate sul paesaggio. Le colonne interminabili di camion e macchine avanzano placidamente. E’ tutto un grande brulicare. La citta pulsa, vive. I battelli sul Bosforo si lasciano andare in sbuffi cupi. Le moschee, colpite dai raggi del sole, urlano al mondo che Allah è il più grande e invitano i fedeli alla preghiera. Sembra che poi non sia cambiato così tanto. Guardando bene non è per niente difficile sostituire quei battelli con i caicchi, le macchine coi carretti trainati dagli asini, i grandi edifici con i caravanserragli. Il cay caldo che stringo nella mano è rimasto sempre lo stesso invariato. Così come il grido degli imam e l’odore dei narghilè. Nella strada un ragazzo passa e grida un cenno di saluto ad un amico, intento a fumare flemmaticamente seduto sul marciapiede. Forse è la brezza, forse è il tramonto, forse è lo scorrere della vita…..ma questo posto non può non rimanere nel cuore di chi sa amarlo…Istanbul 28 aprile 2011

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Ci sono 1 commenti su “Büyük sermaye, Istanbul – la grande capitale

  1. Hai fatto un ottimo ritratto di Istanbul! Ci sono stata tantissimi anni fa ed il traffico c’era già….quindi posso soltanto immaginare quello che è diventato! Spero solo che le persone non siano cambiate troppo; il mio ricordo più bello, oltre la meravigliosità delle moschee, del Topkapi e del Bosforo, è proprio la gente con la quale sono venuta a contatto e che ha reso il mio soggiorno in Turchia unico e fantastico!

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