Purtroppo non posso condividere la passione per Lamu, perché l'esperienza che vi ho fatto lo scorso anno è stata a dir poco disastrosa. Quasi certamente, ne sono convinto, abbiamo fatto malissimo a fidarci di Abu, un beach man spilungone che lavora a Malindi (dove alloggiavamo) che ha organizzato il tutto.
Antefatto:
Il safari lo avevamo fatto la settimana prima, con l'agenzia Mwangaza, ed era riuscitissimo; la guida era proprio l'Abu in questione. Durante il safari, ci aveva proposto di organizzarci l'escursione a Lamu ad un prezzo conveniente, senza l'agenzia di mezzo; sua madre (diceva) era di Lamu e lui era cresciuto in quel paradiso. Vista la riuscita del safari, ci siamo fidati. E abbiamo fatto malissimo.
Il viaggio:
Alle 6 e mezzo del mattino, con una buona mezz'ora di ritardo, viene a prenderci al Dorado Cottages (nostra residenza) con la sua auto Issa, un amico di Abu che conoscevamo da escursioni precedenti.
Alla domanda "Ma Abu dov'è?" ci ha risposto "Ci raggiunge a mezzogiorno a Lamu". E già qui...
Ci fermiamo a Malindi per prendere su un ragazzone massiccio che a malapena sillabava l'inglese, ed iniziamo il viaggio: tre ore di buche su strada sterrata a tutta velocità, inframmezzate da almeno 25 soste con posti di blocco sorvegliati da soldati. Arriviamo rintronati all'imbarco per Lamu, proprio sulla costa di fronte all'isola, e scendiamo dalla macchina: un fetore ammorbante di viscere di pesce lasciate ad essiccare al sole ci ha dato il benvenuto. Solo in quella occasione notiamo che l'omone (che si chiamava Moussa) era una guardia del corpo armata e coperta da giubbotto antiproiettile. Perché? Perché la strada che avevamo appena percorso era a rischio assalti da parte di tribù nomadi di somali. Neanche il tempo di ringraziare la Madonna per averci fatti arrivare tutti interi, ed eravamo imbarcati su una zattera a motore piena di signore e bambini col mal di mare che schiumavano sul fondo del battello.
Lamu...
Attracchiamo a Lamu "città", un molo adagiato su una distesa fangosa dove le viscere di pesce, moltiplicate, infierivano con il loro tanfo. Veniamo condotti all'hotel, e qui c'è cascato il mondo addosso: Abu ci aveva venduto il Peponi, che ci aveva mostrato in brochure. Comprendo che Lamu non sia attrezzata turisticamente, comprendo che possa essere una bella esperienza scoprire i costumi locali (anche perché sono uno che si adatta) ... ma quello che ci aspettava era davvero troppo. L'"hotel" era un casermone privo di finestre situato all'incrocio di vicoli attraversati da canali di scolo a cielo aperto (con tavole di legno per attraversarli); il peggio lo abbiamo trovato in stanza: un buco maleodorante con un lucernario largo meno di un metro (le camere erano tutte così), un letto zoppicante le cui lenzuola avevano tutte le sfumature che dal grigio portano al marrone; nel bagno dalle pareti arancioni troneggiava esclusivamente una tazza del water ormai scheggiata e annerita dall'uso.
Scendiamo a raggiungere un'amica di Abui che era già lì, al "ristorante", e la troviamo serenamente intenta a mangiare una fetta di qualcosa imburrato con decine di mosche che le camminavano sul braccio e sulla mano. Il panico, sinceramente il panico.
L'escursione.
"Andiamo a fare un giro in dhow, vedrete che meraviglia". Noi, ancora scossi (e preoccupati dal fatto di non aver praticamente portato soldi o carta di credito, visto che avevamo già pagato per un all inclusive), abbiamo appena il tempo di attraversare la "deliziosa cittadina tipica" (investiti da somari imbestialiti dalle mosche e camminando su tappeti di sterco) prima di renderci conto che Issa e la guardia del corpo erano spariti. La gita in dhow è stata l'unica cosa bella che abbiamo fatto, ma non ce la siamo goduta proprio a causa della doccia fredda appena ricevuta. Visitiamo un'isoletta confinante, bella spiaggia piena di inglesine scottate dal sole e capanni di makuti, quella sì che era un piccolo paradiso e, fingendo un malessere improvviso, ci facciamo riaccompagnare a Lamu per risolvere il problema della permanenza.
L'epilogo.
Al porto riusciamo a parlare al telefono con Issa, miracolosamente recuperato da uno dei ragazzi del dhow. "Non possiamo assolutamente ripartire, adesso: la guardia ha lasciato la sua pistola in consegna alla polizia locale e prima di domattina non c'è nessuno per ridargliela. Senza, proprio non possiamo viaggiare".
La scena successiva ci ha visti seduti su due sedie sgangherate sul terrazzo dell'hotel, accanto a due locali ubriachi fradici che ci russavano accanto. Praticamente prigionieri dell'isola. Disperati, eravamo determinati a restare su quella terrazza e su quelle sedie, digiuni, immobili, ad aspettare l'alba. Si avvicinava il tramonto, un muezzin registrato chiamava i fedeli da altoparlanti sfondati giù nei vicoli. Ed ecco arrivare Issa: "ma che succede? state poco bene?".
Gliela diciamo tutta, e lui impallidisce: "vi ha venduto il peponi? ma è matto?". Mentre lui stupiva, noi scorgiamo la nostra salvazione alzarsi in volo dall'isolotto prospiciente: un piccolo charter stava decollando a poca distanza. Issa ci dice che quegli aerei partono ogni 20 minuti e vanno a Malindi... un raggio di luce! Il guaio erano i soldi: avevamo pagato in anticipo tutta l'escursione e gli spiccioli che avevamo con noi non bastavano per saldare il biglietto aereo. Issa ci viene incontro, restituendoci parte dei soldi dietro garanzia scritta di restituzione.
In un battibaleno ecco arrivare un battellino che ci porta all'isolotto di fronte, dove tiriamo un sospiro di sollievo vedendo quella benedizione alata pronta a riportarci a Malindi.
Il decollo è stato bellissimo: Lamu, dall'alto, diventava un paesaggio da documentario.
La morale:
In sintesi, vista la nostra esperienza, la visita ideale a Lamu andrebbe organizzata così:
Partenza da Malindi in aereo, arrivo a Lamu dopo 20 minuti; battello (o meglio ancora dhow) fino alla spiaggia bella con i makuti, sole e mare fino al tramonto, poi dhow fino all'albergo. E che sia, non dico cinque stelle, ma almeno decoroso: ripeto, credevo di potermi adattare a tutto, io che ho vissuto di campeggi per tanto tempo. Una visitina al paese (le porte di legno intagliato e le gioiellerie che lavorano l'argento meritano almeno una capatina). Poi partenza sempre in aereo.
Non so come sarebbe andata con un'altra guida, o con la Mariam di cui parlate. So soltanto che oggi ci rido su, ma quella giornata è stata una di quelle che non ricordi con tanta tranquillità... Il giorno dopo Issa è venuto a riprendersi i soldi, che gli abbiamo restituito con mancia; la guardia, agente della polizia turistica di Malindi, voleva convincerci a fare denuncia contro Abu. Abbiamo rifiutato. Ci è bastato incontrarlo in spiaggia il giorno dopo, dirgliene 4, e riprometterci di rendere nota questa storia, accaduta nel settembre 2005, una volta tornati in Italia.